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Capaci, lo shock e l'orrore: l'attentato nelle voci di chi arrivò subito sul posto
Oggi 23-05-26, 06:20
Alle 17.58 del 23 maggio 1992, sull’autostrada per Palermo, Cosa nostra esegue la sua sentenza. Il bersaglio è Giovanni Falcone, il giudice che insieme a Paolo Borsellino ha istruito il primo maxiprocesso alla mafia. Ma nell’esplosione vengono travolti anche Francesca Morvillo, moglie e collega di Falcone, e gli uomini della scorta. A premere il telecomando è Giovanni Brusca. Cinquecento chili di tritolo, nascosti in una condotta sotto l’asfalto nei pressi dello svincolo di Capaci, sollevano l’autostrada come un lenzuolo strappato. Un cratere spalanca la carreggiata. Polvere, lamiere, fumo. Poi il silenzio. La prima Croma, quella con a bordo gli agenti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, viene cancellata dall’onda d’urto. I tre uomini muoiono sul colpo. Nella seconda auto restano intrappolati Falcone, Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza. I corpi schiacciati tra le lamiere, l’asfalto spaccato sotto le ruote, il sangue che si mescola alla polvere bianca del cemento. Falcone e Morvillo arriveranno vivi all’ospedale Civico di Palermo, ma moriranno poche ore dopo, a breve distanza l’uno dall’altra. Costanza, gravemente ferito, sarà l’unico sopravvissuto di quella vettura. Questa è la ricostruzione di quel pomeriggio. Le voci spezzate delle forze dell’ordine, le chiamate concitate dei soccorritori, il rumore di un Paese che in pochi secondi scopre di essere entrato in guerra. Di Lirio Abbate, a cura di Martina Vivani
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