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Un anno senza Luca Beatrice, "vi racconto il mio prof d'arte e maestro di vita"
Oggi 20-01-26, 11:10
Un anno senza Luca Beatrice, un anno pieno di lui. Sembra ieri e sembra mai quel 21 gennaio 2025 in cui arrivò la telefonata purtroppo attesa – i bollettini medici sono crudeli nella loro essenzialità – che pure ci trovò impreparati e ci lasciò smarriti. È stato un anno in cui in redazione abbiamo perso il conto delle volte in cui è rimbalzato il suo nome per un commento di politica, di musica, di cultura, di cinema, di tutto. Luca amava tante cose: la Juve, ovviamente. L’arte contemporanea (non tutta) le moto, i profumi di nicchia, i sigari, la musica (non tutta), le serie tv (non tutte), i libri (ne leggeva tantissimi, ne apprezzava pochissimi), gli artisti di provincia (cui ha dedicato un libro) e mille altro ancora che ci vorrebbero mille vite a vivere le passioni così intensamente come ha fatto lui. La sua esistenza è stata un capolavoro di contaminazioni, di vertici e abissi, di cultura alta e pop, tutto in dosi smisurate e senza sfumature né chiaroscuri. Odiava i formalismi e le formalità, le frasi fatte, le convenzioni, le mezze misure, le mezze calzette e la sinistra equilibrista. Sembrava burbero, diceva di esserlo, ma era smentito dai continui slanci di generosità. Rivendicava il suo essere maschilista ma gli piaceva confrontarsi con le donne e lavorare con loro. Era un conservatore, quello sì, convintamente. Ricordo quella mattina che non gli risposi al telefono e gli scrissi: «Sono a pilates» e lui replicò: «Pilates è di sinistra!», seccato perché aveva avuto un’idea bellissima per un articolo e non poteva condividerla. E non si può che sorridere o ridere ripensando a Luca, a quel suo vivere con pienezza e leggerezza, diviso tra i lavori di docente, scrittore, opinionista, saggista, le due ex mogli, sua moglie Elisa, i quattro figli, le lezioni da tenere, le mostre da curare, i treni da prendere, le partite da seguire, i concerti da vedere. Era allergico alla retorica, fastidiosa come una cravatta avvitata al collo ma, raccontando la sua vita al passato, è impossibile non scivolare nei sentimentalismi del ricordo. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:42111149]] LEZIONI SUI GENERIS Un anno fa Giorgia Achilarre si era da poco trasferita da Torino a Roma per lavorare alla Quadriennale di Beatrice di cui era assistente da molti anni, dopo essersi laureata due volte con quel prof sui generis che durante le lezioni di storia dell’arte contemporanea chiedeva ai suoi studenti di andare al cinema a vedere un film o consigliava di seguire una certa serie tv. «Ho saputo della sua morte mentre ero in auto. Ricordo il punto preciso dell’Aurelia antica in cui mi trovavo. Ero sotto choc, non era possibile. Non poteva essere vero». Un anno dopo, Giorgia è al Palazzo delle Esposizioni. La Quadriennale di Luca è finita. Bisogna disallestire, liberare tutto. È circondata da scatoloni e travolta dalla valanga di quest’anno appena passato. Il destino, in una delle sue migliori performance, si è divertito a intrecciare le date e così, il 21 gennaio è diventato il giorno del primo anniversario della morte di Luca e quello della fine della sua “Fantastica”. Fu lui, ci dice Giorgia, a scegliere quel titolo. «Voleva un nome che si ricordasse e che fosse facile e così un giorno arrivò dicendo “Ho il titolo: la mostra si chiamerà Fantastica”. È un aggettivo ma anche un verbo, un imperativo che invita a immaginare altre realtà». La sua Quadriennale è stata un sogno spezzato di cui ha disegnato la visione e tracciato la traiettoria. «È stato un anno stranissimo, in cui abbiamo portato avanti un progetto che si è bruscamente interrotto. Ho tanta malinconia, ma mi scuoto e rido ripensando a lui, alla sua vita che era un miscuglio di tante cose». È stato un maestro più che un insegnante: «Aveva un modo tutto suo di stare in cattedra. Ogni sua lezione apriva orizzonti su musica, calcio, politica, letteratura. Ci portava a vedere le mostre, ci spingeva ad andare ai concerti. Luca, col suo modo di fare, ha forgiato molti aspetti della mia persona, anche in opposizione. Avevo 19 anni quando l’ho conosciuto...». Quel prof strano dal look trasandato ma minuziosamente ricercato, ha insegnato a Giorgia e agli altri studenti il coraggio e la libertà, ma più di tutto ha regalato loro la capacità di non temere i giudizi. «Una sera a Roma, ci fermammo in un giardino. Pioveva a dirotto e noi avevamo mangiato una pizza che gli era, puntualmente, rimasta sullo stomaco. Allora Luca si piantò nel bel mezzo di un attraversamento pedonale e mi disse: “Devo fare qualche esercizio per digerire”. Così passai oltre mezz’ora sotto la pioggia a guardarlo muoversi goffamente e a ridere, perché che altro potevo fare? Spesso, dovevo assecondare il suo amore per il gelato. In pieno gennaio mi ritrovavo a mangiare un cono due gusti – lui ne prendeva anche cinque - pur di fargli compagnia, di non rattristarlo. Un’altra volta, in un viaggio mi costrinse ad ascoltare tutte le canzoni, proprio tutte, di Sanremo». Giorgia, oggi indipendent curator della Quadriennale, non era sempre d’accordo con lui. Anzi, non lo era quasi mai. «Potrei raccontare del suo spiccato maschilismo, che lo portava a dire cose spiacevoli o a fare battute sbagliate; sempre, però, non credendoci fino in fondo. Potrei raccontare del suo narcisismo, della sua avversione per la raccolta differenziata e del suo guilty pleasure per la plastica e i cibi processati, di quando mi fece provare per la prima volta il sigaro. Potrei raccontare tutto questo e molto altro, ma non renderebbe giustizia al personaggio: Luca ha incarnato la figura del critico autentico che oggi sembra quasi scomparso». BASTIAN CONTRARIO Gli piaceva essere scomodo e andare controvento. Si divertiva a provocare usando la penna ora come fioretto, ora come sciabola. E se qualcuno replicava a una sua critica, beh, quella per lui era la vera goduria, questionare era linfa che titillava il bastian contrario che era in lui. «Quando tornava da un viaggio, doveva sempre portare un regalo al piccolo Giovanni, il suo ultimo figlio. Era innamorato della sua famiglia numerosa e ne parlava spesso», ricorda Giorgia. Si dice che per capire chi è stata davvero una persona bisogna partire dal suo funerale. E chi un anno fa era nel Duomo di una Torino così grigia che sembrava vestita a lutto, ha visto la rappresentazione plastica di un uomo multiforme. C’erano ministri e studenti, artisti e giornalisti, lettori e ammiratori, calciatori e attori, galleristi e collezionisti. C’erano preghiere, lacrime e sorrisi, mentre la bara usciva cullata dalle note struggenti di Into my arms di Nick Cave. L’ultima volta Giorgia lo ha visto a Roma, in Fondazione Quadriennale. «Dopo le vacanze di Natale abbiamo fatto una prima riunione sul catalogo. Quel giorno Luca mi ha ripetuto più volte “stiamo sul pezzo” e queste parole hanno a lungo risuonato dentro di me. In quest’anno, tutti i giorni, ho pensato a cosa avrebbe detto o fatto. Mi sono spesso chiesta: ora che non c’è più con chi mi confronto? Non pensavo sarebbe mai accaduto e invece, sono qui a rimpiangere le chiamate a orari improbabili, le giornate difficili, le incomprensioni. Ma in tutto questo vuoto incolmabile c’è una pienezza straordinaria». Una pienezza che a noi di Libero ci farà sempre dire: “questo pezzo potrebbe farlo Luca Beatrice”, una pienezza che in qualche modo seppellisce la morte. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:41450858]]
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