HuffPost

HuffPost (noto fino al 2016 come The Huffington Post) è un blog e aggregatore statunitense fondato nel 2005 ed in breve tempo diventato uno dei siti più seguiti del mondo. L'edizione italiana di The Huffington Post ha debuttato il 25 settembre 2012, realizzata in collaborazione tra l'Huffington Post Mediagroup e il Gruppo Editoriale L'Espresso. Dal maggio 2017 anche l'edizione italiana ha modificato la testata in HuffPost, la stessa dell'edizione statunitense.
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Ogni persona al lavoro ha il diritto di essere felice, la filosofia di Changers
Ieri 22-04-21, 14:33

Ogni persona al lavoro ha il diritto di essere felice, la filosofia di Changers

Cos’è ChangersChangers (https://changers.work/) è la scuola digitale della crescita professionale per i lavoratori dipendenti. Lo slogan della scuola, nata da un’idea di Alessandro Rimassa, autore del libro Generazione 1000 euro ed esperto di future of work, recita “Work Better, Be Happier” per cui è la felicità del lavoratore il motore che spinge a essere anche più produttivi e determinanti in azienda.La scuola, che affianca la community gratuita (https://changers.alessandrorimassa.com/) dove oggi sono iscritti oltre 3.600 professionisti che resta attiva per il dialogo e lo scambio di consigli e strategie utili, ha un focus sulle competenze trasversali. “La pandemia ha accelerato il cambiamento” dice Rimassa, “Investire sulle soft skills consente di avere più tempo per organizzarsi e migliorare la propria carriera”. La digital transformation, come racconta la realtà di Changers, e la sua accelerazione, portata nel mondo del lavoro nell’ultimo anno, impongono un cambiamento per cui tutti i lavoratori, non solo manager o dirigenti, diventino artefici della propria vita professionale e possano vivere al meglio il proprio luogo, anche virtuale, di lavoro. I corsi I corsi (https://changers.work/corsi-crescita-professionale/ ) di Changers si concentrano su competenze e abitudini per migliorare la vita professionale. Il metodo formativo , racconta il team, è basato su quattro “A” (Apprendimento, Ascolto, Allenamento e Accelerazione) e punta a dare risposte ai bisogni concreti dei lavoratori, come gestire il tempo, organizzare riunioni efficaci, comprendere e valorizzare le proprie competenze, relazionarsi con i colleghi. “Il mio team e io abbiamo cercato di pensare la formazione a tutto tondo, offrendo diverse tipologie di strumenti dinamici”, spiega Rimassa. Il primo corso disponibile è Jump che offre esercizi pratici per migliorare il porsi i propri obiettivi, trovare più motivazione e saper gestire meglio le critiche. Un “salto” verso una nuova consapevolezza nell’organizzazione della propria vita lavorativa. Il secondo corso di Changers è Super Habits, un percorso che si svolge solo via email: ogni giorno, per 30 giorni, lo studente riceverà una email in cui saranno spiegate le 7 abitudini di successo nel mondo del business. Le pratiche presentate sono ispirate a quelle di Mark Zuckerberg, Steve Jobs, Jeff Bezos, Oprah Winfrey, Michelle Obama, Elon Musk e Bill Gates. Tutti i corsi in programma sono visibili online nella pagina dedicata (https://changers.work/corsi-crescita-professionale/).I docenti e il magazine di Changers33 professioniste e professionisti, con competenze specifiche in diversi settori, seguiranno gli studenti che vorranno entrare in Changers. Imprenditori, manager, esperti della comunicazione, psicologi, contribuiranno a formare le fondamentali soft skills dei lavoratori. Tra loro Alessandra Lupinacci, Angelica Brasaccio, Fabio Padoan, Giovanni Lucarelli, Marta Caccamo, Enrico Zanieri, Laura Cerioli e Riccardo Germani.Accanto ai corsi, sul sito di Changers si trova un magazine settimanale in cui leggere articoli su temi come produttività, time management, organizzazione, cambio di lavoro, per offrire spunti riflessione sulla propria carriera.
Sottomarino scomparso in Indonesia, corsa contro il tempo: 53 a bordo e solo 72 ore di ossigeno
Estero
Ieri 22-04-21, 14:21

Sottomarino scomparso in Indonesia, corsa contro il tempo: 53 a bordo e solo 72 ore di ossigeno

Cinquanttre passeggeri si trovano al momento nel sottomarino scomparso ieri a circa 100 chilometri dalla costa di Bali, in Indonesia. Una corsa contro il tempo, in quanto l’ossigeno garantito è di sole 72 ore, da quanto ha riferito il capo di Stato maggiore della Marina indonesiana, Yudo Margono. Quest’ultima ha mobilitato sei navi da guerra, un elicottero e 400 persone per le ricerche. Anche Singapore e Malaysia hanno inviato le loro navi, mentre Usa, Australia, Francia e Germania si sono rese disponibili a fornire aiuto.Il sottomarino,un KRI Nanggala 402 di fabbricazione tedesca, era impegnato in un’esercitazione che prevedeva il lancio di siluri quando, alle 3 del mattino ora locale, ha chiesto l’autorizzazione a immergersi in acque profonde. Da quel momento è scomparso, anche se una fuoriuscita di petrolio nell’area dove si è immerso è stata riscontrata, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa di Giacarta attraverso un comunicato. Il sottomarino potrebbe trovarsi a circa 700 metri di profondità e per gli esperti, qualora il mezzo fosse affondato a una profondità simile, il rischio è che si sia distrutto in molti pezzi.“C’è tempo fino a sabato intorno alle 3:00 del mattino. Speriamo di riuscire a trovarli prima di allora”, ha affermato Yudo Margono.
Cara Marzano, nessun sabotaggio sul ddl Zan
Ieri 22-04-21, 14:10

Cara Marzano, nessun sabotaggio sul ddl Zan

Non mi è mai piaciuto fare polemiche pubbliche per ribadire idee e posizioni criticate o contestate da altri: sta al pubblico dei lettori decidere quali siano più o meno convincenti.Questo mio orientamento prevede però un relativo equilibrio nell’accesso ai mezzi di informazione e quindi nella possibilità di influire nella formazione della pubblica opinione. Poiché nel dibattito sul ddl Zan questo relativo equilibrio nei grandi mezzi di informazione non viene molto rispettato sono costretta, dinanzi al travisamento del mio pensiero attuato da Michela Marzano in un articolo pubblicato su la Stampa del 18 aprile, a ritornare sui rilievi critici al ddl Zan espressi in un post del 15 aprile dell’Huff.Innanzitutto Marzano, smentendo le premesse teorico-filosofiche da cui prende le mosse, trasforma il piano delle argomentazioni razionali nella abusata retorica della mozione degli affetti.Ma noi non stiamo discutendo di come rendere sensibile la popolazione italiana alle sofferenze, ai disagi alle difficoltà di vita delle persone omosessuali e transessuali, siamo ben più avanti. Stiamo discutendo di come rispondere positivamente a questa condizione con una legge dello Stato dove credo sia essenziale attenersi alla inequivocabilità dei termini, alla chiarezza dei concetti e dei principi a cui ci si appella.Va innanzitutto ricordato che questo provvedimento è volto a colpire i crimini di omotransfobia, ai quali sono stati aggiunti, a mio parere impropriamente, quelli di misoginia e disabilismo. Ebbene io ho sostenuto che la dicitura “identità di genere” presente nel testo non sia indispensabile a definire più precisamente la fattispecie di quei crimini e quindi a combatterli meglio. Basterebbe sostituirla con “identità transessuale” e tutto il quadro delle sofferenze e disagi tracciati da Marzano sarebbe completamente coperto.Quella espressione ha invece un altro senso, purtroppo del tutto sfuggito a Marzano: in maniera surrettizia introduce e legittima nel nostro ordinamento costituzionale e legislativo una figura non prevista, il “transgender”, ovvero l’autoidentificazione sessuale sulla base della sola manifestazione della volontà soggettiva.Non capisco proprio perché Marzano giudichi “particolarmente maldestro” un passaggio del mio post in cui mi limito a dire, sulla base di numerosi episodi accaduti in altri paesi, che uomini transgender, ovvero uomini con il loro apparato genitale integro che si autodichiarano donne, possono usufruire delle politiche di pari opportunità per le donne, di partecipare alle competizioni femminili, di accedere a luoghi e spazi riservati alle donne e di considerare discriminatorio nei loro confronti affermare che c’è differenza tra una donna di sesso femminile e una transgender.L’identità transessuale e l’identità di genere sono due espressioni differenti. La prima indica una condizione, spesso dolorosa e drammatica, la seconda esprime una visione o il proposito di negare la differenza sessuale. Ebbene io penso che i progetti politici, tutti legittimi, abbiano altre modalità per essere discussi, accettati o respinti che non la formulazione delle leggi dello Stato.Rilevo infine che, nell’articolo, si lasci intendere che avanzare critiche, obiezioni ad alcuni punti della legge (già sollevate all’epoca del suo passaggio alla Camera dei deputati) per migliorarla e consentire un più largo e convinto consenso sui suoi obiettivi fondamentali, verrebbe considerata un’azione di sabotaggio.Se così fosse sarebbe ancor più indispensabile aprire un pubblico dibattito poiché sono in gioco principi basilari del funzionamento della democrazia rappresentativa che necessita di una libera e informata opinione pubblica e non di logiche di schieramento e di conseguenti richiami all’ordine.
Ma dal Raphael la politica non è riuscita a riformare se stessa
Politica
Ieri 22-04-21, 14:05

Ma dal Raphael la politica non è riuscita a riformare se stessa

La forca genera sempre mostri. Comincerei così, dopo aver divorato il libro di Filippo Facci, “30 aprile 1993. Bettino Craxi. L’ultimo giorno di una Repubblica e la fine della politica”, edito da Marsilio. Se Melania Rizzoli, medico di Bettino, lo ha letto in treno da Milano a Roma e a Firenze lo aveva già finito, io l’ho finito prima di leggerlo, sapendo di trovarvi la cronaca e la storia di un passaggio cruciale, di uno snodo atroce e ineludibile per il nostro amato Paese. Le monetine lanciate davanti all’Hotel Raphaël la sera del 29 aprile, verso le sette, contro un uomo verticale, non disposto a uscire dal retro, ma volutamente, caparbiamente e fieramente deciso ad affrontare la folla, petto in fuori, dicono molto, forse tutto, del singolo cittadino che da solo non fa male a una mosca, ma che in gruppo si trasforma, può divenire bestia, perdere la ragione, i freni inibitori, azzannare e pretendere lo scalpo di chi, considerato carnefice, è tramutato improvvisamente in capro espiatorio, responsabile, quasi unico, di una nave inabissata sotto i colpi impietosi di indagini, inchieste, avvisi di garanzia, arresti, caccia alle streghe e suicidi.Eppure il capitano non intende scendere dalla nave. Resta cocciutamente a bordo. Il 3 luglio del 1992, quel capitano, nel discorso alla Camera dei Deputati per la fiducia al Governo Amato, affermò: “Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale.Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.Tutti tacquero. Nessuno si alzò. Ma di quel discorso è l’incipit che deve interrogarci: “Nella vita democratica di una Nazione non c’è nulla di peggio del vuoto politico”.Ecco, il vuoto politico, il vuoto che abbiamo vissuto e patito negli ultimi trent’anni, quando i nani e le ballerine, che prima erano comparse, accompagnatori, spegnitori di luci alla fine di affollate assemblee, sono diventati protagonisti, hanno preso posto al centro del palcoscenico e lo spettacolo si è rivelato a tratti ridicolo, a tratti indegno. La folla ha smesso di tirare monetine, lo sfogo si è spostato sui social network, sulle pagine personali di facebook dove ognuno è libero di sbraitare come desidera, di inveire contro questo o quello, tanto per il qualunquista sempre pari sono e saranno.Chi, come me, non è mai stato craxiano, non ha mai votato né Craxi né Psi, ha iniziato a volergli bene un minuto dopo quelle monetine e sono arrabbiato con me stesso, non me lo sono ancora perdonato, di non avergliene voluto un minuto prima, perché avrebbe significato aver voluto bene alla Repubblica, alla politica come vocazione, professione e competenza, all’uno che non vale mai uno, alla politica che non va mai confusa né con la morale, né con la bontà, né con le mani pulite, poiché è stata introdotta nel Moderno da Niccolò Machiavelli e non da San Francesco, che pure fu peccatore a suo modo prima di assurgere a Santo.La politica è lotta quotidiana fratricida, è alimentata dal consenso, si nutre del voto di elettori che, prima di tirare le monetine, ti chiedono di raccomandare il figlio o il nipote o la sorella in questo o in quel posto, dell’impiegato pubblico che vuole salire di grado, dell’imprenditore che vuole arricchirsi sempre di più e dà lavoro a migliaia di famiglie. La politica si fa con le idee, con i progetti, con le visioni, ma anche con il denaro, con il vile denaro, con lo sterco del demonio. Certo, non bisogna rubarlo, non bisogna appropriarsene personalmente, non bisogna accantonarlo nei propri conti correnti (conti correnti craxiani, tra l’altro, mai trovati), ma persino quel cattivone di Machiavelli (al quale hanno fatto dire una frase mai scritta da lui, che il fine giustifica i mezzi), era contrario, fortissimamente contrario all’appropriazione personale di denaro pubblico. Non era contrario, tuttavia, e non lo sarebbe oggi, agli uomini di Stato, agli uomini in grado di reggere uno Stato, di guidarlo, di farlo progredire, con o senza finanziamento illecito, per assicurare crescita e benessere ai suoi cittadini.Be’, come si evince molto bene dal libro di Facci, quegli uomini sono morti davanti al Raphaël, quella Repubblica e quella politica furono sventrate dall’interno e sostituite con il vuoto, il vuoto che ha continuato a generare mostri, spettacolini comici di modestissimo livello.Eppure, quella Repubblica, quella politica, quegli uomini di Stato hanno avuto la grande responsabilità di non aver saputo riformare una democrazia fragile, un sistema giunto al capolinea, perché anche i sistemi hanno bisogno di tagliandi, di messe a punto, ed è un errore gridare al lupo al lupo e agitare la Costituzione più bella del mondo quando qualcuno intuisce che la macchina non funziona più, che i suoi meccanismi così complessi si sono inceppati e stanno per abbandonarci lungo la strada. L’Italia, purtroppo, si è dimostrato un Paese di riformisti a parole. I riformisti veri sono morti, sono stati uccisi a revolverate, messi a tacere da chi non ha mai voluto modificare il quadro di riferimento, da chi non ha mai voluto rinunciare alle rendite di posizione.Tutti colpevoli, nessun colpevole? Non è di questo che si tratta. Il libro di Facci, che qualcuno può anche considerare di parte, ha il merito di rifare luce su una pagina buia, poiché la verità va ancora cercata e definita. Può non stare nel libro di Facci, la verità, ma neppure nel libro che hanno voluto scrivere i protagonisti di quel tempo tragico e misero, aizzati dalla folla e dalle monetine, e neppure nel libro che hanno voluto tramandarci gli epuratori, i moralisti un tanto al chilo, i propugnatori del bene.Scrive Facci: “Il debito pubblico è più che triplicato, il ceto medio si è impoverito e proletarizzato, la crescita economica è all’ultimo posto d’Europa, le aziende più importanti sono espatriate, o sono state vendute, quelle rimaste sono state maltrattate da una classe dirigente a dir poco neofita; è questo è accaduto assai prima di qualsiasi pandemia. Manca una ‘politica’, termine ormai privo di senso, mancano i politici mentre ‘politica’ e ‘politici’ continuano a essere espressioni dispregiative. Spesso si incolpa un recente passato per giustificare il presente. Spesso, per esempio, si incolpa Craxi”.Craxi è morto. A Hammamet. Non ascoltò il consiglio di Marco Pannella di non esiliarsi. Furono tanti, quasi tutti, in quegli anni a non ascoltare i consigli di Pannella. Poi anche Pannella è morto e, dopo morto, tutti a celebrarne la grandezza. Ah, se avessimo voluto bene prima a queste persone, a questi uomini di Stato in grado di reggere e di guidare uno Stato!
Esce "30 aprile 1993", l'"ultimo giorno" di Craxi, scritto da Filippo Facci. Un estratto
Politica
Ieri 22-04-21, 14:05

Esce "30 aprile 1993", l'"ultimo giorno" di Craxi, scritto da Filippo Facci. Un estratto

Testimone diretto e cronista, Filippo Facci rilegge gli avvenimenti che si succedono dalle 10:00 di giovedì 29 aprile alle 23:50 di venerdì 30 aprile 1993, tra Roma e Milano, quello in cui, agli albori di Tangentopoli, una folla inferocitadavanti all’hotel romano Raphaël investì Bettino Craxi con una pioggia di monetine.Pubblichiamo un estratto da “30 aprile 1993. Bettino Craxi. L’ultimo giorno di unaRepubblica e la fine della politica” (Marsilio, Nodi) pp. 224, euro 18.00, da oggi in libreria.Quella scena, questo libroLa scena dell’Hotel Raphaël e delle monetine contro Bettino Craxi, l’uomo politico più influente degli anni ottanta, è considerata tipicamente il simbolo di un’epoca, forse il più noto simulacro di un periodo storico: la conoscono anche i più giovani, pur se magari non sanno spiegarne il contesto, come si dice; non sanno spiegare, cioè, il nesso tra un prima e un dopo, come se fosse il trailer di un film che non hanno visto. Da una parte, quindi, non si trova testo o documentario sul triennio 1992-1994 che non abbia epicentro in quell’immagine del 30 aprile 1993, spesso accompagnata da quella del cappio che fu sventolato in Parlamento due settimane prima; dall’altra si faticherà a credere, oggi, che la notizia dell’assedio dell’Hotel Raphaël, sulle prime pagine dei giornali del giorno successivo, non fu pubblicata.Non lo fu, e tantomeno nei giorni seguenti. L’unico ad averlo notato, venticinque anni dopo, è stato lo storico Giovanni Orsina in un articolo sulla “Stampa”: “I quotidiani quasi non ne parlarono. Eppure quell’evento è diventato il simbolo di Tangentopoli e Mani Pulite, e del collasso rovinoso della Repubblica dei partiti”. Quell’assenza fu uno solo dei modi in cui la stampa fu corresponsabile.Sui quotidiani del giorno dopo, peraltro, non fu pubblicata neanche una foto dell’assedio, della stretta attorno alle auto: l’unica, poi vista e rivista negli anni a venire, fu scattata da un freelancer che si era arrampicato sulla pedana del ristorante Santa Lucia, a fianco dell’ingresso dell’hotel. Sui giornali l’immagine non apparve, e tantomeno apparve propriamente la “notizia” dell’assedio: in pochi articoli furono solo mimetizzati degli accenni, genere “la polizia presidia l’Hotel Raphaël”, “monetine contro l’ex segretario Psi assediato nel suo albergo”, “sotto le finestre di Craxi la rabbia della gente onesta”. Sui giornali c’era, semmai, un’anticipazione di quella che venticinque anni dopo avrebbero chiamato “rivolta del Web” o del “popolo di Internet”, ossia la trascrizione di centinaia di telefonate o telegrammi giunti nelle redazioni e pubblicati senza filtri.Dobbiamo quasi tutto alle immagini dei telegiornali: senza di quelle forse il caso non sarebbe esistito. Furono trasmesse a loro volta senza filtri: non erano come quelle che si vedevano normalmente nei notiziari, andarono in onda così com’erano, soprattutto su Raitre, e cioè senza editing, con le inquadrature sbollate e i livelli audio sfondati, pronte per una YouTube che non esisteva ancora. Un’altra anticipazione, un altro sgangherato salto in avanti rispetto a uno stile “social” ancora lontano.Non fu soltanto una giornata particolare: fu la dorsale tra un prima e un dopo, e ciò che accadde resta irrimediabile. Non era mai successo – notò Giuliano Ferrara – che la residenza privata di un personaggio pubblico fosse cinta d’assedio per un comportamento istituzionale e comunque democratico, cioè una decisione votata dal Parlamento. Quando c’era la guerra del Vietnam, i contestatori gridavano sotto il fortilizio dell’ambasciata, non sotto la casa privata dell’ambasciatore americano. Persino le Brigate rosse, che ammazzavano avvocati e magistrati, si premuravano di far sapere che le pallottole non erano rivolte agli uomini, ma alle toghe che indossavano. Quando il segretario comunista Enrico Berlinguer, ospite del congresso socialista del 1984, fu sonoramente fischiato, lo stesso Craxi si affrettò a spiegare che i fischi non erano diretti alla persona, “ma a una politica profondamente sbagliata”.Il linciaggio di un uomo politico come Bettino Craxi, in un paese come l’Italia, suonò invece da autoassoluzione di massa per milioni di mandanti che per generazioni avevano potuto votare, accettare, legittimare, e che ora volevano bruciare anche i loro vizi nazionali, le elargizioni a pioggia, il debito morale e pubblico – poi attribuito a Craxi – e insomma, ciò che l’Italietta compromissoria aveva accumulato nei decenni. “Vogliono il rogo, non un processo”, dirà Craxi. Chi era senza peccato scagliò la prima monetina di infinite. Qualcosa cambiò per sempre.Ciò che venne dopo non fu più politica: furono le forme della sua assenza. La tecnocrazia. L’illusione della società civile. La pan-penalizzazione integrale del vivere quotidiano. Il neopopulismo. Persino una medicalizzazione coattiva della cittadinanza, con un netto restringimento delle libertà costituzionali: qualcosa che è ben lungi dal vedere la fine – mentre scriviamo – ma che ha messo ancor più fuori gioco, se possibile, i partiti intesi come rappresentanti della fisiologia democratica.Le piazze, in futuro, non avrebbero più avuto neppure le monetine da tirare, e non solo per un indubbio impoverimento del paese, ma perché le piazze sarebbero diventate virtuali, e l’odio e l’invidia sociale avrebbero nascosto la mano nella solitudine domestica: la famosa folla solitaria. Doveva comunque succedere, probabilmente: il mondo è cambiato dappertutto. Ma solo da noi è cambiato in questo modo, con una cosiddetta “rivoluzione” a fare da abbrivio. Di tutte le profezie attribuite a Bettino Craxi, forse la più trascurata è contenuta proprio nel suo discorso alla Camera del 29 aprile 1993, giorno precedente alla scena del Raphaël:Una rivoluzione: così sono stati definiti e così molti concepiscono gli avvenimenti di casa nostra. Può darsi. Però allora è bene essere consapevoli che una rivoluzione è di per sé sempre una grande incognita e una grande avventura. Ma, soprattutto, una rivoluzione senza un ceto organico di rivoluzionari è destinata solo a distruggere e a preparare un fallimento certo. C’è stata violenza nell’uso del potere giudiziario, nell’uso dei sempre più potenti mezzi di comunicazione. C’è stato un eccesso di violenza nella polemica politica, nella critica, nel linguaggio e nei comportamenti. E la violenza non può far altro che generare violenza nei giudizi, nei sentimenti, nelle passioni, negli animi.Bene o male è l’Italia di oggi, che da allora ha fatto piazza pulita di partiti, istituzioni, simboli, reputazioni, rispetto dei ruoli, soprattutto ha smembrato quel poco di tessuto civico che la nostra giovane democrazia aveva faticosamente ordito, e che il detersivo rivoluzionario ci ha restituito bianco e pulito come un cencio inservibile. Siamo tornati a un misterioso anno zero. Magari, chissà, ci attende un futuro luminoso a cui stiamo opponendo una visione lamentosa e in classico ritardo culturale; nell’attesa, però, abbiamo la certezza che il nostro è l’unico paese europeo che non ha (più) un partito liberale, socialista, verde o democratico-cristiano.Il debito pubblico è più che triplicato, il ceto medio si è impoverito e proletarizzato, la crescita economica è all’ultimo posto d’Europa, le aziende più importanti sono espatriate o sono state vendute, quelle rimaste sono state maltrattate da una classe dirigente a dir poco neofita; e questo è accaduto assai prima di qualsiasi pandemia. Manca una “politica”, termine ormai privo di senso, mancano i politici mentre “politica” e “politici” continuano a esse-re espressioni dispregiative. Spesso si incolpa un recente passato per giustificare il presente. Spesso, per esempio, si incolpa Craxi.Un vecchio modo di governare le nazioni, di cui Craxi era il perno, sono state spazzate via: non è accaduto in un giorno solo, ma se dovessimo sceglierne uno non avremmo dubbi. È il giorno in cui morì la politica. Dopodiché, sul quando e sul dove ebbe inizio il piano inclinato dal qua-le cominciammo a rotolare, si possono avere idee diverse: noi individuiamo senza dubbio la scena del Raphaël, che fu un linciaggio “simbolico” solo perché non riuscì. Non manca, in questo libro, la testimonianza di chi si dolse di non essere arrivato fino in fondo: “Dovevamo sbranare Craxi, avremmo dovuto farlo fuori a pezzi, gettare le sue... budella sulla porta del Raphaël e trascinarle fino al Parlamento”. Parole pronunciate decenni dopo, come si vedrà. Le trasformazioni che dagli anni novanta hanno cambiato l’Italia e il mondo ci sarebbero state comunque: erano inevitabili. In Italia hanno coinciso con una brutale rivoluzione giudiziaria. Questo forse era evitabile. Quindi ora si può fare sociologia da due soldi, si può dire che quelle monetine siano state il battesimo dell’antipolitica, l’incipit di un populismo anticasta che si consacrerà nei Vaffa-Day di quindici anni dopo, passando dalla piazza fisica (il Raphaël) alla piazza mediatica (la tv urlata e quella berlusconiana) sino alla piazza virtuale del famigerato “popolo di Internet”, perfezionamento del “popolo dei fax”. Ma quella fu, in primo luogo, una violenza. Si potrà scegliere l’aggettivo che ne segue: ma il termine resta “violenza”, ed è una violenza che va raccontata. Ora dopo ora. Perché di quei giorni resta l’accaduto, restano le parole che furono dette, restano i fatti che non conoscevamo, o che avevamo dimenticato, rimosso.In un suo libro, Presunto colpevole, l’ex corrispondente da Londra della “Stampa”, Marcello Sorgi, ha raccontato che l’allora premier britannico Tony Blair, a casa di amici, gli chiese di spiegargli perché non si era riusciti a costruire un corridoio umanitario per Craxi, ossia a farlo rientrare in Italia per consentirgli una fine degna. Per Blair risultava incomprensibile ciò che era accaduto tra Roma, Milano e Hammamet tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000, quando Craxi morì anche e soprattutto per mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria. Il programma socialista del 1982 e le riforme introdotte dai governi Craxi, per i laburisti inglesi del 1994, erano diventate un riferimento tanto che si proponevano obiettivi simili; mentre all’estero provavano a imitare Craxi, cioè, in Italia lo lasciavano morire in quel modo. A Blair, Marcello Sorgi rispose che i governi italiani avevano trattato su tutto e con tutti: con il terrorismo interno e internazionale per salvare ostaggi, con i servizi segreti del mondo arabo per limitare i rischi di attentati, con i pentiti di mafia per combattere la criminalità, ma soltanto in due casi non era stato possibile trattare: con le Brigate rosse per Aldo Moro e con la magistratura italiana per Bettino Craxi, morto ad Hammamet il 19 gennaio 2000.La morte di Craxi, in realtà, ebbe inizio il 29 aprile 1993, verso le sette di sera. Qui si racconta questo.
Inchiesta sul Ponte Morandi: "ispezioni fatte col binocolo". C'è anche l'accusa di omicidio stradale
Cronaca
Ieri 22-04-21, 13:41

Inchiesta sul Ponte Morandi: "ispezioni fatte col binocolo". C'è anche l'accusa di omicidio stradale

C’è anche l’accusa di omicidio stradale tra le contestazioni agli indagati per il crollo del ponte Morandi. La procura di Genova, dopo quasi tre anni da quel tragico 14 agosto in cui persero la vita 43 persone, sta notificando oggi gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Sessantanove gli indagati,più le due società Aspi. Oltre all’omicidio stradale - reato punito con la reclusione da due a sette anni - le accuse sono attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo colposo, omicidio colposo e omicidio stradale e rimozione dolosa di dispositivi per la sicurezza dei posti di lavoro.“Non è stato perso nemmeno un giorno senza lavorare a questa indagine - ha detto il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi - la complessità della vicenda, due incidenti probatori, hanno portato a questi tempi”. Inchiesta finita, ora le parti si confronteranno in giudizio: ”È stato un lavoro straordinario - ha detto ancora Cozzi -. Questo è un passaggio importante ma è il punto di vista della procura, dello Stato. Ora si apre una fase in cui le difese spiegheranno le proprie ragioni”. “Come servitore dello Stato - ha concluso - sono onorato ad avere coordinato questa indagine. Lo dovevamo alle vittime e per tutelare interessi pubblici e privati”.La tesi della procura: “Autostrade sapeva dei problemi già dal 1991. In 50 anni sulla pila 9 nessun lavoro di rinforzo”Dal documento notificato agli indagati emerge una storia di incuria lunga quasi trent’anni. Già nel 1990 e nel 1991 Autostrade Spa sapeva - sostiene l’accusa - che nella pila 9 del ponte Morandi, quella crollata nel 2018, c’erano “due trefoli lenti e due cavi scoperti su quattro”. Nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari si legge:“Le indagini diagnostiche degli anni 1990 (19-29 novembre) e 1991 (12-13 giugno) sugli stralli della pila 9, pur eseguite in modi parziali e inadeguati, avevano individuato, sull’unico strallo a mare lato Savona esaminato, 2 trefoli “lenti” e del tutto privi di iniezione, e, sull’unico strallo lato Genova lato monte esaminato, 2 cavi scoperti su 4, privi di guaina perché completamente ossidata, privi di iniezione perché asportata dal degrado originato dalle infiltrazioni dell’acqua meteorica e, soprattutto, alcuni trefoli rotti, con pochi fili per trefolo ancora tesati”.“Ispezioni con i binocoli”Dalle carte notificate agli indagati emergono altri dettagli. Le ispezioni sarebbero state fatte in modo quantomeno superficiale. La società incaricata di queste attività, la Spea,avrebbe svolto i controlli con modalità non conformi alle norme di settore . E, in ogni caso, le ispezioni erano “lacunose, inidonee e inadeguate in relazione alla specificità del viadotto Polcevera”. Effettuate “sistematicamente dal basso” attraverso“binocoli o cannocchiali, anziché essere a ‘distanza di braccio’ e non erano pertanto in grado di fornire alcuna informazione affidabile sulle condizioni dell’opera”. Autostrade, per la procura, era a conoscenza di questo modus operandi.Non solo. Per i pm dal 1967, anno di inaugurazione del viadotto sul Polcevera, gli strali della pila 9 non sono stati mai interessati ad interventi di manutenzione che li rinforzassero.“Spesa per la manutenzione calata del 98% con la concessionaria privata”C’è poi un aspetto che emerge con forza. La differenza negli investimenti sulla manutenzione tra concessionario pubblico e privato. Una differenza abissale, che si è tradotta in una riduzione all’osso della spesa per la sicurezza. Nel documento notificato alle parti si legge: “Nei 36 anni e 8 mesi intercorsi tra il 1982 e il crollo, gli interventi di natura strutturale eseguiti sull’intero viadotto Polcevera avevano avuto un costo complessivo di 24.578.604 euro”. Notevole la differenza tra la spesa pubblica e quella privata: il 98,01% degli investimenti sono stati fatti dal concessionario pubblico. Appena l′1,99% dal concessionario privato. “La spesa media annua del concessionario pubblico era stata di 1.338.359 euro, quella del concessionario privato di 26.149 euro”. Si è passati, insomma, da 3665 euro al giorno ad appena 71.Le altre inchieste su AutostradeDopo la vicenda del crollo del viadotto autostradale sono nati altri tre filoni di indagine dai quali, secondo l’accusa, si nota chiaramente che il modus operanti della società era quello di guardare al massimo risparmio sulle manutenzioni per garantire maggiori dividendi ai soci. Le intercettazioni dalle quali è partita l’inchiesta sulle barriere fonoassorbentinon a norma - figlia, appunto, del fascicolo sul crollo - sembrano andare proprio in questo senso. Le altre due inchieste riguardano i falsi report sullo stato di salute di altri viadotti e la situazione delle gallerie. Quest’ultima nata dopo il crollo nella galleria Bertè, sulla A26, il 30 dicembre 2019.In tutti i filoni di indagine sono coinvolti l’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci, che nell’inchiesta sulle gallerie è stato anche per qualche settimana agli arresti domiciliari, successivamente revocati, l’ex numero due Paolo Berti e l’ex numero tre Michele Donferri Mitelli. Grazie alle indagini e al cambio dei vertici era partito un piano di controlli e investimenti sulle infrastrutture liguri, che l’estate scorsa ha portato enormi disagi sulla viabilità autostradale.Quanto al filone principale, dopo i rinvii a giudizio partirà il processo. Data la mole di accuse e di imputati c’è da aspettarsi che il dibattimento sarà lungo e complesso.Leggi anche...Egle Possetti: "I nostri morti siano riconosciuti vittime di strage""Le vittime del Morandi non siano nominate all'inaugurazione: sarà festa solo quando avremo i colpevoli"
Sul clima Biden doppia Obama. Impegno fino a -52% emissioni al 2030
Estero
Ieri 22-04-21, 13:36

Sul clima Biden doppia Obama. Impegno fino a -52% emissioni al 2030

Ridurre le emissioni di combustibili fossili degli Stati Uniti fino al 50-52% entro il 2030. È l’impegno che Joe Biden annuncia al summit globale sul clima, che raddoppia le riduzioni che l’amministrazione Obama si era impegnata a realizzare nello storico accordo sul clima di Parigi del 2015.Joe Biden farà l’annuncio formale in apertura del summit sul Clima, conferma il New York Times. Gli Usa colgono così l’occasione della Giornata della Terra per annunciare il loro ritorno in una posizione di leadership a livello globale sul tema, esortando quindi gli altri paesi a seguirli sulla stessa strada.L’annuncio di Biden costituisce inoltre un significativo passo avanti anche rispetto agli impegni assunti dall’amministrazione Obama, ovvero una riduzione fra il 25 e il 28% entro il 2025, “a segnalare che la decisione di Biden di rientrare nell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici è solo l’inizio di uno sforzo aggressivo che comprende anche tentare di spingere gli altri paesi nella stessa direzione” scrive il New York Times. l giornale sottolinea quindi quale sia l’obiettivo politico del summit voluto dal presidente Usa: “dimostrare che l’approccio dell’ex presidente Donald Trump verso i cambiamenti climatici era un’aberrazione”.
Forza Italia si accoda a Salvini. Tajani: "Verifica in 10 giorni sul coprifuoco"
Politica
Ieri 22-04-21, 13:16

Forza Italia si accoda a Salvini. Tajani: "Verifica in 10 giorni sul coprifuoco"

“Forza Italia chiede che nel giro di una settimana, dieci giorni si verifichi la situazione della pandemia nel nostro paese e si possa spostare, se le condizioni lo permetteranno, il termine della chiusura dalle 22 alle 23”. Con le parole del coordinatore nazionale Antonio Tajani, anche Forza Italia si accoda alla richiesta del leader Matteo Salvini di rivedere l’orario sul coprifuoco. Intervenuto in un punto stampa con i giornalisti a Bruxelles, in merito all’astensione della Lega, Tajani ha spiegato che “c’è stato un dibattito. Anche noi chiedevamo di chiudere alle 23, non alle 22, poi c’era una maggioranza che puntava alle 22. Èovvio che per noi la stabilità del governo è fondamentale, anche perchè ora si deve discutere del Recovery. Però riteniamo giusto che si faccia un’ulteriore verifica e, se positiva, cioè se la pandemia continua a decrescere, si decida da subito di anticipare le scelte e quindi di passare dalle 22 alle 23 per quanto riguarda le chiusure”.L’eurodeputato ha però confermato come “noi convintamente sosteniamo questo governo. Non pensiamo assolutamente a indebolirlo. Lo indebolisce semmai chi solleva problemi che nulla hanno a che vedere con la guerra contro il coronavirus. Dobbiamo lavorare perché ci siano delle soluzioni che diano risposte concrete ai cittadini italiani”, continua Tajani. ”È ovvio che bisogna fare una sintesi, ma credo che anche gli scienziati del Comitato scientifico che segue l’evolversi della pandemia debbano convincersi che magari allungando di un’ora i tempi di apertura si possono diluire le presenze. E, quindi, questo allungamento, se, come tutti siamo convinti, la pandemia migliorerà, agevolerà non soltanto le imprese, il mondo del commercio, dell’artigianato e in particolare della ristorazione, ma anche cittadini italiani che potranno muoversi con maggiore sicurezza senza creare assembramenti davanti a bar e ristoranti”.
Aiutatemi a comprendere il potere del coro di vulve
Ieri 22-04-21, 13:12

Aiutatemi a comprendere il potere del coro di vulve

La vostra vulva ha mai cantato? La mia no; dovrei preoccuparmi?Forse andrò controcorrente e il mio pensiero cadrà al di là del “politically correct”, ma sono l’unica a considerare la celebre pubblicità di Nuvenia con la vulva canterina un po’ too much?Apprezzo molto le campagne lanciate dall’azienda di assorbenti, ma non capisco lo scalpore suscitato dallo spot “Viva la Vulva”, né il suo potenziale.La pubblicità non mi ha sconvolto, né tantomeno ha generato in me disgusto, vergogna o indignazione. Però, a dire la verità, non mi è parso neppure illuminante e rivoluzionario: conosco l’aspetto della vulva, non a caso ne ho una qui a portata di mano; non ho bisogno di vederla sotto forma di arancia, mollusco, conchiglia o fodero di un borsellino per farmene un’idea più chiara.Così come non ho bisogno di guardare in tv una ragazza in bagno alle prese con un assorbente per comprenderne le modalità d’uso. E non è necessario mostrare il sangue che scorre lungo le cosce di una donna sotto la doccia per manifestare la naturalezza delle mestruazioni: quel sangue mi fa visita più o meno una volta al mese da 13 anni a questa parte e non mi è mai capitato di temere un’emorragia o di dire fra me e me Ew, che schifo!.Allora, il variegato coro di vulve non è scioccante (parlo per me ovviamente, magari un bambino che la vede così per la prima volta, potrebbe pensarla diversamente), ma più che altro comico. E sfido chiunque criticherà le mie risate, chiamandomi insensibile o bigotta, a mantenere la medesima serietà, immaginandosi a tavola a pranzo con la propria famiglia, quando all’improvviso in tv compare un corpo di ballo di peni (di tutti i tipi, ovviamente; curati, incolti, circoncisi e non, di qualsiasi dimensione, inclinazione e colore). La zucchina che fa una piroette, il pene all’uncinetto che interpreta il cigno nero, il cetriolino che saltella da una parte all’altra del palcoscenico, un ragazzo accovacciato sul letto alle prese con un profilattico, il nonno in poltrona che ricama un pene a punto croce.Poi a seguire lo spot dei pannolini per bambini e dei prodotti per incontinenza per anziani, con rappresentazioni vivide e concrete. Vi sembra questa la strategia migliore per giungere all’accettazione e al rispetto del corpo umano?L’idea di guardare la pubblicità Nuvenia al fianco di un ignorante che inorridisce all’idea del ciclo mestruale e non regge il confronto con un corpo femminile adulto, non suscita in me alcun sentimento di empowering, e dubito che possa contribuire alla crescita personale del suddetto ignorante.Il fine dello spot, ossia la creazione di un’ode celebrativa della vulva, in tutte le sue possibili declinazioni estetiche, è onorevole; ma ritenete che una carrellata di frutti e origami possa centrare l’obiettivo?Ben venga aprire il dialogo su argomenti tabù, quali l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole, i disturbi mestruali e le sindromi correlate agli organi riproduttivi, l’iva sugli assorbenti, le conseguenze della pornografia sulla creazione di stereotipi di genere etc.Probabilmente, però, cancellare in maniera forzata il sottile confine che separa la sfera pubblica e quella privata, come lo spot Nuvenia sceglie di fare, non è necessariamente sintomo di progresso, e fallisce nel tentativo di costruire quella base di conoscenza, sempre necessaria per l’avvio di un cambiamento vero.
Uffizi: durante i lavori di restauro spuntano due affreschi perduti
Cultura e Spettacolo
Ieri 22-04-21, 12:54

Uffizi: durante i lavori di restauro spuntano due affreschi perduti

Gli Uffizi recuperano 2.000 metri quadrati di spazi al piano terra e nel seminterrato facendo riemergere affreschi perduti. Durante i lavori di recupero e restauro degli spazi nell’ala di Ponente del museo, la più vicina al Ponte Vecchio, spiega una nota, sono riaffiorati due affreschi del Seicento: in uno è ritratto il granduca Ferdinando I in un clipeo e l’altro raffigura il giovane Cosimo II de’ Medici a figura intera e a grandezza naturale, con le allegorie di Firenze e Siena, da attribuire all’ambito del pittore Bernardino Poccetti (1548-1612).In un’altra sala poi sono state riportate alla luce tutte le decorazioni eseguite nel Settecento, probabilmente durante il regno di Pietro Leopoldo di Lorena. Questi spazi, che si trovano al pianterreno della Galleria, faranno parte dell’ingresso al museo e saranno visibili al pubblico. Complessivamente sono state restaurati quasi 2.000 metri quadrati, finora inaccessibili: otto sale dell’ala di Ponente, 14 sale al piano terra dell’ala di Levante e 21 sale nel piano interrato, nell’ambito dei lavori per la realizzazione dei Nuovi Uffizi condotti dalla Soprintendenza insieme alle Gallerie.A partire dalla riapertura si entrerà dalla parte più vicina all’Arno: il biglietto verrà erogato nelle sale dell’ala di Ponente, dove ci sarà un nuovo guardaroba per i gruppi; l’ingresso al museo sarà dirimpetto, al piano terra dell’ala di Levante. Nei sotterranei dell’ala di Levante, dove sono stati collocati i locali tecnici e gli spogliatoi per il personale della Galleria sono state restaurate anche le antiche scuderie medicee. “In questi ultimi cinque anni è stato fatto un enorme progresso nel recupero degli spazi - ha detto il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt - progresso che permette ora un accesso al museo più razionale e sicuro, e punti di accoglienza organizzati in modo più efficiente”.
Nel mese di maggio partirà la seconda edizione della campagna #LeggiPerMe
Cronaca
Ieri 22-04-21, 12:53

Nel mese di maggio partirà la seconda edizione della campagna #LeggiPerMe

La lettura è un piacere per molti e un diritto per tutti.I ciechi e gli ipovedenti, purtroppo, non vedenti, potrebbero essere privati di entrambi e rischiare di non avere una vita culturale e sociale e pari dignità come qualsiasi altro essere umano. In occasione della Giornata Mondiale del Libro, indetta il 23 aprile dall’Unesco, l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti (UICI)ribadisce l’importanza di garantire anche ai non vedenti la possibilità di informarsi, studiare e leggere libri.Un’opportunità che l’UICIè impegnata a offrireda molti anni grazie all’istituzione nel 1957del Centro Nazionale del Libro Parlato, oggi finanziato anche da un impotante contributo del Ministero della Cultura.Da allora è attivo in tutta Italia, presso le sezioni territoriali dell’unione, unservizio di prestito e di assistenza alla lettura con oltre 30000 titoli disponibili. Ma non tutti sanno che il servizio è a disposizione non solo dei ciechi, anche stranieri, ma anche di tutte quelle persone che per patologia o per l’età avanzata hanno gravi problemi di vista,nonché delle personeaffette da qualsiasi altra disabilitàche hanno difficoltà di lettura autonoma.E’ quindi importante richiamare l’attenzione sul valore della lettura, tanto più in unmomento ancora molto difficile per i non vedenti, costretti a vivere situazioni di particolare disagio a causa dell’isolamento e distanziamento sociale, con i rischi aggiuntivi di contagio per via del ricorso forzato all’esplorazione tattile quale unico strumento di contatto con l’esterno. Mala compagnia di un audiolibro può davvero fare la differenzapercirca 2 milioni di cittadini ciechi assoluti e ipovedenti e per tutte le persone fragili con problemi di vista.Al Centro Nazionale, che ha sede a Roma presso l’UICI, si affiancano i 4 Centri di produzione diFirenze, Lecce,Modena e Brescia.Ilservizio è reso in maniera del tutto gratuita agli utentigrazie al lavoro di circa 600 “donatori di voce”che collaborano con il Centro Nazionale del Libro Parlato.Per usufruirne basta rivolgersii a una delle 107 strutture provinciali dell’UICIoppure inviare richiesta a UICI (lpbs@uiciechi.it) allegando un certificato medico attestante il residuo visivo.E’ anche attivoil servizio “libro parlato on line” che consente agli utenti autorizzati di prelevare i libri direttamente con il proprio proprio pco smartphone.
Omicidio Sacchi, Anastasiya in lacrime: "Colpita alla nuca, vidi Luca a terra"
Cronaca
Ieri 22-04-21, 12:37

Omicidio Sacchi, Anastasiya in lacrime: "Colpita alla nuca, vidi Luca a terra"

“Sentii il colpo alla nuca e caddi a terra, non ricordo come mi rialzai.Andai da Luca, in quel momento non capivo cosa fosse successo.Ho visto solo le gambe di Luca, aperte, era steso a terra”. Questa la ricostruzione che, tra le lacrime, fornisce Anastasiya Kylemnyk, nell’aula dove si tiene il processo per l’omicidio di Luca Sacchi, suo fidanzato morto a Roma il 23 ottobre 2019. A processo anche Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, i due ventenni autori materiali dell’aggressione, Marcello De Propris, che consegnò l’arma del delitto, il padre di quest’ultimo, Armando, accusato della detenzione della pistola.“Quella sera” ha spiegato la ragazza davanti ai giudici della prima corte d’Assise ” Giovanni Princi (già condannato a 4 anni per cessione di droga in processo con rito abbreviato, ndr) ci disse che doveva fare un “impiccetto” per una moto, forse rubata. Mise nel mio zaino una busta marrone, come quelle del pane, con il bordo superiore arrotolata”. L’imputata ha affermato che nella prima denuncia, fatta quando non sapeva ancora che Sacchi era morto, aveva affermato “di essere andata a piedi al pub e non con la mia auto perché ero convinto che Princi avesse fatto qualcosa nella mia macchina. E ho pensato che se era successo quel casino c’era qualcosa che non andava e volevo che io e Luca rimanessimo fuori da questa storia”.“Succede che io tenevo il cane e ho preso il telefono in mano avevo lo zaino con me ho fatto due o tre passi mi sono girata di spalle nei confronti del gruppo (eravamo tutti insieme su un muretto prima di entrare al pub)”, ricostruisce la ragazza. “Non so dire quello che èsuccesso. Quello che ricordo è che ho sentito una forte compressione alla testa, sulla nuca esattamente, e mi sono piegata poco su me stessa, ma non ho capito che fosse dolore. Qualche secondo dopo ho sentito “damme sto’ zaino” e mi sentivo tirare e ho allargato le braccia. Non ricordo quanto tempo sono stata a terra dopo il colpo. Poi mi sono tirata sulle ginocchia, ho girato la testa sulla sinistra e non c’era piu’ nessuno. Ho visto solo sotto il marciapiede le gambe di Luca. Non mi ricordo come mi sono alzata ma sono andata di corsa da lui ma non mi sono resa conto se fosse uno scherzo, un petardo, non ho realizzato”. Alla domanda del pm se fosse andata dal ragazzo “di corsa”, Antasiya risponde che “era distante al massimo due metri. Non ricordo se sono arrivata in ginocchio o in piedi. Io ero sul marciapiede e Luca era sotto al marciapiede”. Scoppiata in lacrime, la seduta è stata interrotta.
Walter De Benedetto non va lasciato solo
Ieri 22-04-21, 12:37

Walter De Benedetto non va lasciato solo

Walter De Benedetto ha 49 anni e fin dall’adolescenza soffre di artrite reumatoide, una malattia degenerativa che lo costringe a letto e provoca dolori atroci. Non c’è una cura per la sua patologia ma c’è il modo di soffrire un po’ meno.Dal 2011 assume regolarmente cannabis a scopo terapeutico perché ha scoperto che può alleviare quei dolori insopportabili che deformano il corpo. Pur in possesso di ricetta medica in questi anni Walter non ha ricevuto un adeguato quantitativo di farmaco utile alla gestione della sua malattia.Per far fronte alla cronica carenza di cannabis che si riscontra nel sistema sanitario e per garantire continuità alla sua cura ha deciso, assumendosene la responsabilità, di coltivare autonomamente la cannabis necessaria per la sua terapia. A seguito di questa decisione Walter è stato accusato di coltivazione di stupefacente ai fini di spaccio.Fermiamoci qui: un malato grave che utilizza la cannabis per scopi terapeutici e l’imputazione di spaccio. Un’incongruenza evidente che nasce in seno alle contraddizioni e alle lacune della normativa italiana e una minaccia che pende sulla testa di tanti malati cronici che, come Walter, decidono di utilizzare la cannabis.Recentemente De Benedetto ha consegnato al presidente Mattarella un appello sottoscritto da 20mila firme raccolte grazie alla campagna Meglio Legale, promossa anche da Radicali Italiani.Nella lettera si legge:“La mia richiesta di aiuto è anche un atto di accusa contro un Paese che viola il mio diritto alla salute, il mio diritto a ricevere cure adeguate per mio dolore. Che è un diritto garantito dall’articolo 32 della Costituzione. E non solo non mi garantisce questo diritto fondamentale, ma mi persegue davanti alla legge per aver provato a risolvere da me il mio stato di necessità.Oggi oltre a essere malato e inchiodato a un letto sono anche indagato davanti al tribunale di Arezzo per coltivazione di cannabis. Caro Presidente, mi appello a Lei perché non ho più tempo per aspettare i tempi di una giustizia che ha sbagliato il suo obiettivo, e non ho più tempo di aspettare le ragioni di istituzioni così caute da essere irresponsabili. Il dolore non aspetta”.Il 27 aprile si terrà ad Arezzo l’udienza conclusiva del processo e noi come Radicali non lasceremo da solo Walter De Benedetto. Saremo con lui in tribunale e davanti a numerosi tribunali in tutta la penisola per sostenere la sua battaglia di umanità e dignità. In questa vicenda giudiziaria se c’è un criminale quello è il dolore che deve sopportare Walter e il tabù sull’utilizzo medico della cannabis è l’unico colpevole.La storia di Walter è l’esempio perfetto di come la legge in Italia costringa i tribunali a processare malati che coltivano il proprio farmaco e i consumatori che decidono di non acquistare cannabis al mercato nero. Depenalizzare l’auto coltivazione, in linea con quanto già stabilito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione nel dicembre 2019, è il primo passo per liberare le forze dell’ordine e la magistratura da inutili procedimenti.L’unica occasione concreta che abbiamo in questa legislatura per fare un passo in avanti su questo tema è che si concluda l’iter di discussione, avviato in Commissione Giustizia della Camera, della proposta di legge a prima firma Riccardo Magi per l’introduzione di pene di più lieve entità e per decriminalizzare la condotta della coltivazione domestica.Dobbiamo mantenere vivo questo dibattito, lo dobbiamo ai malati gravi che, come Walter, si aggrappano alla vita e a tutti coloro che hanno a cuore la legalità: chiediamo alle associazioni, ai partiti, agli imprenditori, ai malati, ai coltivatori e a tutti i cittadini di essere con noi al fianco di Walter martedì 27 aprile alle ore 12.00 in manifestazione statica fuori dai palazzi di giustizia di tante città durante il corso del suo processo.
Più tempo per denunciare
Ieri 22-04-21, 12:35

Più tempo per denunciare

Al mio esame orale di avvocato mi chiesero, tra le altre, di parlare del reato di violenza sessuale. “In particolare - disse il Professore di Diritto Penale - si soffermi sui tempi della vittima per sporgere querela”.Ecco, tutt’un tratto, appena ho visto il video di Grillo mi è venuta in mente la mia risposta a quella domanda.“Il tempo per la denuncia da parte di una vittima di violenza sessuale non è mai abbastanza visto che è un trauma che si porterà dietro per tutto il resto della vita (avevo esordito) tuttavia, il legislatore, prendendo atto della necessità di rendere i termini “congrui” li ha duplicati rispetto a quelli precedentemente previsti dalla norma”.Così avevo risposto, ai tempi.E, quando ho sentito quella frase, in quel video, “ha denunziato dopo BEN 8 giorni” ho pensato che una frase del genere poteva essere pronunciata solo da uno che non ha minimamente idea di cosa sia il reato di violenza sessuale, dei tempi per denunciarlo e tantomeno dello stato d’animo di chi subisce la violenza.Quel forte disorientamento della vittima, tanto commentato dalla giurisprudenza (ragion per cui, a volte, è necessario un sostegno psicologico), quel rifiuto inconscio di chi addirittura cerca mentalmente di rinnegare di esser stata vittima temendo il giudizio popolare o la ritorsione del reo.Ecco, per chi non l’avesse ancora capito, il motivo per cui i termini per presentare querela sono, oggi, di ben 12 mesi dal reato (e, pertanto, 8 giorni sono un battito di ciglia!) perché la vittima, evidentemente, ha bisogno di più tempo per poter comprendere, farsi forza, denunciare e procedere.A dirlo è stata la legge numero 69 del 2019 che è intervenuta su tutti reati sessuali primo tra tutti il 609 bis del codice penale.Un intervento teso, da un lato, a inasprire le pene, per l’ipotesi-base e per le aggravanti speciali, dall’altro ad allargare i casi di procedibilità d’ufficio ed i termini per proporre la querela (raddoppiandoli, appunto).E, per chi ancora non lo sapesse... “il reato punisce con la reclusione da 6 a 12 anni chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali”.Reato per il quale è previsto l’arresto, è vero, ma solo per chi viene colto in flagranza di reato e non per chi, fino all’oltre ogni ragionevole dubbio, deve essere considerato innocente fino a prova contraria.Ebbene sì, per tornare a “quel video” che sta facendo tanto discutere e che, da avvocato, non potevo non commentare, cercando di mettere qualche punto giuridico fermo, fino a quella prova provata avremo solo una vittima che ha denunciato, non anche un colpevole da condannare.Ah, già, per chi se lo fosse chiesto, dopo la mia risposta, sono stata abilitata alla professione forense, e il Presidente della commissione era un uomo...
Riaperture, le Regioni seguono Salvini. Riparte la battaglia contro Draghi
Politica
Ieri 22-04-21, 12:33

Riaperture, le Regioni seguono Salvini. Riparte la battaglia contro Draghi

La battaglia politica sul decreto riaperture, appena approvato dal Consiglio dei ministri, sembrava finita. E invece. Dal fronte delle Regioni si alza lo scontro e il segretario della Lega, Matteo Salvini, fa sponda al presidente del Friuli Venezia Giulia e delle Regioni e delle Province Autonome, Massimiliano Fedriga. “Si è incrinata la leale collaborazione tra Stato e Regioni”, ha tuonato stamattina quest’ultimo. Poco prima aveva firmato una convocazione straordinaria della Conferenza per le 15.30 di oggi. Qualche ora dopo Salvini ha sentenziato: “Le Regioni fanno bene a lamentarsi, non sono state ascoltate su nulla”.Materia del contendere, la scelta del Governo di tenere fermo il punto sul coprifuoco alle 23, come aveva ripetutamente chiesto il segretario della Lega, Matteo Salvini arrivando al muro contro muro fin dentro il Consiglio dei ministri coi ministri che non hanno votato il provvedimento, e rimodulare la percentuale - dal 60 al 70% - degli studenti da far rientrare a scuola in presenza da lunedì 26 aprile.Decisioni, ha sottolineato Fedriga, sulle quali nella Conferenza Stato-Regioni si era raggiunta l’unanimità. Spostare il coprifuoco dalle 22 alle 23 è “una proposta assolutamente responsabile”, qualcuno “mi spieghi perché un’ora di distanza farebbe schizzare i contagi in alto”, ha puntualizzato il presidente intervenendo a Radio Kiss kiss, aggiungendo: “Un’ora in più non penso che rappresenti un problema per il rischio pandemico”.Superati i partitismi, dunque, come sulla riprogrammazione del rientro a scuola in presenza. Fronte sul quale “c’è un problema politico e istituzionale importante - ha spiegato il presidente regionale del Friuli Venezia Giulia - In Consiglio dei Ministri è stato cambiato un accordo siglato tra istituzioni e questo è un precedente molto grave, non credo sia mai successo. Se si cambia idea si convocano le parti con le quali si erano trovati gli accordi e si rimodulano”. Da qui la decisione di convocare “una Conferenza delle Regioni straordinaria e sono in contatto con Anci e Upi. In questo caso si prescinde dalle sensibilità politiche - ha concluso Fedriga affondando il colpo: “Si è incrinata la leale collaborazione tra Stato e Regioni”.Sul punto, poco dopo la convocazione straordinaria della Conferenza presieduta da Fedriga, è tornato anche Salvini, con una nota al vetriolo contro l’esecutivo. Con la modifica inserita nel decreto aumentando la presenza in classe obbligatoria degli studenti dal 60 al 70% “il governo ha disatteso l’accordo raggiunto con gli enti locali, mettendo in difficoltà presidi, sindaci e student”, ha scritto Salvini chiedendo “perché migliaia di studenti ammassati sui mezzi pubblici non sono un problema e non corrono rischi, mentre due persone in palestra o al bar rappresentano un problema?”.Più tardi, aprendo la riunione della segreteria politica della Lega, il segretario ha rincarato la dose. “Il coprifuoco non ha senso, lo dice anche il Cts”, avrebbe considerato Salvini stando a quanto riferiscono fonti del partito. Il segretario ha definito la decisione di non votare il decreto “una scelta di lealtà” verso Draghi e “di fiducia nei confronti degli italiani” perché “la Lega ha dato la sua fiducia al governo Draghi, non al governo Speranza o dei chiusuristi” e “essere alleati leali significa dire, al premier come a un amico, quando secondo noi sbaglia”. Poi, ancora sulle restrizioni, “insistere con coprifuoco, chiusure e divieti - quando i dati sanitari sono in netto miglioramento da giorni - non ha senso” e per concludere l’annuncio di un nuovo provvedimento. Un po’ anticipazione, un po’, auspicio. “Il prossimo decreto a cui stiamo lavorando - ha detto Salvini - dovrà prevedere, nel nome del buonsenso, il ritorno alla vita, al lavoro, alle libertà”.Leggi anche...Draghi scocciato non casca nel giochino di Salvini (di P. Salvatori)Lo sgarbo di Salvini imbarazza i ministri leghisti (di F. Fantozzi)
Il Piemonte chiede le dosi di AstraZeneca rifiutate dalla Danimarca
Cronaca
Ieri 22-04-21, 12:33

Il Piemonte chiede le dosi di AstraZeneca rifiutate dalla Danimarca

Il Piemonte è pronto ad acquistare dalla Danimarca le partite inutilizzate di AstraZeneca. Obiettivo, non frenare la campagna vaccinale garantendo le forniture ai medici di famiglia costretti in questi giorni a rallentare le inoculazioni per carenza di dosi. “Dall’Ambasciata - afferma l’assessore regionale alla Ricerca Covid, Matteo Marnati - ci è stato confermato che il Governo danese starebbe valutando le richieste pervenute anche da altri Paesi e che terranno in considerazione quella del Piemonte. Abbiamo già informato il Ministero della Salute”.Ieri sera, intanto, la Regione ha siglato un nuovo accordo proprio con i medici di base con l’obiettivo di dare una ulteriore spinta alla campagna vaccinale. È stata concordata la fornitura prioritaria dei vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson per completare nel più breve tempo possibile la copertura vaccinale degli over 60. Per le fasi successive, che coinvolgeranno le fasce di popolazione più giovani, verrà valutata la distribuzione dei vaccini Pfizer e Moderna.Per l’assessore alla Sanità della Giunta Cirio, Luigi Icardi, ”è stata scritta una nuova e importante pagina di collaborazione con i medici di famiglia che produrrà un rafforzamento della campagna vaccinale, non solo sul piano delle inoculazioni, ma anche sul fronte altrettanto determinante della corretta informazione”.Antonio Rinaudo, commissario della Regione per l’emergenza Covid, interpellato dall’Ansa sottolinea che non esiste un problema di scarsa adesione degli over 70 e soprattutto degli over 60. “Con i cittadini over 70 e over 60 - afferma l’ex magistrato - non ci sono problemi: piano piano anche coloro che appartengono a queste fasce di età si stanno prenotando, c’è tutto il tempo perché lo facciano. Siamo partiti da poco e certamente finora l’adesione è inferiore a quella delle fasce di popolazione più anziana, ma forse è stata mal compresa la comunicazione, nel senso che qualcuno ancora non sa di potersi già prenotare e vaccinare. Ma non c’è da preoccuparsi, né da pensare a defezioni legate al tipo di vaccino. Anche perché noi abbiamo detto che per la scarsità di AstraZeneca, dato ai medici di base per fare le vaccinazioni nei loro ambulatori, nei centri vaccinali gestiti dalle Asl consigliamo di immunizzare gli over 60 e gli over 70 anche con Pfizer”.“Il Piemonte - rimarca Rinaudo - è pronto per superare le 30 mila dosi al giorno. Ma ci atteniamo alle disposizioni che il commissario Figliuolo ritiene di dare. Siamo in una situazione strana: da un lato ci dicono di non superare le 24 mila somministrazioni al giorno, e dall’altro ci ampliano sempre più la platea dei soggetti da vaccinare”.
Uganda, apre il Centro pediatrico di Emergency progettato da Renzo Piano
Estero
Ieri 22-04-21, 12:32

Uganda, apre il Centro pediatrico di Emergency progettato da Renzo Piano

Oggi a Entebbe, in Uganda, si realizza un sogno: l’apertura del Centro di chirurgia pediatrica di Emergency, un progetto nato dall’incontro tra Gino Strada, chirurgo e fondatore della ong, e Renzo Piano, uno dei più importanti architetti al mondo. Due uomini che hanno condiviso una visione: costruire un “ospedale scandalosamente bello” nel cuore dell’Africa che potesse unire la chirurgia pediatrica con il più alto livello di architettura per divenire un centro di riferimento per i bambini di tutto il continente.Quel sogno è diventato realtà anche grazie al sostegno del ministero della Salute ugandese: sulle rive del Lago Vittoria, a 1.200 metri in una zona verde e salubre, il Centro di chirurgia pediatrica di Emergency è operativo da mercoledì. I primi pazienti si chiamano Ramadhan, Topista, Justine, Katongole, Matovu e Jordan, hanno tra i 3 e gli 11 anni e sono stati ricoverati per problemi all’apparato genitale, gastro-intestinale ed ernie sovraombelicali. L’ospedale di Entebbe curerà gratuitamente bambini e ragazzi di età inferiore ai 18 anni affetti da malformazioni congenite, problemi urologici e ginecologici, anomalie del tratto gastro-intestinale, patologie del sistema biliare, cheiloschisi.“Il modo migliore per aiutare l’Africa è fare lì quelle stesse cose che vorremmo avere anche qui in Italia”, dichiara Gino Strada, chirurgo e fondatore di Emergency. “Siamo andati in Uganda con tutte le competenze, gli equipaggiamenti, le tecnologie necessarie a fare una chirurgia di alto livello e con una struttura straordinaria. Facciamo tutti parte della comunità umana: siamo ‘uguali in dignità e diritti’, come è scritto nella Dichiarazione universale dei diritti umani. Abbiamo la responsabilità di curare un bambino africano esattamente come faremmo con un bambino italiano.”In Uganda, la mortalità infantile sotto i cinque anni è di 49 morti su 1.000 nati e il 30% di questi decessi è causato dalla mancanza di cure chirurgiche adeguate.Il Centro di Entebbe triplica di fatto la disponibilità di posti letto chirurgici per i bambini in Uganda e diventerà un punto di riferimento per le necessità chirurgiche di tutto il continente africano. Dopo il Centro Salam di cardiochirurgia di Emergency aperto a Khartoum, in Sudan, nel 2007, quello ugandese è il secondo centro dell’ANME, la Rete sanitaria di eccellenza in Africa nata nel 2010 su iniziativa della ong, a cui hanno aderito 11 Paesi africani per sviluppare una rete di strutture sanitarie di eccellenza e rispondere a bisogni sanitari specifici su base regionale.La struttura si estende su 9.700 metri quadri e dispone di 3 sale operatorie, 72 posti letto, di cui sei di terapia intensiva e sedici di terapia sub-intensiva, una sala di osservazione e stabilizzazione, 6 ambulatori, una radiologia, un laboratorio con banca del sangue, una TAC, farmacia, amministrazione, servizi ausiliari, foresteria per i pazienti stranieri, area di accoglienza ed educazione sanitaria e una area gioco esterna.L’intero progetto è stato realizzato pro bono dallo studio Renzo Piano Building Workshop, in collaborazione con TAMassociati e la Building division di Emergency.“Mi piace pensare all’Africa come un laboratorio per il futuro e non solo come uno scenario di sofferenza e di guerre dimenticate”, afferma Renzo Piano. “Gino mi ha sempre chiesto di disegnare un ospedale ‘scandalosamente bello’. Parla dello scandalo della bellezza perché per certe persone è uno scandalo offrire bellezza ed eccellenza a tutti, in particolare ai più svantaggiati ed emarginati. D’altronde è risaputo che in tutte le lingue africane, lo swahili per primo, l’idea di bello è sempre accompagnata all’idea di buono: non c’è bellezza senza bontà”, spiega l’archistar.La bellezza – nel progetto di Piano – va a braccetto con la sostenibilità ambientale, con una dotazione di circa 2.500 pannelli solari fotovoltaici in copertura di una parte del fabbisogno energetico del Centro. I muri dell’ospedale sono stati edificati in pisè, una tecnica di costruzione tradizionale che utilizza la terra cruda, garantendo un’inerzia termica che mantiene costanti la temperatura e l’umidità nell’edificio.Tra gli obiettivi del Centro, la formazione di medici e infermieri che possano contribuire a migliorare la chirurgia pediatrica in Uganda. “Il Paese non è del tutto sprovvisto di strutture sanitarie, né di cultura medica, ma necessita della collaborazione internazionale per garantire a fasce più ampie della popolazione la continuità di cure mediche di secondo e terzo livello e la formazione di specialisti”, osserva Rossella Miccio, presidente di Emergency. “La scelta fatta per l’ospedale è stata di inserirlo nel contesto sanitario ugandese come centro di chirurgia elettiva pediatrica, generale e specialistica, al fine di permettere il trasferimento programmato dei piccoli pazienti da tutto il Paese e dall’estero”.A regime, lo staff è composto da 385 addetti, di questi 179 sono personale sanitario. Chirurghi, pediatri, anestesisti, fisioterapisti, infermieri, farmacisti e tecnici sono per l′80% circa professionisti locali e per il 20% professionisti di provenienza internazionale. Lo staff non medico è costituito da internazionali per il 5% e da nazionali per il 95%.“L’apertura dell’ospedale rappresenta un punto di svolta per i bambini dell’Uganda e dell’intera regione dell’Est Africa, grazie alla sua offerta di prestazioni di chirurgia pediatrica di alta qualità, senza alcun costo per i pazienti”, dichiara Ruth Aceng Ocero, ministro della sanità dell’Uganda. “Questa iniziativa è parte dello sforzo del governo volto a rafforzare il sistema sanitario nazionale, riducendo i trasferimenti medici all’estero e potenziando i servizi sanitari per i nostri bambini. Il Centro permetterà inoltre all’Uganda di diventare una destinazione di turismo sanitario per quanto concerne le prestazioni pediatriche e una istituzione centrale nella formazione del personale sanitario locale”.Il ministero della Sanità ugandese ha partecipato da subito allo sviluppo del progetto, collaborando alla sua definizione, mettendo a disposizione il terreno su cui è stato costruito e finanziando, come previsto per tutti i progetti realizzati dalla rete ANME, il 20% dei lavori e dei costi di gestione.“Questo Centro di chirurgia pediatrica curerà i bambini di tutta l’Africa, da diversi Paesi e con diversi problemi. Meritano un bellissimo ospedale, un luogo pieno di gioia e amore, qualcosa per ridare un po’ di speranza, un possibile futuro”, è il pensiero con cui Strada saluta il nuovo Centro. Da oggi quel posto è realtà, grazie all’incontro e alla determinazione di tutti quelli che ci hanno lavorato.
La serie Zero vista con gli occhi di un gruppo di adolescenti (di N.Moncalero)
Cultura e Spettacolo
Ieri 22-04-21, 12:30

La serie Zero vista con gli occhi di un gruppo di adolescenti (di N.Moncalero)

“Mamma, io questa serie la spammo″. Mi ha detto così mio figlio quando gli ho fatto vedere le prime puntate di Zero. Per me una cosa più unica che rara, conquistare lui e il suo gruppo d’amici (dovrei dire i suoi bro?) in un colpo solo.Guardare le serie tv insieme è diventato sempre più difficile: come minimo le affronta tenendo in mano il cellulare. Poi alla prima scena di effusioni un po’ più spinte, saluti e baci. “Vabbè mamma, ma cosa stiamo guardando? Dai su”. Anche questo non è successo con Zero. Baci veloci, le scene imbarazzanti (perché viste con mamma) sono praticamente inesistenti.Luca ha 12 anni e da poco va per la città da solo, solo in precise zone, e non fino alla Barona, dove è girata la serie. Ma ovviamente riconosce piazza Gae Aulenti, corso Como e i Navigli. “Bella questa cosa che è ambientata a Milano. La vedranno in tutto il mondo?”. Essere al centro del mondo comincia ad sembrargli interessante come idea.Gli è piaciuto il ritmo della serie. “Devo mettermi delle canzoni nuove su Spotify”: le ha ascoltate una volta e già se le ricorda. Io ho riconosciuto una canzone perché era a Sanremo. A lui, e agli altri è piaciuta soprattutto quella che Mahmood ha scritto apposta per la serie tv.L’entusiasmo è scattato già alla prima puntata sulla teoria dei vetri rotti: “Mi piace questa cosa che c’è una teoria dietro a quello che succede”. Già: il bisogno di dare un senso a quello che accade.Volevo vedere che effetto faceva ai ragazzi la nuova serie di Netflix, tratta dal romanzo di Antonio Dikele Distefano. Nei giorni scorsi ne aveva parlato anche il New York Times. Così ne ho messi insieme un po’. Mascherine e distanziamento garantito.Alice, 14 anni, vive in quartiere centrale di Milano ma con alto tasso di immigrazione, con tanti italiani di seconda generazione. Gira per Chinatown (Paolo Sarpi) anche lei sempre con le cuffie in testa, perché la musica è quella che la racconta meglio. Il ritmo di Zero, la fa alzare e ballare fin da subito. Alla fine della prima puntata chiede se si può ordinare una pizza con Deliveroo. Non so se si aspetta Omar a consegnargliela o comunque qualcuno di interessante. Di certo l’inizio della storia d’amore tra Zero e Anna l’ha fatta sorridere e digitare qualcosa veloce sul cellulare. Quando i due si avvicinano per la prima volta, cede all’imbarazzo. “No, ma questa cosa è troppo cringe (loro imbarazzante lo dicono così, ndr). Non posso guardare, mi si stringe la pancia”. Sì: le emozioni si muovono proprio così. Le è piaciuto il ruolo di Sara, soprattutto quando mostra la borsa piena di soldi agli amici. È qui che Alice cita un’altra serie tv, La Casa di Carta: “El matriarcato”, il verso è di Nairobi.Lorenzo, 12 anni, ha fermato tutto e ha fatto uno screenshot sui disegni di Omar. Voleva sapere chi li aveva fatti. Da un po’, in camera sua disegna pure lui. Qualcosa l’ha appeso al muro, ma sulla mensola ci sono soprattutto i manga in doppia fila. “Figa sta cosa dei disegni da dare alla tipa”, dice con quel sorriso che non sai se è per ridere o se ci proverà per davvero. “Ogni tanto vorrei sparire pure io” aggiunge, ma se gli chiedi il perché la risposta non dà molta soddisfazione, e forse è meglio così: “Per farmi gli affari miei”. Ha 12 anni, non lascia molto spazio al dialogo se non sei nel suo gruppo di fra o bro. Agli adulti poi risponde solo su comando. E se potessi sceglierti un superpotere? “Vorrei non dover studiare tutto il pomeriggio, per avere un po’ di tempo per me. Per farmi una vita”. Come se questo fosse tutto tempo sprecato.Cate ha 13 anni, è quella che ha guardato più in silenzio la serie. È un po’ persa nei fatti suoi. Le chiedo se ha un supereroe di riferimento. Lei mi colpisce dritta al cuore: “Mia mamma, per tutto quello che ha vissuto”. Non oso chiedere di più, perché sta stringendo il cuscino e guarda già altrove. Si è attorcigliata i capelli, ha torturato le pellicine attorno alle unghie delle mani. Le mani sono sparite più volte nelle maniche della felpa ovviamente oversize. Si capisce che le piace Sharif, quello che a prima vista sembra un po’ il bulletto del quartiere. Cate, ti piace più Anna o Sara? “Sara, Anna ha tutto facile”.Insisto ancora con lei. Ti è piaciuta la serie? “Praticamente è uno Spiderman ambientato a Milano”. Tranchant. Provo a buttarla sul romanticismo, che secondo me è quello che le è mancato in Zero. Sai che Sharif e Sara, dopo aver girato la serie si sono messi insieme? Questa volta le vedo un sorriso. “Noo, che ship″. Credo che voglia dire che se lo aspettava, o forse che ci sperava.Io sono un po’ in dubbio sul finale: un po’ troppo fumettoso, per me. Loro, tutti, sono invece al settimo cielo. “No vabbè, siamo già in hype″, mi dicono. Tradotto, è che sono già in smania per la seconda stagione.Ci sono un po’ di cose da chiarire, un po’ buttate lì, in effetti.Ma il gruppo di Zero ha fatto colpo: il fatto che siano tutti di colore ha impressionato solo per un attimo i ragazzi. È durato di più lo stupore di vedere angoli della loro città, che hanno appena iniziato a conoscere, ripresi per tutte le puntate.“Bello questo gruppo - mi dicono alla fine -. Momo fa molto ridere, Omar e Sharif sono coraggiosi, anche un po’ matti. Invece Inno potrebbe anche svegliarsi un po’: o gioca a calcio o si fa i fatti suoi. Facile così stare al mondo”.Cosa vi piace di questo gruppo? La risposta è corale.“Ci piace perché fa vedere che anche gli amici possono essere la tua famiglia. Sharif e Omar hanno problemi a casa, ma quando escono sono forti, si fanno la loro vita. Il fratello di Sharif è una m***da, ma c’è Omar. Omar scappa di casa perché litiga con suo padre e va subito a dormire da Sharif. Sanno che se hanno un problema possono contare uno sull’altro. Ci garba, ci piace molto. Anche quando Anna ha avuto un problema, sono intervenuti tutti, perché era la tipa di Omar. Sono corsi tutti da lei. E quando Inno e Sara hanno litigato con Sharif, Omar ha trovato il modo di mettere tutto a posto. Più che un supereroe ci vorrebbe un superamico così, per tutti”.
Ha ragione Salvini, Draghi si può criticare
Ieri 22-04-21, 12:09

Ha ragione Salvini, Draghi si può criticare

Agli italiani vien da ridere giocarsi pure Draghi. Quella manna arrivata dal cielo di un premier soprattutto autorevole, sulle piazze estere - quel lato impalpabile all’istante, in soldoni, per noi elettori e quindi un tesoretto tenuto per nulla in conto -, è passibile di quel gioco, avanti un altro, che disbriga concorrenti a raffica.‘Giocarselo’ (Draghi), da biscazzieri, è un frame che esce spontaneo dopo l’altolà di Salvini sul posticipo del coprifuoco dalle 22 alle 23 voluto dal leader leghista (ma pure dai presidenti di regione di sinistra, vedi Bonaccini e da partiti riformisti come Italia Viva) che sottintende, però, la lesa maestà se qualcuno alza il dito e critica il premier.Sgombriamo il campo da conclusioni banali ma che evidentemente così non sono per tutti. Draghi non è infallibile. L’autorevolezza e il pedigree professionale non sono paratie che proteggono l’aurea del magister. Del superior. Salvini, nel merito della disputa, ha ragione. Anzi doveva spingersi più in là. Discutere quando togliere il coprifuoco per sempre.Bisogna capirlo Salvini. Chiede un break even, un punto di rottura rispetto al passato recente, da chi ha confezionato i provvedimenti contro la pandemia, una serie d’innumerevoli errori grossolani, dalla gestione della convivenza con il virus, ai lockdown, che, occhio ai dati, con il vaccino in corso, ci riporta a scenari peggiori rispetto a un anno fa.Qualche settimana fa in un talk televisivo, Pierluigi Bersani difendevail primato del ‘suo’ ministro, Speranza, nell’aver scelto di istituire il lockdown, poi preso a prestito in diversi paesi nel mondo. Sarà. È anche vero che l’Italia istituzionale, il governo insomma, nell’anno pandemico trascorso non ha combinato nulla. Ha nutrito sempre la speranza fanciullesca che il virus potesse scomparire da sé. Ha preso dei banchi a rotelle, la scuola più chiudi che apri, chiesto ai ristoranti e bar di attrezzarsi con protocolli severi per rimanere aperti per poi nemmeno dare l’autorizzazione per aprirli. C’è anche il capitolo sanità ferma ai campi di guerra dei dottori di Mash e i ristori che ancora oggi, in questo momento, mentre scrivo sono distribuiti con il contagocce provocando una morta gora spaventosa.Quando si fa la comparazione dei lockdown con altri paesi, occorre tenere presente lo storico dei comportamenti (in Gran Bretagna mesi di chiusure strette ma nel frattempo hanno vaccinato il 50% della popolazione) per giustificare e leggere meglio i comportamenti correnti.Salvini che certo avrà le paturnie della competizione a destra con la Meloni, della serie ‘che fenomeni’ quando si sta all’opposizione, politicamente vuol andare all’incasso di una stagione di disastri dove lui non era nella cabina di regia e chiede, oggi, di cambiare registro, provare altre strade, visto i precedenti.A soccorso, su una barricata costruita di motivazioni divaricanti rispetto a Salvini, c’è l’onnipresente immunologo professor Galli, che qualche giorno fa non ha esitato a criticare come Draghi si stia muovendo su chiusure e riaperture. Potremmo aggiungere alla lista l’altro presenzialista, il professor Crisanti, che sarcasticamente ha aggiunto “Draghi saprà di economia ma non di microbiologia”.Inizio aprile mi sono arrivati per posta i dépliant pubblicitari di un hotel di Bellaria. All’interno della busta c’era un coupon promozionale addirittura per i fine settimana del 25 aprile e del 1 maggio. Un altro foglio dettagliava i prezzi di giugno, luglio, agosto e settembre. Le prenotazioni stanno correndo. Gli appartamenti in costa adriatica sono quasi tutti sold out. Rebus sic stantibus, qualcuno pensa che possa stare in vigore il coprifuoco? Qualcuno pensa che a metà giugno, a caso, si possa stabilire zona rossa di emergenza per l’Italia intera fino ad agosto?La critica di Salvini avrebbe dovuto essere più portentosa, trovare molti alleati, fino a spingere il premier a cambiare proprio stile e modi. Quegli hotel romagnoli si sono dati da fare, anticipatamente perché sono occupazioni il cui faro guida è la programmazione. Così per altri mille mestieri. Dal teatro, alle orchestre della musica da ballo (quasi tutte sciolte dopo oltre un anno di chiusure), alle feste in piazza organizzate da centinaia di pro loco (anche queste ormai estinte).Ci vuole orecchio, bisogna avere tatto. Salvini (e, ripeto, anche gli altri compagni di viaggio, i presidenti delle regioni, Italia Viva etc.) raccoglie il disagio della popolazione tutta, in sofferenza da regole strette, buttate per lo più a casaccio, fatte rispettare e un po’ no (in questi giorni estivi in zona arancione stretta si vedono frotte di ragazzini giocare a pallone senza mascherina, file di macchine e camion muoversi tra comuni e regioni), regole che contraddicono il buon senso comune e la logica (e quella del coprifuoco alle 22 è una di queste).Gira voce che Draghi “rischiatutto” sia solito ascoltare tutti e poi decidere da solo. Ottimo metodo. Da leader sostenuto. Non dimentichi mai, però, che il domandone finale, o la va o la spacca, del Rischiatutto era una somma di nozioni uscite da libroni enciclopedici che non dividevano alcunché con ragione, sentimento, emozione e buon senso.
"Da 2 mesi non riesco a seppellire mio figlio a Roma. Raggi vergogna"
Politica
Ieri 22-04-21, 11:55

"Da 2 mesi non riesco a seppellire mio figlio a Roma. Raggi vergogna"

“Oggi sono 2 mesi che mio figlio Dario non è più con la sua mamma, con i suoi fratelli, con me. Due mesi che non riusciamo a seppellirlo: Ama non dà tempi di sepoltura degni di una città civile. Anzi, non dà alcun tempo. La tua vergogna non sarà mai abbastanza grande”. Lo scrive su Twitter il deputato del Pd Andrea Romano..@virginiaraggi Oggi sono 2 mesi che mio figlio Dario non è più con la sua mamma, con i suoi fratelli, con me. 2 mesi che non riusciamo a seppellirlo: Ama non dà tempi di sepoltura degni di una città civile. Anzi, non dà alcun tempo. La tua vergogna non sarà mai abbastanza grande— Andrea Romano (@AndreaRomano9) April 22, 2021Il messaggio di Romano, che ha taggato la sindaca Virginia Raggi, ha suscitato immediatamente una serie di reazioni di solidarietà su Twitter. Carlo Calenda ha subito rilanciato il messaggio, mentre il deputato di Iv Luciano Nobili ha commentato: “Un abbraccio ad Andrea e alle tante famiglie romane che si trovano nella medesima condizione. Dolore che si aggiunge a dolore. Virginia #Raggi, non potevi finire cinque anni di disastri più indegnamente di così”.
Sottosegretaria M5S attacca Bongiorno sul caso Grillo, Lega chiede dimissioni
Politica
Ieri 22-04-21, 11:48

Sottosegretaria M5S attacca Bongiorno sul caso Grillo, Lega chiede dimissioni

C’è un leader politico che interviene con un video per difendere il figlio accusato da una ragazza di violenza sessuale. C’è una senatrice della Lega, notissimo avvocato penalista, che difende la ragazza nella causa del figlio del Garante M5S. C’è una sottosegretaria M5S che, pur prendendo le distanze dal contenuto del video del suo leader, accusa la senatrice della Lega di agire da legale difensore per “fini politici”. C’è infine la Lega che chiede le dimissioni della sottosegretaria M5S.La folle storia del processo a Ciro Grillo scrive nuove pagine.”È l’urlo di dolore di un papà. Vi vedo molto il lato umano. Quasi nulla di politico” ma “doveva essere evitato. Dispiace per quello che è successo ma riconduciamolo alla sfera privata e lasciamo fuori la politica”. Anna Macina, sottosegretaria alla Giustizia del Movimento 5 Stelle, commenta in questo modo al Corriere della Sera il video del garante grillino in difesa del figlio, accusato di stupro di gruppo. “Sono due giorni”, continua Macina, “che dal Movimento vengono ribaditi alcuni punti fermi. La tutela dell’indipendenza della magistratura e la difesa delle donne dagli abusi. Per noi parlano i fatti: il codice rosso è stato fortemente voluto da noi. Il reato di Revenge porn prima non esisteva. E l’allungamento del termine per la denuncia da 6 a 12 mesi nemmeno”. Poi, l’attacco. Macina si domanda se il video citato come prova da Grillo sia stato visto anche da Matteo Salvini, che ne avrebbe preso visione da parte di Giulia Bongiorno, avvocato della vittima e senatrice della Lega, nonché legale dello stesso Salvini. “Non si capisce se Bongiorno parla da difensore (che ha quel video), o da senatrice che passa informazioni al suo capo di partito di cui è anche difensore. Mi ha gelato sentirla dire che porterà il video di Grillo in Tribunale, lasciando intendere che il comportamento del papà ricadrà sul figlio. Cosa vuole fare, il processo alla famiglia? Rabbrividisco”, ha affermato Macina.Immediata la reazione della Lega, che chiede le immediate dimissioni del sottosegretario. “Le insinuazioni della sottosegretaria alla Giustizia Anna Macina sono gravissime, insultanti e indegne di un membro del governo. La Lega chiede dimissioni immediate. Ipotizzare che il senatore Salvini abbia visto il video di Ciro Grillo attraverso l’avvocato Giulia Bongiorno è inaccettabile: l’imbarazzo del Movimento 5 stelle per una vicenda così grave e che coinvolge la famiglia del loro fondatore non è un buon motivo per infangare il senatore Salvini e l’avvocato Bongiorno. Il leader della Lega agirà contro il sottosegretario in tutte le sedi civili e penali”, affermano fonti del partito di Matteo Salvini.“Fantasiose, gravissime accuse a mio carico” chiosa Giulia Bongiorno. “Mossa dalla cultura del sospetto (verso i nemici) che caratterizza il Movimento 5 Stelle, il sottosegretario Macina lede gravemente la mia immagine di essere umano, prima ancora che di avvocato, nel provare a insinuare che io abbia reso noti a chicchessia atti del processo. Mi occupo di violenza sulle donne da decenni come a tutti è noto. Ho assunto questo incarico un anno dopo la denunzia che ha dato vita alle indagini e non ho mai parlato con nessuno di questo procedimento nonostante le numerose e pressanti richieste dei giornalisti. Il sottosegretario Macina dovrà rispondere di queste affermazioni farneticanti in sede giudiziaria”.Anche il deputato di Azione, nonché responsabile alla Giustizia del partito, Enrico Costa, scrive su Twitter come “la sottosegretaria M5S alla Giustizia attacca sui giornali l’avvocata (Giulia Bongiorno) della ragazza che ha denunciato il figlio del suo leader e insinua che gli atti siano diffusi dalla difesa per fini politici. La Ministra Cartabia, che ha fatto del riserbo il suo stile, la cacci seduta stante”.
Dopo George Floyd. Cronache da una rivoluzione
Estero
Ieri 22-04-21, 11:24

Dopo George Floyd. Cronache da una rivoluzione

Nel 1992, il regista David Lynch presentò al Festival di Venezia un suo fosco e controverso film, “Twin Peaks: Fire walk with me”, che riprendeva la straordinaria serie tv con lo stesso titolo, popolare tra il 1990 e il 1991. Nelle scene iniziali della pellicola, gli agenti federali dell’Fbi, Chester Desmond e Sam Stanley, indossando gli impermeabili trench di serie, vengono irrisi, ostacolati e alla fine fatti segno di violenza, da parte della polizia locale, sceriffo e sbirri corrotti. Lynch colse un luogo classico della cultura americana, l’Agente Federale “perbene”, l’azzimato attore Kyle MacLachlan, che incalza l’ancestrale oppressione delle zone arretrate. Da Washington partivano, ai tempi del presidente Kennedy e del suo ministro della Giustizia, il fratello Bob, uomini azzimatissimi per costringere il governatore razzista dell’Alabama, George Wallace, a integrare le scuole; da Washington si muovevano le inchieste contro le assoluzioni facili negli stati del Sud, contro i linciaggi, contro le mafie a New York e Chicago.La Nemesi è dea classica, che gli antichi immaginavano capace di punire l’arroganza degli umani, ristabilendo la giustizia violata dal potere. E certo Nemesi sta agendo in queste ore, come fosse un personaggio del cerebrale regista Lynch, smuove drammi nella vita degli Stati Uniti. Derek Chauvin, il poliziotto che a Minneapolis, Minnesota, ha ucciso il cittadino afroamericano George Floyd, strangolandolo in diretta video il 25 maggio scorso, è stato condannato per omicidio e, quando il magistrato assegnerà la pena, rischia oltre 30 anni, che passerà in isolamento totale, perché è troppo pericoloso che un ex agente, assassino, entri in contatto con gli altri detenuti.La notizia è clamorosa, nel 2019 la polizia Usa ha ucciso 457 bianchi, 241 neri e 169 ispanici, l’anno precedente le cifre erano rispettivamente 370, 235 e 158, il Washington Post, che tiene un database ad hoc, stima in circa mille l’anno le vittime delle forze dell’ordine. Eppure, nella storia dello stato di Minneapolis, il Minnesota, Chauvin è solo il secondo poliziotto ad esser condannato e, secondo l’autorevole The Henry A. Wallace Police Crime Database della Bowling Green State University, in Ohio, dal 2015 alla morte di Floyd, appena 5 agenti della polizia locale sono stati condannati per omicidio commesso in servizio, senza poi aver la pena cancellata in appello.Numeri che parlano anche a chi non si è mai laureato in una Law School, licenza di uccidere per chi colpisce in divisa, una percentuale di vittime afroamericane sproporzionata al loro numero nel paese rispetto ai bianchi. Ecco dunque dove ieri, intrecciando la sceneggiatura noir di Lynch e il mito remoto della Dea Nemesi, forse figlia di Zeus, forse di Oceano, l’America cambia. Il ministro della Giustizia Merrick Garland ha ordinato un’inchiesta sul Dipartimento di Polizia della metropoli di Minneapolis, per accertare se la condotta di Chauvin, che abbiamo conosciuto solo grazie al coraggio dell’adolescente Darnella Frazier, che ha ripreso intrepida i dieci minuti dell’agonia di Floyd al cellulare, sia isolata aberrazione, o se invece pratiche, codici e regole locali, magari in modo tacito, legittimino le violenze. È la rottura dell’omertà istituzionale, lasciare che gli Stati regolino la repressione al loro interno, senza che i Feds ci mettano il naso.Merrick Garland, perbene, schivo, un po’ nerd, si è laureato in Legge all’Università di Harvard, dove aveva pure studiato al college, venendo scelto dai compagni come valedictorian, per pronunciare il discorso alla cerimonia finale, compito che cade sullo studente migliore. Il leggendario giudice della Corte Suprema William Brennan, paladino di diritti civili e libertà di informazione, lo aveva voluto nel suo ufficio, poi una carriera togata di spicco, prima giudice alla Corte d’Appello di Washington D.C. quindi a capo dello stesso tribunale. Curriculum così spettacolare che il 13 febbraio del 2016, quando muore improvvisamente il giudice arci conservatore della Corte Suprema Antonin “Nino” Scalia, dopo una battuta di caccia alla quaglia, il presidente Barack Obama non ha dubbi e sceglie come suo erede Garland. Coltissimo, equilibrato, non radicale, Garland viene però, a ben otto mesi dalle elezioni, insabbiato da una rivolta settaria dei senatori repubblicani in maggioranza alla Camera Alta che, guidati dal leader Mitch McConnell e in dispregio di ogni tradizione e lealtà istituzionale, lo tengono in sospeso fino alle elezioni di novembre, lasciando la Corte con soli 8 membri e permettendo al presidente repubblicano Donald Trump di nominare il primo dei suoi tre giudici costituzionali, pacchetto unico che ne perpetuerà il nazionalismo per una generazione.Dal 2016 al 2021, Garland non rompe mai silenzio e aplomb di rito, pur vittima di una ingiustizia livida che non ha precedenti, mai infatti, tra dimissioni o morte di un giudice costituzionale e insediamento del successore, erano passati 293 giorni, record precedente i 125 dei giudice Brandeis, poi però confermato nel lontano 1916. Nemesi deve aver bene individuato Garland, per riserbo e sofferenza, e quando Biden, che da vicepresidente di Obama ne aveva seguito la Via Crucis da vicino, ha dovuto scegliere il suo ministro della Giustizia, non ha avuto dubbi, premiando Garland.Il secchione di Harvard non si accontenta della pur formidabile sentenza di Minneapolis sul sacrificio di Floyd, ma rivendica il diritto di appurare quanto queste saghe barbariche siano innervate nella selezione e addestramento dei poliziotti. Da vent’anni, dall’11 settembre 2001 con gli attentati alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono di Washington, le forze dell’ordine Usa si sono via via militarizzate, arruolando veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan e usando tecniche e pratiche belliche nelle metropoli di casa, con arsenali di armi, armature e munizioni acquistate ai saldi in caserma. Il generale David Petraeus, stratega delle guerre Usa moderne, mi disse una volta: “La ragione per cui chiediamo sempre a voi italiani l’intervento dell’Arma dei Carabinieri nelle missioni internazionali di pace, nei Balcani, in Medio Oriente, Libano, Baghdad e Kabul, è perché sono una polizia militare, non solo soldati. A un posto di blocco, sanno quando parlare, negoziare, quando sparare, mentre ci sono purtroppo commando delle forze speciali che prima sparano poi fan domande…”.Metodo e mentalità che han portato alle morti di questi anni, inclusa la quindicenne Ma’Khia Bryant, uccisa a Columbus, Ohio, mercoledì scorso, per aver attaccato due donne con coltello, e a costanti atti di violenza, come lo spray irritante spruzzato sul volto del tenente dell’esercito Caron Nazario, afroamericano in divisa, durante un banale controllo stradale: pistola puntata, il 12 aprile, l’agente Joe Gutierrez, insulta e minaccia Nazario, che ha le mani alzate e resta immobile, colpendolo con i gas Mace. Ora è licenziato e in attesa di processo per violazione di diritti civili. Domenica 11 aprile, invece, a Brooklyn Center, sempre Minnesota, il ventenne afroamericano Daunte Wright viene ucciso dalla poliziotta Kim Potter, da un quarto di secolo in divisa, freddato con un colpo di pistola, mentre la Potter dice di aver voluto solo usare il taser, che immobilizza i fermati con una scarica elettrica, sbagliandosi con l’arma d’ordinanza: arrestata, liberata con 100.000 dollari di cauzione, andrà a giudizio. Non pensate che sia ovvio, è una rivoluzione.Nomi, vittime, casi, ingiustizie che finivano con una notiziola a piè di pagina e l’archiviazione sicura, senza video o cortei di Black Lives Matter, violenza di sistema non isolata che ora il ministro Garland, giudice mancato della Corte Suprema, vuol cancellare. Vuole smantellare la paura che ha tenuto i passanti, presenti al momento della fine di Floyd, a non intervenire, terrorizzati di fare la sua fine o finire in cella. Darnella Frazier, nella sua toccante testimonianza, ha detto di avere gli incubi e di vergognarsi per non aver fatto di più contro Chauvin, ma chi avrebbe potuto far qualcosa? Chi può opporsi a un potere radicato e che si vanta di avere la Legge dalla sua?L’America sta affrontando, con spregiudicato coraggio, fantasmi e paure che l’hanno avvinta per secoli. Biden ha annunciato che sono state somministrate 200 milioni di dosi di vaccino anti-Covid, il ritiro entro l’estate dalla guerra lunga 20 anni a Kabul, il summit sull’ambiente di oggi e domani, con il presidente cinese Xi tra gli invitati in teleconferenza, per ridare a Washington la leadership verde svenduta da Trump. E nel frattempo, vuol ricostruire le infrastrutture derelitte e rilanciare l’economia, iniettando 5000 miliardi nel paese, con due pacchetti di spesa che spaventano gli economisti tradizionalisti alla Lawrence Summers, come il New Deal di F.D. Roosevelt spaventò gli economisti tradizionalisti nel 1933.A fine mese Biden chiude i primi 100 giorni alla Casa Bianca, tradizionale passaggio di ogni amministrazione. Per i bilanci è presto, e vedremo se e quanto Nemesi lo aiuterà. Di certo, non ha avuto paura di impegnarsi e di rischiare, con l’audacia che troppo spesso manca ai leader europei, troppo burocratici e felpati. Nell’annunciare i programmi di rilancio dell’economia post Covid, nell’affrontare le ingiustizie croniche della nostra società civile, il razzismo, la violenza, la discriminazione contro le donne, vedi il video di Beppe Grillo sulle vittime di stupri, il premier Mario Draghi può meditare sulla trasformazione del pacioso “Uncle Joe”, di cui tanti irridevano bonomia e gaffes. In tempi di emergenza, attendismo e cautela son molto più pericolosi di coraggio e risolutezza.Leggi anche...Processo George Floyd. Condannato Derek Chauvin, tre volte colpevoleChauvin è colpevole ma il processo più lungo è al razzismo Usa (di G. Belardelli)La riscossa di Merrick Garland, 5 anni dopo lo schiaffo (di S. Turrini)
"Elisabetta non abdicherà e Carlo non sarà mai re. Dopo di lei, sarà il regno di William"
Cronaca
Ieri 22-04-21, 11:17

"Elisabetta non abdicherà e Carlo non sarà mai re. Dopo di lei, sarà il regno di William"

Non è ancora tempo per Carlo e c’è chi dice non lo sarà mai. Con la morte di Filippo, la regina ha subito il più duro dei colpi, in una vita che già 26enne - l’età in cui è diventata monarca, dopo la scomparsa del padre Giorgio VI - l’ha investita di carichi difficili da portare. Ha superato lo scandalo di Diana, quello del figlio Andrea, la più recente tempesta scatenata dall’intervista rilasciata dal suo nipote preferito e dalla moglie Meghan. Elisabetta ha appena compiuto 95 anni, 73 dei quali trascorsi sposata all’uomo che l’ha supportata, mentre reggeva il peso della corona. Ora che lui non è più al suo fianco, qualcuno immagina possa decidere di porre fine al regno più lungo della storia britannica, per lasciare quella corona al suo primogenito. Ma gli esperti reali non hanno dubbi: Elisabetta non abdicherà e forse Carlo non sarà mai re.“Meghan e Harry hanno scatenato un incendio che sta cambiando il volto della Gran Bretagna e penso che la monarchia potrebbe modificare il suo approccio arcaico. L’opinione pubblica non apprezza Carlo, la Ditta potrebbe preferire che sia William a diventare re: è più giovane e amato”. L’opinione apparsa su Vanity Fairè di Anna Pasternak, autrice di libri che raccontano la storia dei Windsor. Come lei, sono in tanti a pensarla e da ben prima, in realtà, che i duchi di Sussex svelassero il dietro le quinte di un’istituzione che a detta loro ha peccato persino di razzismo.Da un lato Carlo, il non voluto, incastrato in un matrimonio troppo affollato, che ha preferito Camilla all’amatissima principessa Diana. Dall’altro William, il responsabile, contrapposto al più scapestrato fratello Harry, circondato da una famiglia perfetta, affiancato da una donna che a ogni uscita pubblica sembra fare le prove da regina. Lo hanno scritto i quotidiani britannici - tra cui il Daily Mail - anche giudicando il suo comportamento durante il funerale di Filippo: “Ha confortato il principe Carlo, ha riunito William e Harry e ha donato tranquilla dignità alla cerimonia. Deve essere stata dura accettare quanto detto da Meghan e Harry durante l’intervista rilasciata ad Oprah Winfrey, ma lei ha voluto fare ciò che era meglio per la famiglia reale. Come la Regina, non serba rancore né cerca vendetta. Kate ha capito che la Regina ha bisogno di lei e di William ora più che mai”.Di fatto, però, Carlo è già un “quasi re”. Sebbene il passaggio di consegne ufficiale non ci sia stato e non è detto che mai ci sarà, la regina da tempo ha ceduto la maggior parte delle sue mansioni al primogenito e al figlio William. Sono loro a sbrigare gran parte delle faccende che spetterebbero a Elisabetta, anche se lei resta il volto che rappresenta la monarchia, il brand a cui sarà difficile rinunciare quando non ci sarà più. La famiglia di Kate e William potrebbe garantire un alto gradimento nei confronti della monarchia, come altrettanto non farebbe sovrapporre la faccia di Carlo e Camilla a quella di Elisabetta e Filippo.Non è ancora tempo per Carlo e forse non lo sarà mai.
SuperLega, hanno vinto i tifosi
Ieri 22-04-21, 11:15

SuperLega, hanno vinto i tifosi

La bomba è arrivata in tarda serata di un martedì non come tanti. La prima a tornare indietro è stata il Manchester City, curiosamente la più ricca di tutti, poi a seguire Arsenal con tanto di scuse ai tifosi e tutte le altre “Big Six”, le sei sorelle del calcio inglese che avevano deciso di prendere parte alla Superlega Europea orchestrata da Florentino Perez e Andrea Agnelli, con la collaborazione di JP Morgan.E così è crollato tutto il castello, arrivando a una sospensione, che sa un po’ di “in realtà abbiamo cancellato ma aspettiamo di capire cosa possiamo ottenere in più dalla UEFA prima di comunicarlo ufficialmente”.Non è un caso che i primi sei su dodici, coloro i quali hanno fatto saltare il banco, sono gli inglesi, assediati da media e soprattutto tifosi: “RIP Liverpool 1892 – 2021”:era uno degli striscioni che campeggiava all’ingresso del mitologico stadio di Anfield, all’indomani dell’annuncio della nascita della Superlega; i supporter del Chelsea hanno preso d’assalto ieri prima lo stadio e poi il pullman della squadra che avrebbe affrontato il Brighton in serata.Nel Regno Unito esistono le “supporters’ trusts”, associazioni organizzate di tifosi, molto influenti tra i sostenitori delle squadre, che hanno lo scopo di tenere unite le tifoserie, ma anche di fare da lobby con i club, in un rapporto molto diretto (fino ad oggi), e spesso sono addirittura azionisti di minoranza. Ecco, anche loro, non coinvolti nella decisione, hanno detto cosa pensavano: un “tradimento” per i tifosi del Tottenham, “deplorevole” per gli acerrimi nemici dell’Arsenal, “imbarazzante” per i sostenitori del Liverpool. Insomma, un coro universale di guerra alla Superlega.Non poteva essere altrimenti nella patria che ha inventato il “football”: dove i meriti sportivi vengono ancora riconosciuti, dove i diritti televisivi vengono divisi in modo molto più equo di altri Paesi, maggiormente in base ai risultati, forse l’unico posto dove un Leicester può ancora vincere il campionato.Ed è curioso che una parola che in questo momento circola tantissimo, anche per definire i club coinvolti nella Superlega, sia “custodi” del gioco. Perché il gioco non è loro, è di tutti.Anche giocatori, allenatori ed ex giocatori della Premier sono stati tra i primi ad opporsi fieramente a questo oltraggio alla meritocrazia sportiva, da Guardiola a Klopp, a differenza di Pirlo; passando per lo sfogo virale della leggenda del Manchester United Gary Neville e del capitano del Liverpool Jordan Henderson, che prima ha organizzato una videochiamata su Zoom con tutti gli altri capitani della Premier, e poi è stato artefice di un messaggio comune di condanna sui social da parte di tutti i suoi compagni di squadra.Così, almeno per una volta, nell’eterna battaglia tra tifosi e proprietari, passione e capitalismo, almeno nella percezione comune, hanno vinto i primi. Certo, potrà succedere che la UEFA darà alla fine dei conti più soldi e potere ai 12 apostoli che hanno lasciato il Gesù del pallone (secondo i media spagnoli, vicini a Florentino, i 30 denari agli inglesi sarebbero già arrivati di notte).Ma la cosa importante è che questa potrebbe essere un’occasione importante per riformare il mondo del calcio, rimettere i tifosi al centro di tutto e non privarci della meritocrazia sportiva, di Davide contro Golia, di Atalanta, Ajax, Leicester, Roma-Barcellona e, per dirla come dicono gli inglesi, “quelle fredde notti a Stoke”.Del resto il governo di Boris Johnson, che continua a guadagnare punti nei consensi, aveva minacciato ritorsioni legali e divieti di visti lavorativi a possibili acquisti delle Big Six, grazie alla Brexit estesi a calciatori europei. E ora sembrerebbe voler cogliere l’occasione per dare una nuova struttura al sistema, in un modello simile a quello delle società tedesche – guarda caso quelle coi bilanci a posto e che avevano rifiutato la Superlega – con ampie quote di partecipazione delle società ai tifosi, impedendo maggioranze assolute di imprenditori americani, russi o arabi concentrati sul business e mantenendo intatta l’integrità del gioco.Per dirla con le parole dell’ex giocatore britannico Gary Lineker “il gioco del popolo è stato salvato dal popolo”. E chissà che non verrà anche migliorato grazie al popolo.