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L’EUROPA SI RISVEGLIA CON LA PAURA: GLI SPARI AL RAVE IN SVIZZERA E QUELL’INCUBO CHE NESSUNO VUOLE VEDERE TORNARE
Oggi 30-08-26, 12:24
Una giovane donna uccisa e cinque persone ferite nella notte ad Aarau. L’autore o gli autori è ancora ricercato e il movente resta sconosciuto. Nessun elemento, al momento, permette di parlare di terrorismo. Ma quando qualcuno apre il fuoco in mezzo a una folla, nel cuore dell’Europa, la domanda inevitabilmente riaffiora: che cosa è successo davvero? La musica si ferma. Poi gli spari. È bastato questo a trasformare una notte di festa in una notte di paura nel cuore della Svizzera. All’ippodromo dello Schachen, ad Aarau, dove era in corso un grande rave, qualcuno ha fatto fuoco mentre nell’area si trovavano migliaia di persone. Il bilancio provvisorio comunicato dalla polizia cantonale argoviese è drammatico: una giovane donna di 22 anni è morta e cinque persone sono rimaste ferite, alcune gravemente. La caccia al responsabile è ancora in corso. Ed è proprio qui che bisogna fermare le certezze e cominciare a separare i fatti dalle supposizioni. Non sappiamo ancora chi abbia sparato. Non sappiamo quale fosse la sua nazionalità. Non sappiamo quale fosse la sua origine, la sua religione o la sua eventuale appartenenza ideologica. E soprattutto non sappiamo perché abbia sparato. La polizia svizzera, nelle informazioni disponibili in queste ore, considera ancora sconosciuti sia il movente sia le circostanze precise della sparatoria. L’autore risulta ricercato. Eppure una sparatoria contro persone riunite per divertirsi riapre inevitabilmente una ferita nella memoria europea. Negli ultimi decenni il continente ha conosciuto attentati contro concerti, locali, mercatini, strade, mezzi pubblici e luoghi della quotidianità. Una strategia del terrore che aveva un obiettivo preciso: trasformare gli spazi della normalità in luoghi nei quali avere paura. Per questo, davanti alle prime notizie provenienti da Aarau, è comprensibile che qualcuno pronunci immediatamente la parola “attentato”. Ma comprensibile non significa dimostrato. Sarebbe irresponsabile attribuire oggi la strage al terrorismo islamista radicale ad esempio senza una prova. Ci auguriamo naturalmente che non emerga una matrice jihadista, così come ci auguriamo che dietro questa violenza non vi sia alcuna organizzazione terroristica o ideologia estremista di qualsiasi natura. Non per una questione semantica. Se dietro gli spari ci fosse un terrorista organizzato o radicalizzato, il significato dell’accaduto andrebbe infatti ben oltre la tragedia criminale di Aarau. Ma, allo stato attuale, non esiste alcun elemento pubblico che consenta di affermarlo. L’allarme è arrivato alla polizia poco dopo le 2.30. Sullo Schachen è calato rapidamente un dispositivo di sicurezza imponente: polizia, vigili del fuoco, soccorritori, unità speciali e perfino un elicottero Super Puma dell’esercito sono stati mobilitati mentre iniziava la ricerca del responsabile. Le testimonianze raccolte nelle prime ore restituiscono il caos di quei minuti. Alcuni partecipanti avrebbero inizialmente interpretato i rumori come fuochi d’artificio. Altri hanno cercato riparo mentre diventava evidente che si stava sparando realmente. Sono inoltre circolate testimonianze indirette su una persona armata vista nei pressi delle automobili, ma si tratta di elementi che non risultano ancora accertati dagli investigatori. Ed è una distinzione fondamentale. Nelle ore immediatamente successive a una strage, ogni dettaglio rischia di diventare una “verità” prima ancora di essere verificato. Numero degli aggressori, arma utilizzata, provenienza del killer, movente: basta una testimonianza riportata da qualcun altro perché un’ipotesi attraversi l’Europa in pochi minuti. Questa volta bisogna resistere alla tentazione. La domanda non è chi immaginiamo che sia. E’ chi è stato realmente. Se l’autore verrà catturato, saranno il suo nome, la sua storia, i suoi contatti e soprattutto le prove raccolte dagli investigatori a dirci davanti a quale fenomeno ci troviamo. Potrebbe essere terrorismo. Potrebbe essere criminalità. Potrebbe esserci una vicenda personale. Potrebbe esserci un movente che in questo momento nessuno ha ancora immaginato. Attribuire anticipatamente un’identità all’assassino non aiuterebbe a capire Aarau. Al contrario, rischierebbe di confondere la paura con l’informazione. E c’è una domanda ancora più importante. Quanto sono vulnerabili oggi i grandi eventi europei? Un rave, un concerto, una discoteca, una festa all’aperto sono luoghi costruiti sull’esatto contrario della paura: migliaia di sconosciuti che condividono per qualche ora lo stesso spazio senza considerarsi reciprocamente una minaccia. Quando in mezzo a quella folla compare un’arma, viene infranto qualcosa che va oltre il perimetro della scena del crimine. È la sensazione di sicurezza. Ed è precisamente questa la ragione per cui quanto accaduto in Svizzera riguarda, almeno simbolicamente, tutta l’Europa. Questa mattina non sappiamo ancora se l’Europa debba pronunciare nuovamente la parola “terrorismo”. Sappiamo però che una ragazza di 22 anni non tornerà a casa, che altre cinque persone sono rimaste ferite e che qualcuno che ha sparato è ancora ricercato. E questo trasmette un dolore immenso nei nostri cuori. È già abbastanza per avere paura. Non è abbastanza per inventare un colpevole. Se emergerà una matrice terroristica, dovrà essere raccontata senza attenuanti e senza ipocrisie. Se emergerà una matrice jihadista, dovrà essere chiamata con il suo nome. Se invece le indagini porteranno altrove, dovrà essere raccontato con la stessa chiarezza. Perché proprio quando torna la paura degli attentati, l’Europa ha bisogno di una cosa prima di tutte le altre: sapere chi ha sparato prima di decidere chi iniziare a condannare.
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