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Cultura e Spettacolo
Pensieri e contraddizioni dell'imperatore filosofo
Oggi 01-04-26, 10:14
Quando ero giovane avrei voluto diventare come Epitteto. Uno che nulla possiede, ma tutto comprende». Paradossale che a pronunciare queste parole sia stato l’imperatore di Roma, l’uomo più potente al mondo e più vicino agli dèi, «l’uomo che possiede tutto, ma che non può permettersi il lusso di farsi domande». La prima contraddizione di una straordinaria esistenza, quella di Marco Aurelio (Roma, 121 – Sirmio 180), il filosofo divenuto imperatore, proprio come auspicava Seneca, nel 161 dopo Cristo, a quarant’anni esatti. L’utopia realizzata, l’ideale raggiunto: il mondo, per dirla con lo storico Renan, era governato da un padre, un uomo saggio, riflessivo e non presuntuoso. Erede nello spirito, nonché nipote, di Antonino, che per la sua integrità e dirittura morale fu definito «Pio», oltreché Optimus princeps, il migliore dei principi, «armato di pietà e saggezza». La stessa che dimostrò Marco Aurelio, offrendo di sé un’immagine di sovrano illuminato, attento ai problemi dell’impero e rispettoso dell’autorità del senato. Soprattutto consapevole che la gestione di un così vasto impero, piegato da anni di pestilenza e minacciato da quadi e marcomanni sul limes danubiano, rischiava di essere un’impresa per colui che sarebbe diventato un sacerdote dello stoicismo, chino sui libri, se Antonino non lo avesse fatto Cesare. LUI E LUCIO «Così, con una decisione mai attuata prima nella storia dell’impero, Marco Aurelio associò al governo Lucio Vero, insieme al quale era stato adottato da Antonino. Due Augusti. Un potere che il mondo conosceva indivisibile, venne (con)diviso in due metà antitetiche. «Io sono nato per meditare, studiare, pensare al bene comune. Lucio per agire. Il potere è una bestia difficile da domare». Così, l’immagine di Marco, seduto nel pulvinar, la tribuna imperiale protetta dal velarium che ondeggiava sopra l’Anfiteatro Flavio, con lo sguardo assorto nella lettura di Seneca su giustizia e anima, e incurante dei duelli tra gladiatori che inebriavano la folla, sembra di viverla, di respirarla, assieme al profumo delle carni arrostite, il sudore dei corpi, della sabbia sollevata e delle fragranze dei fiori. Franco Forte, scrittore e sceneggiatore milanese, studioso di storia e narratore di storie, ha questa capacità di catapultarci letteralmente nello spirito del tempo, facendoci rivivere la Roma dell’età imperiale, che Forte dipinge come una statua troppo vecchia per sopportare il peso del tempo. Come sostenevano gli stoici, noi veniamo da un tutto, cui è stato strappato qualcosa, «ho immolato il mio destino per l’impero, e in cambio ho ottenuto solo privazioni». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47015246]] Chi di voi pensa di conoscere veramente la storia di Marco Aurelio, spesso ricondotto a superuomo imperturbabile e di potere, dovrebbe leggere Vero (Mondadori, pp. 390, 23 euro), il romanzo dell’imperatore filosofo, con cui Roma celebrò splendore e decadenza in un unico e immenso respiro. Una continua ambivalenza, non sempre contraddittoria, ben esemplificata a partire dalla copertina, raffigurante una moneta spezzata con le due facce di Marco Aurelio che si guardano. Da una parte quella dell’imperatore che deve reggere il peso del governo di un impero, feroce per definizione, ma che si reggeva a fatica. Dall’altra quella di un uomo buono, di raziocinio e di piena giustizia che cerca di fare il meglio possibile per la propria gente. Arriverà a non reggere più il peso di questa ambivalenza, roso dall’insonnia e dall’ulcera di stomaco, logorato come l’impero, troppo grande e sfuggente «nessun uomo può governarlo senza diventare crudele o pazzo», dirà. Sarà crudele, ma solo verso se stesso e le sue manchevolezze. Arrivando a non trovare più conforto nemmeno nella filosofia: «Che senso ha la filosofia, se non può fermare le spade? A che servono i precetti morali e di giustizia se gli uomini si comportano come belve feroci? Mi illudevo di riuscire a dominare i confini dell’impero, ma non riesco neppure a governare me stesso». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47050311]] PACE E GUERRA Riecheggiano i pensieri, tremendamente attuali, di Marco Aurelio, che Forte ha il merito di orientare in una straordinaria ricostruzione di avvenimenti e dettagli narranti. Quello riguardante la somministrazione della triaca preparata da Galeno, medico di Marco Aurelio, posto al culmine della trattazione, ci accompagna in una dimensione onirica, nei meandri oscuri della responsabilità, dove neppure la filosofia riuscirà a fare luce. Gli ultimi istanti di vita dell'imperatore daranno il là a un lungo flashback, animato da un dibattito interno, una lettura immersiva e riflessiva che è anche un autentico respiro, di storia e grandezza, sofferenza e amarezza, che ci restituirà la figura più autentica e contraddittoria dell’uomo Marco Aurelio, a tutti gli effetti un pre-esistenzialista, uomo di pace che fece la guerra con tutti i popoli più aggressivi, uomo di pulsioni a cui era stata consigliata l’indifferenza verso il piacere «l’armonia interiore è dono eterno». Il suo sarà invece un continuo dibattito interno, che darà alla luce i Pensieri di Marco Aurelio, che ancora oggi è un best-seller, curato per Mondadori dallo stesso Forte, che nel suo romanzo riesce a contestualizzarli nella quotidianità di Marco divenuto imperatore. Un fluire continuo di tensione e distensione, per dirla con Frontone, alla ricerca di un equilibrio tanto ricercato nella parte sentimentale. Rinuncerà all’amore della sua vita per una questione morale ed etica, per costruire un percorso vero e potente. Per Roma che, come dirà Erode Attico, maestro di retorica, non è solo mura e leggi, ma anche veleno che scorre nelle vene. Per salvarla, Marco Aurelio soffocò il proprio cuore.
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