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Quando una bambina viene chiamata “sposa”: il volto più oscuro dell’Islam radicale
Oggi 10-07-26, 09:54
Ci sono immagini che non si dimenticano e che rimangono incise negativamente nel nostro cuore e ci fanno vivere momenti di tristezza e dolore. Il volto rigato dalle lacrime di una ragazzina di tredici o quattordici anni. Lo sguardo perso nel vuoto. Le mani tremanti mentre viene accompagnata verso un uomo che potrebbe essere suo padre, se non addirittura suo nonno. Attorno, sorrisi, canti, festeggiamenti. Lei, invece, piange. Perché sa che da quel momento la sua infanzia è finita in uno dei modi più devastanti per tutta la vita. Negli ultimi anni i social network hanno portato davanti agli occhi del mondo filmati provenienti da alcune aree del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa dove, sotto l’influenza dell’Islam radicale e di interpretazioni estremiste della religione, vengono celebrati matrimoni tra uomini adulti e ragazze minorenni. Sono immagini che scuotono la coscienza di qualsiasi persona cresciuta in una società che considera l’infanzia un bene da proteggere e tutelare a qualsiasi costo. È doveroso distinguere tra la fede religiosa e l’Islam radicale, che in alcuni contesti viene utilizzato per giustificare pratiche incompatibili con i diritti fondamentali della persona. Quando una bambina viene privata della propria libertà e costretta a sposare un uomo adulto, il problema non è soltanto culturale o religioso: è una violazione della dignità umana e dell’infanzia, principi che devono essere tutelati senza alcuna eccezione. In quei momenti non esiste più la libertà. Non esiste più il consenso. Non esiste più la dignità. Esiste soltanto il potere di una religione assurda. Una bambina di tredici o quattordici anni non possiede la maturità psicologica per scegliere un matrimonio. Ancora meno può comprendere le conseguenze di una vita coniugale, della maternità precoce e della totale dipendenza da un uomo adulto. Per questo motivo la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia considera la tutela dei minori un principio universale, superiore a qualsiasi tradizione culturale o religiosa. I diritti fondamentali non cambiano in base alla latitudine. Non cambiano in base alla religione. Non cambiano in base alle usanze locali. Una bambina resta una bambina ovunque nasca. In Europa questo principio è ormai parte integrante della nostra identità giuridica e morale. La protezione dei minori non rappresenta un’opinione politica, ma uno dei pilastri dello Stato di diritto. Per questo motivo il tema dell’integrazione assume un significato ancora più profondo. Integrare non significa chiedere a qualcuno di rinunciare alla propria fede. Significa condividere un patrimonio comune di valori non negoziabili: il rispetto della legge, della libertà individuale, dell’uguaglianza tra uomo e donna e della tutela dell’infanzia. Chi arriva in un Paese democratico ha il diritto di professare la propria religione, ma ha anche il dovere di rispettarne le leggi. Nessuna interpretazione dell’Islam radicale, né di qualsiasi altra ideologia o credo, può giustificare pratiche che violano i diritti fondamentali dei minori. Le immagini di quella bambina che piangeva spaventata mentre viene abbracciata da uomini adulti dovrebbero rafforzare la determinazione della comunità internazionale nel combattere ogni forma di estremismo e ogni pratica che priva i bambini della loro infanzia. Perché una società si misura da come protegge i suoi più piccoli. E quando una bambina viene costretta a diventare una sposa, non fallisce soltanto una famiglia. Fallisce l’umanità intera. Sono fermamente convinto che chi adotta queste pratiche così radicali di un Islam incomprensibile non possano assolutamente essere compatibili con le nostre comunità occidentali e con i nostri valori cristiani.
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