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Politica
Meloni trasformata in "manga": metapolitica di Giorgia
Oggi 17-01-26, 08:51
Guardate questa foto, e potete misurare tutto il fossato di un’incomprensione. È sempre un passo indietro, il chiacchiericcio nel tinello nostrano che si ostina a spacciarsi per giornalismo o addirittura per analisi politica, si caratterizza perla soglia mancata, la premessa obliata, l’evidenza rimossa. L’evidenza è già un sintagma unico, nell’agorà iperrealista dei social: Giorgia manga. E l’unica conclusione vagamente analitica cui può portare suona più o meno: Meloni è ormai collocata stabilmente in una dimensione metapolitica. Mentre i suoi avversari provano a inchiodarla su codicilli minori della legge di bilancio, o si impegnano in estenuanti ricerche d’archivio sui suoi post di quindici anni fa sul tal tema specifico per fornire un titolo ai cronisti amici (tutta roba ad esclusivo intrattenimento degli onanisti della bolla), mentre perfino certi suoi sostenitori irrimediabilmente novecenteschi si esercitano nella rievocazione ideologica da Colle Oppio a Pasolini, lei fuori dalla bolla esplode, deflagra, può credibilmente reinventare l’incontro istituzionale con la premier giapponese attraverso quel linguaggio per eccellenza orientale che è da tempo consolidata tendenza in Occidente. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45883153]] “Man-ga” è l’accostamento di due ideogrammi, dove il secondo sta per “immagine, disegno” e il primo può essere interpretato come “stravagante, senza scopo”. È un’immagine senza scopo, questa riportata in pagina, e proprio qui sta la sua essenza profondamente (meta)politica. La comunicazione della presidente del Consiglio (anzi, “del”, la battaglia della desinenza non è mai stata tra i suoi “scopi”) non ha (più) necessità di obiettivi particolari, per quello ci sono i ministeri, le strutture, i partiti della maggioranza. Giorgia è ormai iconografica di per sé, è nell’orizzonte della proiezione simbolica, non in quello della contabilità programmatica. E sbaglierebbe di grosso chi insinuasse in questo mutamento di piano un impoverimento, una perdita di contenuto. Giorgia manga è metapolitica, non è prepolitica: è un oltrepassamento, mica una ritirata. Per cui la Giorgia dei due mondi, pop ma nella forma manga, può ribadire molto più credibilmente nella dichiarazione congiunta con la collega nipponica “l’impegno a lavorare insieme per garantire un Indo-Pacifico libero e aperto basato sullo Stato di diritto” e “la forte interconnessione tra la sicurezza dell’area euro-atlantica e quella indo-pacifica”. Società aperta, Stato di diritto, libera navigazione: puro alfabeto occidentale, custodito in quel quadrante sempre più dirimente di mondo da quell’Oriente estremo, purissimo, indisponibile ad assoggettarsi agli “scopi” del Partito Comunista Cinese, ovvero il Giappone. Geopolitica e fumetto, alto e (finto) basso, il medio lo lascia all’Editorialista Collettivo di quaggiù. Non è più comunicazione istituzionale, è mitopoiesi (attività in cui eccelleva Tolkien, autore di riferimento se ce n’è uno di Meloni), che deborda da un’altra istantanea del viaggio a Tokyo: l’incontro con Tetsuo Hara, il disegnatore di Ken Il Guerriero. Testo a corredo sull’Instagram di Giorgia: «Oggi ho avuto il piacere di incontrare Tetsuo Hara. Lo ringrazio di cuore per un’opera che ha segnato la crescita di intere generazioni di italiani, diventando parte dell’immaginario collettivo della nostra Nazione». Pensate uno qualunque dei suoi oppositori che si muove così, a cavallo dell’ “immaginario collettivo” che travalica gli oceani e le generazioni, colorando di politica contemporanea l’epopea manga di allora, tra l’altro saldata allo spirito del tempo che dominava la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’ottimismo reaganiano in Occidente e l’ottimismo del Giappone tigre asiatica in ascesa pre-Cina. Chiunque altro si sfracellerebbe, degenererebbe involontariamente a meme ridicolo, invece Giorgia rimane consapevole significato. Il leader è il messaggio, parafrasando Marshall McLuhan. Lei lo sa talmente bene che nella conferenza stampa con la presidente Takaichi gioca il colpo di tacco narrativo: «Con Sanae condividiamo anche il fatto di essere le prime due donne a guidare i loro popoli. Responsabilità che penso possiamo onorare facendo leva su quell’approccio che nella cultura giapponese si riassume con una parola che io considero molto affascinante che è ganbaru». Ovvero «fare più del proprio meglio, ambire a superare sempre i propri limiti, non accontentarsi mai di dove si è arrivati». Parola giapponese, estetica manga, ma anche echi di Ulisse, puro Occidente. È la Giorgia dei due mondi, saluti al tinello.
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