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Se la famiglia diventa fragile, un aiuto c’è: Medihospes e la comunità mamma-bambino Biancaneve
Oggi 30-01-26, 11:33
“Biancaneve esiste e non è una favola, è una comunità educativa della cooperativa Medihospes, accoglie dieci minori, fino a 14 anni di età, accompagnati ogni giorno da educatori professionali” dice Sara Didiomede, educatrice professionale e coordinatrice di questa comunità, a Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo. “Garantiamo ai giovanissimi ospiti la presenza stabile di figure adulte, un riferimento sicuro per chi temporaneamente non può vivere nel proprio nucleo familiare di origine”. Didiomede ci introduce ad un sistema di accoglienza spesso poco conosciuto, ma centrale nelle politiche sociali italiane: quello delle comunità educative per minori e delle comunità mamma-bambino, descrivendo nel concreto il lavoro di Medihospes, una grande cooperativa sociale italiana, 6000 soci e lavoratori che ogni anno assistono 20mila persone, con oltre 5milioni di ore lavorative. Medihospes aderisce al Consorzio La Cascina. “Le comunità educative per madri con bambini rappresentano una risposta pubblica a ciò che accade quando il nucleo familiare diventa fragile ma non al punto da rendere necessaria la separazione del minore dalla madre. Ed il principio guida è chiaro: proteggere il bambino rafforzando la madre, non sostituendola” spiega Didiomede. Ed ecco che Biancaneve, come altre strutture gemelle che Medihospes gestisce, accoglie madri sole, donne molto giovani, vittime di violenza non emergenziale o prive di reti familiari, insieme ai loro figli, spesso piccoli o in età prescolare. L’obiettivo di queste strutture residenziali socio-educative non è un’assistenza passiva ma costruire giorno per giorno l’autonomia del genitore, anche nel gestire in futuro una propria casa. Tutto ciò passa per un progetto educativo individualizzato e temporaneo, per ogni minore e madre. Vediamo concretamente che cosa significa. Anzitutto, il contesto conta. E’ tanta la pressione sui servizi sociali per l’infanzia. Secondo dati recenti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2024 oltre 345.000 minorenni risultano presi in carico dai servizi sociali territoriali; più di quattro minorenni ogni cento residenti hanno avuto bisogno di un intervento pubblico. La maggior parte degli allontanamenti dalla famiglia di origine avviene attraverso l’inserimento in strutture residenziali, mentre l’affidamento familiare rimane una risorsa quantitativamente limitata, utilizzata in meno del 5% dei casi. Didiomede conferma: “Nella comunità Biancaneve proviamo a risolvere i problemi che hanno causato l’allontanamento del bambino dalla famiglia e ovunque possibile ne favoriamo il rientro. Se non si può, ci mettiamo al suo fianco nel percorso verso l’affido familiare o l’adozione”. La partenza è la vita quotidiana, giorno dopo giorno il minore viene accompagnato nel suo percorso educativo e scolastico, si creano nuove relazioni e si realizza quanto più possibile l’inserimento nelle realtà aggregative del territorio, garantendogli sempre l’aiuto di personale qualificato. “Sempre vuol dire sempre, la comunità Biancaneve è operativa 365 giorni all’anno, 24 ore su 24” ci ricorda Didiomede. I principi ispiratori di chi opera in Biancaneve sono chiari e solidi, si mettono al centro la persona e la famiglia, e per chiunque arriva in comunità viene elaborato e condiviso un progetto di assistenza di sostegno al minore e ai suoi familiari e in sintonia con le istituzioni territoriali. Si lavora per sostenere il giovane nel prendere decisioni e avere maggiore autonomia, rispettando nel contempo privacy, dignità e stile di vita di ciascun ospite. In tutto si privilegiano chiarezza e responsabilità, sia per gli ospiti che per il personale, perché “la nostra struttura residenziale è come una casa, ed è un bene che i ruoli siano chiari” sottolinea Didiomede. Durante quella parte di vita che mamme e bambini condividono con la comunità Biancaneve c’è immediato bisogno di cose semplici: i punti di riferimento. “La comunità pone tanta attenzione a quello che chiamiamo il contenimento affettivo, cioè regalare al minore e alla mamma un clima di fiducia e serenità, manifestando che noi siamo indubbiamente lì per lui, per lei. Servono competenza, sensibilità e umanità, nel pieno rispetto delle esigenze fisiche e psicologiche di ciascuno dei nostri ospiti. Ogni storia personale conta, promuoviamo tanto l’autostima, l’autonomia, il senso di responsabilità, dando valore a tutte le risorse che un bambino possiede”. E dando valore alle madri. Negli ultimi anni il fenomeno migratorio ha inciso sulle comunità mamma-bambino, modificandone utenza e funzione sociale, una quota crescente è composta da straniere, spesso sole, con status giuridico incerto e prive di reti informali di aiuto. Per loro una comunità come Biancaneve è sovente il primo luogo stabile di integrazione: si impara la lingua e ad essere genitore in un contesto culturale nuovo, si accede ai servizi sanitari e scolastici. Compiti che Didiomede e Medihospes conoscono bene: “Ci affianchiamo alle mamme ospiti, anzitutto nel supporto psicologico e poi concretamente con corsi di formazione, nel reinserimento sociale e nella ricerca di un’occupazione. Le sosteniamo passo a passo, partendo magari da un progetto di semi-autonomia attraverso le cosiddette case sgancio, che sono una via intermedia tra lo schermo totale rappresentato dalla comunità e la vita indipendente, offrendo un ambiente semi-protetto”. Ovviamente in accordo con i servizi sociali, la rete territoriale di supporto e il Tribunale dei minori. Com’è certamente per Biancaneve e la cooperativa Medihospes, le comunità educative per madri e bambini sono uno dei pilastri silenziosi del welfare italiano: luoghi in cui la tutela dell’infanzia passa attraverso la relazione, la quotidianità e il tempo speso con intelligenza e frutto. Ma… si può anche fare di più, se chi ha buona volontà si incontra, suggerisce la coordinatrice Didiomede: “sarebbe bello avere famiglie che siano disponibili a diventare amiche, offrendo ai bambini dei momenti di condivisione, una relazione con figure adulte che possano diventare un punto di riferimento, anche indipendentemente dal progetto individuale previsto per ciascun minore”. E poi? “Sarebbe bello sviluppare progetti ponte, per accompagnare il rientro dei bambini nelle famiglie di origine o indirizzare verso l’autonomia abitativa e sociale i giovani che escono da una comunità minorile. In ambedue i casi il coinvolgimento degli operatori di Biancaneve, volti amici, si dimostra tanto utile”. Quello che la coordinatrice descrive non soltanto facilita il reinserimento del minore ma ha due ulteriori ricadute: si consolidano le competenze genitoriali, acquisite nei percorsi di aiuto svolti mentre i figli sono in comunità; si riduce per tanti giovani il rischio di recidiva, fragilità sociale o isolamento educativo per aver vissuto in una comunità. “Sono suggerimenti pragmatici, nascono spontanei dalla vita che si vive a Biancaneve” conclude Didiomede, “l’ho detto all’inizio che non è solo una favola”.
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