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Massimo Buscemi: "La faccia a triangolo scaleno mi ha permesso di fare tutto, pure vendere bibbie agli atei"
Oggi 05-04-26, 12:38
Massimo Buscemi - naso generoso, baffoni e mento allungato - era l’esperto che, a Quelli che il calcio dei tempi d’oro, snocciolava statistiche, descriveva carriere, raccontava pregi e difetti dei calciatori di serie A. E, ovviamente, lo faceva «per la precisione», essendo «tassonomico e non nozionistico», come amava ripetere in quello che poi è diventato un simpatico tormentone. Buscemi, però, prima di diventare un personaggio fisso del programma di Fazio ha fatto di tutto: dal fattorino al rappresentante di profumi, dall’attore al musicista fino al manager di Teo Teocoli e della coppia “Gaspare e Zuzzurro”.Ora, a 79 anni e lontano dalla tv, è in pensione e si gode il nipotino Giulio. Massimo Buscemi, che abbronzatura. Lampada? «No, panchina. Scriva, panchina. Ho la casa a Ponte di Legno perché mia moglie è di là, ma in montagna non ci vado mai. Questo è il sole di piazza Frattini qui a Milano, guardi come picchia: ci vengo tutti giorni, da solo o, ogni tanto, con Giulio, il mio nipotino di 7 anni. Che è figlio del mio unico figlio Mario, per la precisione». E la gente la ferma? «Qui mi conoscono tutti, ho sempre vissuto in questo quartiere. Capita spesso, però, che qualcuno si avvicini e mi ponga ancora quesiti sul mondo del pallone. Si ricordano di me per i sei anni a “Quelli che il calcio”». Poi approfondiamo bene. La domanda più ricorrente? «“Allora l’Inter vince lo scudetto?”, sapendo che, da sempre, sono tifoso nerazzurro». Lo vince? «Siamo messi bene, dai». I suoi tre interisti “storici” preferiti? «Astutillo Malgioglio per la generosità e il lavoro con i ragazzi disabili, Mauro Bellugi e Mario Corso. Li ho conosciuti tutti e tre». Tra i giocatori di oggi, invece, chi le piace? «Pio Esposito, giovane, italiano che viene da una famiglia di calciatori. Nato a Castellamare di Stabia il 28 giugno 2005, è alto 1.91, ha due fratelli che militano nella Samp e nel Cagliari e...». Urca, come ai vecchi tempi: sa ancora tutto. «Leggo la Gazzetta dello Sport e mi tengo informato. Anche se la memoria, che è sempre stato il mio cavallo di battaglia, non è più eccezionale come prima. E per me è un trauma, questa cosa mi mette malinconia. Sa, ormai ho 79 anni». A proposito di età, facciamo un salto indietro al piccolo Massimo Buscemi. «No, Massimo Alfredo Giuseppe Maria Buscemi, per la precisione». Quanti nomi. «Alfredo come il fratello di mamma, Giuseppe come il nonno paterno e Maria come la Madonna». Quando nasce? «Mercoledì 1 ottobre, alle 16.30, a Laveno Mombello in provincia di Varese, via Repubblica 5, dove la mia famiglia è sfollata da Milano per la guerra». I suoi genitori, in quegli anni, che fanno? «Papà Mario, siciliano di Enna, è impiegato alla Pirelli; mamma Caterina, che è di origini inglesi, fa la casalinga». Figlio unico? «No, ho un fratello più grande: Corrado». Quanto vi fermate a Laveno? «Fino al 1951, poi torniamo qui a Milano». Lei che bambino è? «Tutto fuorché timido. E, soprattutto, sono già cosciente del mio aspetto». Cosa intende? «Eh, guardi la mia faccia: è un triangolo scaleno, non ha un lato uguale all’alto. Ai tempi di Sparta sarei stato mandato giù dalla rupe». E, da piccolo, ne soffre molto? «No, perché ho fin da subito una caratteristica forte che mi salva: la lingua, il saper parlare e tenere rapporti con la gente». Scuole? Come mai quello sguardo? «Nella vita ho un solo rimorso: aver fatto spendere tanto ai miei genitori per gli studi. Dopo le elementari e le medie, frequentate a livello comunale, mi sono iscritto solo a istituti privati costosi e sono arrivato al quinto anno di ragioneria, ma senza diplomarmi. A mamma e papà ho dato tutto, ma su questo fronte mi sento in colpa: mio padre con i soldi buttati per me si sarebbe potuto comprare una Fiat 750». Quando inizia a lavorare? «Subito a 14 anni. Il mio curriculum vitae lo prepara papà, buonanima, che scrive: “Bella presenza comunicativa, facilità di parola e portamento regale”. Quando quelli che mi esaminano arrivano a “bella presenza”, regolarmente, si bloccano, alzano la testa e sgranano gli occhi fissandomi increduli». Primo mestiere? «Venditore di deodoranti porta a porta: pino per la cucina, rosa per la camera da letto e lavanda per la sala. Più il “Deo Water” per la tavoletta del wc. Le case popolari del quartiere Corvetto le inondo di profumi, sono sempre lì, finché mi stufo perché faccio 5700 scalini al giorno e non ne posso più». E cosa fa? «Vado vendere bibbie e sono persuasivo, non mi fermo di fronte e a niente. Una volta chiedo a un tizio: “Lei è cattolico?”. “No, ateo”, risponde pensando di fregarmi. E io: “Ma lei sa che credere di non credere significa credere? Quindi deve leggere la bibbia”. E lo convinco a comprarla». Piazzare la bibbia a un ateo non è da tutti, complimenti. Altri impieghi strani? «Vado a casa delle famiglie che hanno appena avuto un lutto e propongo l’ingrandimento della foto del morto. Ma immagini di alto livello, eh, un bijou». Incredibile.Ma è vero che in quegli anni, oltre a studiare e lavorare, è anche bravo con la musica? «Suono la batteria e l’emozione più grande della mia vita è quando, nel 1967, mi compro una “Rogers”. Nello stesso anno, inoltre, partecipo al “Cantagiro” con i “Rogers” e poi suono con “Gli Umili”. In quel periodo mi esibisco spesso nei vari dancing di Milano e, alla “Fiorentina”, conosco Severina, con cui poi mi sposo nel 1972». Torniamo ai suoi lavori. «A 21 anni finalmente mi sistemo e vengo assunto dalla Sanpellegrino. In poco tempo divento funzionario, giro per tutta l’Italia e prendo 537 mila lire al mese». Come trova quel posto? «Grazie a mio fratello, che in quel periodo lavora già lì. Lui è il bello della famiglia perché ha preso dalla mamma e dagli inglesi, mentre io sono tutto il papà e ho i tratti siciliani. Essere un ragazzo carino lo aiuta: si presenta in 30 posti e lo prendono in 35». Poi, però, lei fa un salto di qualità e va alla Sangemini. «E lì mi cambia la vita». Perché? «In pausa pranzo andiamo a mangiare sempre nel solito ristorante e un giorno, nel tavolo vicino, ci sono alcune persone che parlano insistentemente di pubblicità e caroselli. Una di loro si alza, si dirige verso di me e chiede: “Mi perdoni, posso farle una proposta? Farebbe l’attore in un Carosello della Galbani?”. E io: “Solo la mucca posso fare”». Buona questa. «Alla fine ci accordiamo e così entro nel mondo dello spettacolo senza aver chiesto niente». In quello spot della “Galbani” c’è anche Johnny Dorelli. Come è? «Guardi, le dico una cosa che vale per tutti gli artisti: nella vita sono completamente differenti da come appaiono. Stare con loro è come stare in una camera ardente, sono tristi, non sorridono, non parlano e se dici qualcosa tu ti accusano di “parlare troppo”». Lei di attori e comici ne sa qualcosa. «Ne ho conosciuti tanti e per 40 anni ho lavorato con molti di loro, nel mio piccolo li ho psicanalizzati». E quale è la conclusione? «Hanno paura che tu li identifichi per quello che sono sul palco, che credi che siano idioti anche nella vita, e quindi, nel privato, si trasformano e diventano serissimi». Ah. Torniamo alla sua carriera: dopo i caroselli, a metà Anni ’70, sbarca al cinema. «In realtà non è un passaggio vero e proprio, vengo prelevato. E inizio a girare qualche pellicola semi-pornografica come “Moglie nuda e siciliana” del 1978». Poi, però, lavora anche con Adriano Celentano (“Il bisbetico domato” e “Asso”) e Renato Pozzetto (“Un povero ricco”). Che ricordo ha di loro? «Vale la risposta data per Dorelli, gli artisti in privato sono tutti uguali». Allora parliamo di donne. In quel periodo recita con le più affascinanti: quale è la più bella? «Sicuramente Edwige Fenech. E poi Ornella Muti». Lei, nei film di quegli anni, a volte fa solo ruoli secondari e particolari. Però resta impresso nella mente degli spettatori. «Perché il mio viso è riconoscibile fin da subito: questo, fin dall’inizio, mi permette di arrivare dove altri, non avendo una caratterizzazione, non riescono. A fregarmi, però, è la superficialità». In che senso? «In molte pellicole, pur interpretando personaggi importanti, non appaio nei titoli di testa e il mio nome non viene scritto nelle locandine. Senza che io mi lamenti». Ma almeno, in quei casi, la pagano? «Sempre. Mai fatto niente senza avere un compenso e non perché sono avido. Mi scegli per la faccia? Allora la paghi. Se fossi io a offrirmi sarebbe un altro discorso». Attore, ma non solo. Lei ad un certo punto diventa manager e, dal 1983 al 1986, gestisce Teo Teocoli. «Le parole inglesi non mi piacciono, meglio dire segretario». Sono gli anni in cui lui ha lo screzio con Berlusconi. «È il suo periodo più brutto: Teo è una grandissima persona, ma ha un carattere difficile. Sua mamma Adele, invece, è meravigliosa, una persona che mi è rimasta nel cuore. Lo scriva». Dopo aver lavorato con Teocoli, diventa il segretario di Gaspare e Zuzzurro. «E resto con loro 37 anni». Un ricordo di Andrea Brambilla, in arte Zuzzurro? «Se lo vedevi fuori dal palcoscenico ti metteva soggezione, non parlava: tolto l’impermeabile cambiava da così a così. Io frequentavo più lui, ma Gaspare è sempre stato un eroe perché Zuzzurro era un farfallone a livello di spese: prendeva 10 e spendeva 15. Gaspare lo sopportava e, pur sapendo come era, non ha mai detto una parola contro di lui». Gaspare racconta che è stato lei ad annunciargli, al telefono, la malattia di Zuzzurro. «Un momento difficilissimo e drammatico perché, al di là dell’aspetto professionale, loro due li ho sempre considerati come fratelli». Torniamo alla sua carriera. A metà Anni ’90 entra a far parte del gruppo di “Quelli che il calcio”. Come ci arriva? «È una lunga storia. Il mio medico di fiducia, in quel periodo, ha in cura anche il regista Beppe Recchia, il quale mi promette che cercherà di farmi conoscere qualche suo collega. E mi incoraggia: “Se tu fossi una bella donna sarebbe più facile, ma con questo viso particolare hai buone possibilità di trovare un lavoro, stai tranquillo”». Ed è così? «Dopo qualche settimana mi telefona la segreteria di Recchia: “Massimo, Beppe chiede se ti taglieresti la barba perché Paolo Beldì, il regista di “Quelli che il calcio”, è interessato a te». Alt, subito una curiosità: in quel periodo quindi ha la barba? «Eh sì, un modo per addolcire i lineamenti del viso...». Andiamo avanti: si rade e la prendono subito? «Mano, cosa dice? Lui e Fazio mi fanno un provino con mille domande, mi chiedono vita, morte e miracoli dei calciatori e devo superare una specie di esame: mica come adesso, che in tv ci vanno tutti un po’ a caso». Lei dimostra grande competenza e così entra nel cast della trasmissione. «E incontro una grandissima persona che è Fabio Fazio. Educato, gentile, non sembra nemmeno uno dell’ambiente dello spettacolo. Le confido una cosa: pur avendo lavorato 37 anni con Gaspare e Zuzzurro, lui è la miglior persona che ho trovato». La qualità migliore? «Era sempre attento ai collaboratori e si preoccupava che tutti fossero accontentati anche economicamente». Il suo personaggio, nel programma, è un grande intenditore di calcio che sa tutto e, se interrogato, snocciola numeri, elenca risultati e analizza statistiche. «In quel periodo non esistono tablet o cellulari, imparo ogni cosa a memoria: mi faccio dire in anteprima le domande e i protagonisti di cui parleremo e poi studio tutto sull’enciclopedia del calcio. Così quando mi chiedono di un tal giocatore, io immediatamente racconto anno e luogo di nascita, squadre in cui ha giocato, presente e gol segnati». E conclude sempre gli interventi dicendo «tutto questo per la precisione» e «sono tassonomico e non nozionistico». Tormentone che funziona. «Eh sì, perché essere “tassonomico” significa dire anche le virgole con una certa logica, mentre essere “nozionistico” è avere molte conoscenze, ma spiegare tutto con meno precisione». Altri protagonisti indimenticati di quel gruppo sono Idris e Suor Paola. «A Idris, bravissima persona malgrado tifasse Juventus, un giorno dico: “Tu sai di calcio quanto io so di te”. E lui: “Che cosa sai?”». Io: “Praticamente nulla”. Suor Paola invece era una religiosa all’avanguardia, una donna meravigliosa». Dopo sei stagioni, nel 2001, Fazio lascia “Quelli che il calcio” e anche lei molla. Perché? «Non mi hanno più cercato. Io nella vita non mi sono mai proposto e non ho mai inseguito il successo: non avevo particolari ambizioni e mi sono sempre accontentato, a volte troppo. E se ci ripenso mi incazzo con me stesso: sono esageratamente umile». Massimo, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione? «Sono cattolico non praticante, perché non amo i preti». 2) Paura della morte? «Come tutti, chi non ha paura? Quelli che lo negano sono i più fifoni». 3) Il giorno più brutto della sua vita? «La morte di mio papà, avvenuta in una situazione tragica». Le va di raccontarlo? «Avevo 22 anni ed ero in giro per l’Italia per la Sanpellegrino. Mio fratello e mio padre erano andati in ospedale a prendere mia mamma, dimessa dopo un ricovero. Quando sono arrivati sotto casa papà, che aveva avuto un infarto 12 anni prima, ha avuto un malore dicendo “Mi gira la testa”. Subito dopo si è irrigidito ed è morto. Io sono sopraggiunto pochi istanti dopo e, vedendo tutto il trambusto, ho pensato che fosse morta mia madre. Poi, quando ho scoperto la verità, sono rimasto sotto shock». 4) Il suo pregio migliore? «La sensibilità: potrei essere il parente stretto di ogni defunto». 5) Ha un difetto? «Sono permaloso». 6) Cosa pensa dei giovani? «Sono quelli che abbiamo educato noi: solo 10 su 100 hanno provato veramente cosi sia la vita. Gli altri non sanno niente». 7) Cosa ne pensa della chirurgia estetica? «Potrei essere un leader, ma non ho mai fatto niente. Per una questione economica e perché sarebbe andare contro natura. Alla fine la mia faccia l’ho fatta diventare un pregio». 8) Ha un sogno? «Che i miei familiari stiano sempre bene». 9) Rapporto con la politica? «Sono di destra e non è un mistero, mi piace la Meloni». Ultima domanda: tornerebbe in tv? «Se mi chiamassero ci andrei, ma solo se pagato. Perché Massimo Alfredo Giuseppe Maria Buscemi non lavora gratis. Per la precisione».
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