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Estero Europa
Ursula, svarione sull'Ungheria: riscrive la storia e paragona il '56 al voto di oggi
Oggi 15-04-26, 09:06
La ciambella con la ricetta estemporanea della baronessa Ursula von der Leyen è stata sfornata dalla presidenza della Commissione europea senza il buco, diversamentedalla bandiera ungherese della rivolta del 23 ottobre 1956. A Budapest il tricolore antisovietico aveva infatti un foro al centro, perché gli insorti di quella rivolta di popolo avevano ritagliato e gettato via il simbolo comunista. La presidente a 12 stelle, popolare tedesca, con un ardito quanto incomprensibile parallelismo ha pastrocchiato paragonando gli ungheresi di allora a quelli di oggi: «Ce l’avete fatta di nuovo contro ogni previsione, come nel 1956, quando vi siete coraggiosamente ribellati, quando siete stati i primi a tagliare il filo spinato che divideva il nostro continente». Un volo retorico, forse per il sollievo di essersi liberata lei: dalla spina nel fianco rappresentata da Viktor Orbán. In una sola frase la presidente ha piegato storia, logica e interpretazione dei fatti. Forse nelle sue visite a Budapest si sarà ben guardata dal visitare, a esempio, la sede della radio, la cui facciata riportava le cicatrici degli scontri a fuoco tra gli ungheresi e i militari sovietici e del Patto di Varsavia intervenuti con i carri armati su ordine di Mosca per schiacciare quelli che venivano chiamati ovviamente “fascisti”. Non avrà sicuramente neppure ascoltato gli appelli alla libertà diffusi in Europa in diverse lingue dai microfoni di quella sede, che esortavano a non credere alla propaganda comunista e a supportare il popolo che si ribellava a una dittatura spietata, che porterà al patibolo Imre Nagy e a una dura repressione con esecuzioni capitali e incarcerazione di massa di almeno 25.000 patrioti (perché tali erano). Non avrà mai letto le cronache toccanti sul Corriere della Sera di Indro Montanelli (poi raccolte in volume e divenute un film) e quindi sicuramente non ha capito granché di quanto accaduto domenica in quella che l’eurosinistra e l’eurocrazia consideravano una dittatura, dove invece liberamente e senza sparare un colpo né versare una goccia di sangue (nel 1956 ci furono 3.500 morti e migliaia di feriti) è stato cambiato il capo del governo, sostituito democraticamente col suo ex delfino Péter Magyar ed eleggendo un parlamento senza neppure un rappresentante della sinistra, il cui vero volto da quelle parti conoscono assai bene. Von der Leyen ha pure immaginato metaforicamente il filo spinato tagliato nel 1956, a suo dire primo atto della liberazione di mezza Europa dal comunismo, quando invece il vento effimero della libertà iniziò a soffiare a Poznan il 28 giugno 1956. I polacchi non solo aprirono alla caduta del sistema comunista, ma nell’occasione rifornirono gli insorti delle indispensabili sacche di sangue per le trasfusioni. La presidente della Commissione europea, insomma, ha smarrito la bussola, ma è una dilettante rispetto alla sinistra nostrana, che ha esultato tanto incompostamente quanto immotivatamente, così come fece nel 1956 col sostegno a Mosca. I fatti hanno dimostrato la montagna di falsità della propaganda sull’Ungheria di Orbán popolata da “fascisti” (stessa definizione del Cremlino nel 1956), dove però si è votato liberamente, e ha osannato il vittorioso giovane antagonista, in un parlamento con 50 sfumature di destra, europeista non piegato ai diktat di Bruxelles e con un’idea dell’immigrazione che non è proprio quella del tutti dentro i confini nazionali. E chi è fuori, come Ilaria Salis che ha gioito per il k.o. a Orbán, non sembra aver richiesto a Magyar di essere finalmente sottoposta a giusto processo, ora che l’Ungheria, è pienamente recuperata all’Europa democratica e garantista dei diritti di tutti. Lo dice Ursula von der Leyen.
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