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Estero
Iran in piazza, il ritorno di Pahlavi divide l’opposizione
Ieri 09-01-26, 17:14
AGI - La notte scorsa è già diventata storica per l'Iran: decine, se non centinaia, di migliaia di persone in tutto il Paese sono scese in piazza per manifestare. Le proteste hanno coinciso con un appello all'azione da parte dell'erede dello scià in esilio negli Stati Uniti, Reza Pahlavi. I monarchici hanno indicato la grande partecipazione come la prova del sostegno al principe. Tuttavia, molti osservatori continuano a sottolineare la mancanza di una "vera leadership" da parte dell'opposizione e la difficoltà di pesare il reale sostegno dei manifestanti all'idea di un ritorno dello scià come possibile scenario post-Repubblica islamica. Figlio primogenito di Farah Diba e di Mohammad Reza Pahlavi, lo scià detronizzato dalla Rivoluzione islamica del 1979, preparato fin dalla nascita a ereditare il Trono del Pavone, il 65enne Reza vive in un sobborgo vicino a Washington DC. Frequentatore abituale dei caffè locali, spesso accompagnato dalla moglie Yasmine, senza guardie del corpo visibili, è da decenni in esilio negli Stati Uniti. Questa sua distanza dal Paese reale lo rende una figura controversa: oppositore fin da subito della Repubblica islamica, è amato da quella fetta di iraniani - in patria come nella diaspora - che ha vissuto l'era Pahlavi come un periodo di progresso e stabilità, interrotto dalla Rivoluzione khomeinista del 1979, e che vede in lui un simbolo di unità nazionale e una potenziale alternativa al regime degli ayatollah. Allo stesso tempo, è fortemente inviso da una fetta importante della società iraniana - soprattutto le giovani generazioni - che vede con sospetto il suo nazionalismo, i suoi rapporti con Israele e che considererebbe un suo eventuale rientro in patria come un'operazione imposta dall'esterno per creare un governo "fantoccio". Negli ultimi anni, l'ex principe ha cercato di presentarsi come l'unico candidato valido per guidare una transizione dalla Repubblica islamica. Ma per molti iraniani, Reza Pahlavi non è altro che uno straniero che non conosce il Paese e non padroneggia neppure il farsi. Gli appelli all'azione e la leadership dell'opposizione Dopo i raid aerei israeliani di giugno sull'Iran, in cui morirono diversi generali iraniani di alto rango, Pahlavi ha intensificato gli sforzi per intestarsi una leadership dell'opposizione dentro e fuori il Paese. Da Parigi, allora, aveva dichiarato di essere pronto a contribuire alla guida di un governo di transizione pacifica, in caso di crollo della Repubblica Islamica. Sulla scia di queste ultime due settimane di proteste, Pahlavi è tornato a farsi sentire con insistenza: martedì scorso, ha invitato gli iraniani a protestare uniti per due sere consecutive contro la leadership del Paese. "Questo giovedì e venerdì, 8 e 9 gennaio, a partire dalle 20 in punto, ovunque vi troviate, per strada o anche dalle vostre case, vi invito a iniziare a intonare slogan esattamente a quest'ora. In base alla vostra risposta, annuncerò i prossimi inviti all'azione", era stato l'appello. La risposta delle piazze e gli slogan pro-monarchici Ieri sera, un ingente numero di manifestanti hanno marciato attraverso la capitale iraniana e altre città, in quella che è considerata la più grande dimostrazione di forza da parte degli oppositori dell'establishment clericale degli ultimi anni. Secondo diversi analisti, per molteplici ragioni, da reali posizioni monarchiche di sostegno ai Pahlavi fino ad altri motivi come la necessità di unirsi per superare la Repubblica islamica, è possibile che le piazze abbiano deciso di rispondere positivamente alle parole del principe. Reza non è stato mai una figura chiave per i manifestanti in Iran, ma in queste ultime proteste, accanto a grida anti-regime - "Morte al dittatore" e "Questo è un anno sanguinoso, Seyyed Ali Khamenei sarà rovesciato" - si sono sentiti con più forza anche slogan pro-monarchici come "Questa è la battaglia finale, Pahlavi sta tornando". Difficile stabilire se le proteste della notte scorsa e gli slogan pro-monarchici possano essere interpretati come un maggiore consenso verso il figlio dello scià oppure come il risultato di costrizioni imposte dalle circostanze e dalla disperazione. In Iran, molti auspicano che la risposta a questa domanda possa arrivare, in un futuro non troppo lontano, con delle elezioni e un referendum liberi.
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