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Mettono il patriarcato nel museo per dimostrare che esiste ancora
Oggi 05-03-26, 11:13
Lo chiamano museo del futuro, ma sembra più un ritorno al passato. Il Mupa, il Museo del Patriarcato, inaugurerà a Milano il prossimo 7 marzo (non a caso il giorno prima della Festa della Donna) e si presenta come uno «spazio temporale che conduce nel 2148», anno in cui, secondo l’ultimo Global Gender Gap Report, sarà raggiunta l’uguaglianza di genere. Il museo sarà aperto dal 7 al 21 marzo, con l’unica eccezione di lunedì 9 marzo, giornata di chiusura per sostenere la partecipazione collettiva allo sciopero nazionale di “Non Una di Meno”. Il programma propone inoltre talk, workshop, laboratori, lezioni e performance, un’area Kids con eventi dedicati, tutto in collaborazione con centri antiviolenza, reti e realtà femministe. ActionAid Italia e Le Bambole di Pezza (quelle che a Sanremo hanno detto di vivere in una società patriarcale) apriranno le porte della Fabbrica del Vapore, dove cittadini e cittadine potranno vedere da vicino quelle che vengono definite «vecchie abitudini del passato». In esposizione ventisette opere – di cui quattro inedite – tra cimeli, reperti, diorami, installazioni interattive e testimonianze. Sul sito di ActionAid si può gustare, si fa per dire, un’anteprima di quanto esposto. In una fotografia si intravede una borsa di tela con la scritta «Not all men, gne gne». Un’ironia che ci ricorda una delle tante lezioncine femministe, per cui quando a morire è una donna tutti gli uomini dovrebbero in qualche modo sentirsi responsabili di quanto avvenuto. Alle attiviste non sembra andare giù la replica del genere maschile, che giustamente ricorda spesso che non tutti gli uomini sono uguali. Eppure, quella del non generalizzare dovrebbe essere una regola valida per tutti e tutte. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45396392]] Il Museo del Patriarcato è presente anche nella Capitale ed è stato inaugurato lo scorso novembre alla presenza della nota attrice e regista Violante Placido. In mostra buste paga di colori diversi per uomini e donne, ante segnate da pugni, specchi che restituiscono frasi di uomini paternalistici mentre spiegano alle donne cosa possono o non possono fare. Sono alcune delle opere esposte al Mupa di Roma. Un viaggio che attraverso oggetti di uso quotidiano ripercorre gli anni ’20 del 2000. Tra queste compare una grossa scritta al neon con su scritto «Io ti credo sorella», un motto che, al di là delle belle parole, abbiamo visto non basta a colmare il gender gap, ma soprattutto non bastano le parole per credere a qualcuno (che sia uomo o donna), servono i fatti che vanno valutati nelle sede opportune, non sui social o in mostra. Non bastano slogan, non bastano i fiocchetti rosa al collo, ma soprattutto non servono. L’obiettivo del percorso espositivo è quello di mostrare frammenti della nostra attuale società rivelando l’ingiustizia sociale tra uomo e donna ancora in atto. Dal lavoro allo spazio digitale, dallo sport alla dimensione domestica e relazionale. «Con il Mupa vogliamo offrire uno spazio di riflessione e di azione collettiva, per immaginare insieme un futuro in cui la parità non sia più un obiettivo, ma una realtà», aveva affermato Katia Scannavini, co-segretaria generale di ActionAid Italia in occasione dell’inaugurazione del museo a Roma. Ma ce n’era davvero bisogno di realizzare uno spazio con immagini stereotipate e vecchi cliché? Il genere femminile ha saputo conquistarsi il proprio posto tanto che vediamo donne di potere rivestire ruoli che fino a pochi anni fa era impossibile perfino immaginare. Dal rapporto Donne Manager Italia, redatto in occasione dell’8 marzo, ne arriva una conferma. Sono il 6,2% in più le donne manager in Italia in un anno, raddoppiate dal 2008. Oggi sono il 23% del totale e il 40% tra gli under 40. La ricerca Claiming Space fotografa una realtà più complessa e stratificata, certamente mai come oggi le donne hanno più opportunità, tuttavia i loro diritti non sono consolidati. La strada per la parità è ancora lunga ma è il messaggio lanciato che sembra essere sbagliato. La narrazione per cui la maggior parte delle donne sta a casa a stirare non solo non è reale, ma discrimina le donne, relegandole a vittime incapaci di prendersi il proprio spazio nel mondo. Sono 162 i Paesi che hanno leggi che vietano la discriminazione di genere sul lavoro. Anche sul fronte dell’istruzione la situazione per le bambine è migliorata: più ragazze frequentano la scuola, conseguono lauree e nella maggior parte dei casi ottengono risultati migliori dei ragazzi. Nel 2023, per esempio, le laureate sono state il 60% del totale. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:45398644]]
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