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Plotone d’esecuzione contro la Venezi: mai nella storia tanto accanimento
Oggi 14-02-26, 08:09
Attorno a Beatrice Venezi si è sviluppata una campagna che, per intensità e sistematicità, non ha precedenti nel recente panorama musicale italiano. Non una critica – che è legittima e necessaria – ma un martellamento continuo che travalica il merito artistico e si concentra su un evidente pregiudizio politico, trasformando ogni gesto in materia di processo. Il fenomeno è palese: una parte significativa dei quotidiani di opposizione ha assunto il caso come terreno simbolico di battaglia, mentre sui social si muove un rumoroso plotone di militanti pronti a rilanciare e radicalizzare ogni polemica. Non si discute una direzione d’orchestra, si costruisce un bersaglio. La storia della musica dimostra che il rapporto tra arte e politica è sempre stato complesso. Christian Thielemann non fu scelto alla guida dei Berliner Philharmoniker anche per le sue simpatie rivolte verso la destra; Wilhelm Furtwängler, dopo la guerra, fu sottoposto a un severo processo di denazificazione, eppure tornò a dirigere alla Scala e per la Rai; Herbert von Karajan, pur iscritto al partito nazista, costruì una carriera straordinaria senza che la sua statura musicale venisse cancellata. In Italia, cantanti come Beniamino Gigli, Gino Bechi, Aldo Protti o persino Mario Del Monaco furono talvolta guardati con sospetto, ma mai oggetto di una delegittimazione sistematica e permanente. Qui il salto di qualità è evidente: ogni dichiarazione della Venezi viene rovesciata nel suo contrario, ogni presenza pubblica interpretata come provocazione, ogni iniziativa trasformata in pretesto polemico. È il meccanismo tipico delle gogne contemporanee: la ripetizione sostituisce l’argomentazione, l’eco social amplifica la narrazione, la quantità di attacchi crea l’illusione di una verità acquisita. Ieri la Venezi ha messo piede a Venezia, città in cui è stata nominata direttore musicale. Per recarsi al carcere della Giudecca ha dovuto muoversi sotto scorta. Anche questo gesto – una visita istituzionale e culturale in un luogo delicato – è stato oggetto di dileggio. Quando persino un’iniziativa di dialogo civile diventa materiale per sarcasmo, significa che il confronto ha smesso di essere tale. Eppure la musica si misura su altro. Le recenti produzioni di Carmen al Teatro Verdi di Pisa e di Mahagonny al Teatro Verdi di Trieste sono state accolte con entusiasmo dal pubblico e con partecipazione convinta dalle orchestre. È sul podio che un direttore va giudicato: sulla qualità dell’esecuzione, sulla coerenza interpretativa, sulla capacità di costruire un suono. Non su un’etichet ta. Il punto non è difendere una persona per appartenenza bensì difendere un principio. Se la legittimità artistica dipende dall’orientamento politico percepito, allora non siamo più nel terreno della critica, ma in quello della selezione ideologica. E qui sta il nodo. Chi oggi trasforma la musica in campo di battaglia politica dovrebbe interrogarsi sul proprio metodo prima ancora che sul bersaglio. Perché delegittimare un’artista per ragioni che nulla hanno a che vedere con il podio non è un atto di vigilanza democratica: è un impoverimento del dibattito. La musica sopravvive agli schieramenti. Le campagne no. E alla fine resterà ciò che è stato fatto sul podio, non ciò che è stato malamente e strumentalmente gridato sui social.
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