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Sinistra in piazza contro Mattarella: come si schiantano i compagni
Oggi 03-10-26, 01:29
Tutti in piazza. Di fatto contro Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica che nonostante appelli, raccolte firme, striscioni, e sit-in organizzati in nome dell’«incostituzionalità» al decreto, ha apposto il suo autografo in calce alle nuove misure del governo sulla scuola. La prima a rompere gli indugi è stata, ieri pomeriggio, la Rete degli studenti medi, che aveva già messo in campo una serie di manifestazioni negli istituti di tutta Italia lo scorso 26 settembre. A mobilitarsi, oltre alla Rete, sono stati la ong pro migranti Mediterranea saving humans e Spin Time Labs, quelli del palazzo occupato a Roma. Slogan: «Nessuno è straniero». Punto di ritrovo: piazza Capranica, a due passi da Montecitorio. Bersaglio: «Il decreto scuola del governo Meloni», tacciato di «alimentare la deriva xenofoba e razzista». L’agenda è fitta delle proteste è fitta. Martedì 6 ottobre il sindacato Usb ha convocato un’assemblea per «organizzare i prossimi passi della lotta». Il coordinamento della mobilitazione, permanente, è affidato a Usb Scuola, Movimento diritto all’abitare, Opposizione studentesca d’alternativa (Osa), Donne contro guerra e genocidio e “Donne de borgata”. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49262553]] CALENDARIO FITTO Altre due date, nel frattempo, sono da cerchiare in rosso: il 17 ottobre e il 20 novembre. Regia affidata sempre alla Rete degli studenti medi. Il primo appuntamento coincide con una manifestazione organizzata da “La via maestra”, una rete nata da un’iniziativa della Cgil che si ritroverà alle 14,30 in piazza della Repubblica. «La scuola deve essere uno spazio di inclusione, non un luogo in cui dividere gli studenti sulla base della cittadinanza», ha detto il coordinatore regionale della Rete degli studenti, Simone Montori, comunicando i prossimi appuntamenti di lotta. L’Usb e i loro partner sono gli stessi che nei giorni successivi alla presentazione del provvedimento con il tetto del 30% agli alunni stranieri in classe avevano promosso una raccolta firme on line per chiedere a Mattarella di non firmare il «decreto razzista». Per loro quella misura era in contrasto con «l’articolo 34 della Costituzione, che vuole la scuola aperta a tutti, e l’articolo 3, che vieta ogni distinzione di razza e condizione personale». La firma del Capo dello Stato, però, fa carta straccia di questa ricostruzione. Così come dell’accusa al governo, da parte della stessa Usb, di aver emanato un decreto in stile Klu Klux Klan, come da locandina con la quale il sindacato, venerdì 25 settembre, aveva dato appuntamento ai suoi militanti davanti alla Camera dei deputati per dire no a «multe, razzismo, deportazioni» e alla «scuola razzista di Valditara e Meloni». Si tratta degli stessi toni utilizzati dall’associazione dei genitori dell’istituto comprensivo “Daniele Manin” di Roma, che lo scorso 25 settembre avevano rivolto un appello a Mattarella per invitarlo a «considerare l’esercizio del potere di rinvio motivato alle Camere» per il decreto sulla scuola. Un provvedimento bollato come «una versione contemporanea della logica delle leggi razziali» del 1938. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49266927]] QUELLE PRESSIONI SUL COLLE Da Roma a Genova: lunedì scorso davanti alla scuola primaria “Giovanni Daneo”, quella dello striscione con gli asterischi woke «qui nessun* è stranier*», si sono ritrovati in oltre 200 per dire al presidente della Repubblica che «la scuola che è esclude è incostituzionale», con tanto di striscione che poi è stato notato in altre scuole italiane. Iniziativa alla quale nei giorni precedenti avevano aderito partiti di sinistra come Pd, M5S, Avs e Rifondazione comunista e la Flc Cgil. A partecipare: genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, uomini e donne (col velo e non). E davanti alla scuola genovese, nei giorni della polemica sullo striscione rimosso - e poi riconsegnato ai genitori - si era fatta vedere la “sindaca” dem Silvia Salis, pronta a ricordare che sul decreto Valditara la sua città, Genova, non fosse «allineata» col governo. Poi c’è la “guerriglia” istituzionale. Da ieri sono sei le Regioni aderenti al “manifesto per l’inclusione” sulla scuola. A Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Puglia e Umbria si è ufficialmente unita la Campania. La stella polare dell’iniziativa è la difesa «del principio sancito dall’articolo 3 della Costituzione». Particolarità: sono tutte Regioni con una Giunta di centrosinistra. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:49246881]]
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