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Estero
Russia, quella mania dei tank a casa altrui
Oggi 24-02-26, 09:28
Nel giorno 1.460 del conflitto in Ucraina, Ungheria e Slovacchia sono uscite allo scoperto e hanno posto il veto sul ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, discusso ieri durante il vertice dei ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione europea. Un no che mette a rischio il prestito economico di 90 miliardi a Kiev per stabilizzare bilancio e capacità militari nei prossimi anni, approvato lo scorso dicembre. La causa scatenante del dissenso firmato da Viktor Orbán e Robert Fico è il mancato ripristino del transito di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba: una ritorsione che si aggiunge al blocco di forniture di diesel da parte di Budapest per aiutare l’Ucraina a fronteggiare la crisi energetica che da settimane ormai lascia al gelo le città, dopo i chirurgici attacchi condotti dall’esercito di Mosca sulle infrastrutture energetiche. La Slovenia si appresta a fare altrettanto. Uno scossone per la diplomazia europea che da quattro anni fa i conti con un nemico sulla soglia di casa e due grandi anime al suo interno: gli irriducibili, come Polonia e Stati baltici, che – ancora ben consapevoli delle sofferenze patite per mano russa nel corso della storia più o meno recente – non ammettono ripiegamenti nella linea antiputiniana; gli ondivaghi, come Ungheria e Slovacchia appunto, che prima si allineano e poi si tirano indietro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46480996]] QUATTRO ANNI DOPO Il 24 febbraio 2022: le sirene che all’alba svegliano Kiev e le altre città ucraine, catapultandole nell’inferno di quella che il presidente russo Vladimir Putin, a reti unificate, definisce «Operazione speciale». Primi fotogrammi di guerra: i carrarmati nella periferia della capitale che fanno presagire il collasso immediato; l’adunata allo stadio Luzhniki di Mosca, dove lo zar arringai suoi; le stragi di Bucha e di Irpin; i violenti scontri che raderanno al suolo Mariupol. Le prime sanzioni occidentali con i conti russi che registrano una contrazione del prodotto interno lordo del 2%, la svalutazione del rublo e reggono all’urto con gli interventi statali che inaugurano una vera e propria economia di guerra. Dai movimenti rapidi al lento logoramento, con la Russia che al momento occupa circa il 20% del territorio ucraino e i combattimenti che si concentrano nei dintorni di Zaporizhzhia e in altri lembi di terra tra Sumy (nord), Kharkiv (nord-est) e Dnipropetrovsk (centro). Secondo il Center for Strategic and International Studies americano, tra morti, feriti e dispersi si arriva a superare 1,8 milioni di perdite, con circa 325.000 vittime tra i soldati russi e fino a 140.000 tra quelli ucraini. A questi si aggiungono i civili: per l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani almeno 14.000 ucraini uccisi dagli attacchi con droni e missili e oltre 36.000 feriti. In quattro anni l’UE ha stanziato 193 miliardi di euro in aiuti tra sostegni militari, finanziari e umanitari; gli Stati Uniti 114 miliardi. Artiglieria, veicoli da combattimento, sistemi di difesa aerea, munizioni: sono i principali componenti dei pacchetti di sostegno militare per contenere le ambizioni putiniane, che dettano il bello e il cattivo tempo nelle trattative che hanno registrato un’accelerazione – almeno negli incontri tra le delegazioni – con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Criticato per aver rimproverato, a favor di telecamera, il collega ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e per aver ridato dignità diplomatica a Putin con il vertice dello scorso Ferragosto in Alaska, eppur qualcosa si muove, con un nuovo round di colloqui per una tregua in programma la prossima settimana. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46418533]] Quattro lunghi anni, con gli inevitabili risvolti anche inattesi che stanno determinando l’esito di un conflitto che nessuno riteneva possibile e poi si è materializzato in tutta la sua crudeltà. Una triste realtà che ha messo l’Europa di fronte al fatto compiuto della propria debolezza e impreparazione davanti alla minaccia russa, specie dopo le pressioni di Washington per ridefinire l’alleanza senza un aumento delle spese militari dei partner Nato. C’è chi si è adeguato, con la Germania in prima fila (fino al 3,5% del prodotto interno lordo entro il 2029); chi non si è fatto scrupoli perché – si riportava all’inizio – ben conosce la portata delle minacce putiniane (la Polonia, con la spesa militare che rappresenta il 4% del pil,un aumento di quasi 20 miliardi tra il 2022 e il 2024); chi dorme ancora sornione, forse perché si crede abbastanza lontano (la Spagna del socialista Pedro Sanchez che non intende sforare il tetto del 2%). Quattro anni con Putin che scruta con ghigno minaccioso verso Ovest. C’è da stare in guardia. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46349114]]
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