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Cultura e Spettacolo
L'Occidente e la condanna degli imperi del Male
Oggi 18-04-26, 10:08
«Un momento meraviglioso». Così il dissidente Natan Sharansky definì il giorno del 1983 in cui, rinchiuso in un carcere sovietico, apprese da un ritaglio di giornale del regime, che il presidente americano Ronald Reagan aveva definito l’Urss «l’Impero del male». Naturalmente i media sovietici attaccavano Reagan: «Una lunga schiera di capi occidentali» ricorderà poi Sharansky «si era ritrovata allineata nella condanna del malvagio Reagan; e questo elenco veniva messo in prima pagina, proprio accanto alla storia di quest’uomo terribilmente pericoloso che voleva riportare il mondo ai giorni bui della guerra fredda». L’episodio, così simile a quello che sta accadendo oggi con Donald Trump, era ricordato da Renzo Foa all’inizio della sua prefazione di un volumetto che Liberal pubblicò nel 2007. Lo aveva scritto Carlo Ripa di Meana insieme a Gabriella Mecucci e s’intitolava L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del dissenso (una storia mai raccontata). Foa ricordava la gioia di Sharansky e dei dissidenti russi per il discorso di Reagan: «Fu la giornata più luminosa, la più gloriosa: finalmente era stato detto pane al pane e vino al vino... Da quel momento in poi il presidente Reagan aveva reso impossibile a chiunque vivesse in Occidente, poter continuare a tenere gli occhi chiusi, a ignorare la reale natura dell’Urss. E' stata una delle più importanti dichiarazioni di difesa della libertà». Quando Sharansky poté finalmente uscire dal carcere e dall’Urss incontrò Reagan che era felicissimo di ascoltarlo: «Solo allora» annotò il dissidente «iniziai a rendermi conto realmente che il presidente Reagan doveva aver sofferto offese per il suo grandioso discorso, non solo in Unione Sovietica». I dissidenti, commenta Foa, «erano per lo più importanti intellettuali, capaci di sfidare non solo la morsa del totalitarismo, ma anche la debordante ostilità del conformismo. A essi, insieme agli operai polacchi, a Ronald Reagan e a Karol Wojtyla dobbiamo il 1989». E aggiungeva che Ripa di Meana, con la sua Biennale del Dissenso del 1977, ebbe il merito di anticipare il tempo della libertà. Ecco il perché di quel libro che andrebbe ripubblicato e riletto perché non è solo la cronaca, a tratti drammatica, della coraggiosa Biennale voluta da Ripa di Meana con il forte appoggio politico di Bettino Craxi. È anche il racconto dell’arroganza del potere comunista moscovita che andò su tutte le furie per quella Biennale opponendovisi in modo pesantissimo. È la storia del legame ancora stretto fra Mosca e il Pci (che tornerà a evidenziarsi qualche anno dopo con l’opposizione del Pci agli euromissili della Nato). Il Pci passò dall’iniziale appoggio alla Biennale del Dissenso alla «forte critica» e la svolta si verificò per «la loro sostanziale dipendenza da Mosca». Aldo Tortorella sull’Unitàcondannò la Biennale perché a suo parere si era verificata «un’aggressione morale» che non teneva conto «degli effetti storici della Rivoluzione d’ottobre». Qual era il clima culturale e politico italiano? Ripa di Meana ricorda «la feroce opposizione di vastissimi settori delle istituzioni culturali italiane, università, case editrici, fondazioni, case musicali e molti intellettuali e artisti uno dopo l’altro, e a titolo anche individuale, contro l’iniziativa Biennale del Dissenso e il suo obiettivo di informazione e liberazione, e a favore, invece, della tentata censura sovietica e delle sue misure repressive in Urss e in tutti i paesi comunisti europei e a Cuba». La forza dell’egemonia è sempre il conformismo. www.antoniosocci.com
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