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Economia e Finanza
Serve un nuovo patto fra pubblico e privato per gli investimenti
Oggi 04-04-26, 10:28
L’accentuarsi del rischio di una mini recessione in Italia, viste le previsioni dell’Ocse sull’area euro, con il dimezzamento della crescita del Pil, che per noi significherebbe crescita zero, porta a far risalire ai primi posti dei bisogni socioeconomici il problema del basso reddito del lavoro dipendente, di quello non soggetto a contrattazione nazionale, che riguarda circa un quarto di tutti i lavoratori, ma anche di quello del micro lavoro autonomo, che interessa oltre i due terzi delle partite Iva. Il reddito medio annuo lordo di un lavoratore dipendente nel 2025 si attesta indicativamente tra i 30 e i 35mila euro. Il netto mensile medio, si aggira intorno ai 1.700 euro, con notevoli differenze basate su settore (pubblico o privato), età, genere e inquadramento professionale. Nel 2024, il reddito medio annuo dei maschi era poco meno di 30mila euro, mentre per le femmine si fermava a 22mila euro, evidenziando una differenza significativa. Ma la maggioranza dei lavoratori ha percepito un reddito inferiore alla media e circa un quarto dei dipendenti percepisce meno del 60% del reddito mediano. Il fenomeno colpisce in particolare donne, giovani e stranieri, spesso con contratti a termine. Fra l’altro gli stipendi italiani sono tra i più bassi nell’Eurozona, inferiori di oltre il 10% rispetto alla media Ue. Le retribuzioni sono rimaste bloccate per anni, con una diminuzione del potere d'acquisto di circa l’8% dal 2008. La competizione e la produttività inferiore a quella dei migliori Paesi europei sbarrano la crescita salariale. Parimenti il reddito del micro lavoro autonomo resta gravato dalla tassazione, soprattutto nel caso avvenga sotto forma societaria di persone, modello giuridico che riguarda circa l’80% dell’intero numero di soggetti Iva, che pagano una tassazione sul reddito in rapporto agli scaglioni. Altri fattori negativi sono determinati dalla burocrazia, dai bassi compensi riconosciuti dai committenti e dai clienti di maggiori dimensioni e dalla clientela retail, la quale è abituata a richiedere sconti, difficilmente compatibili con la redditività aziendale. L’insieme dei lavoratori autonomi e dipendenti, penalizzati dai fattori citati, supera i 7 milioni, circa un terzo degli attivi. Un rallentamento dell’economia, che porti ad una ondata se non recessiva, per lo meno di forte contrazione, porterebbe ad una stagflazione. Uscirne richiederebbe tempi lunghi. Tocca all’Europa consentire lo sforamento dai parametri del patto di stabilità, in particolare sui limiti di deficit e debito pubblico rispetto al Pil. Tocca però al nostro Paese stabilire un patto tra pubblico e privato per aumentare il proprio reciproco coinvolgimento che determini le condizioni per rilanciare la crescita, seppur in un periodo gravato da condizioni avverse, derivanti dai costi energetici, ma anche dai ritardi di modernizzazione, dovuti ai limitati investimenti sia pubblici che privati. I soggetti pubblici, però, hanno l’attenuante di aver dovuto rispettare parametri europei che imponevano il rientro dalle posizioni eccessive di deficit. Per gli investimenti privati si è sensibilmente assottigliato l’impegno delle grandi dinastie imprenditoriali, le cui attuali generazioni, a parte alcuni settori, come agroalimentare e farmaceutico, hanno abbandonato produzioni e servizi, a vantaggio della finanza.
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