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Politica
Pd, i riformisti a Schlein: "Qui siamo e qui rimaniamo"
Oggi 30-11-25, 04:16
AGI - "Qui si sta, eccome se si sta. E si resta". Il messaggio che arriva dai riformisti dem riuniti a Prato è diretto alla maggioranza del partito che, a distanza di qualche chilometro, si ritrova per 'blindare' la segretaria Elly Schlein. Due kermesse che si scambiano la propria idea di partito. In prima fila, al Teatro Garibaldi della città toscana, ci sono due campioni di preferenze alle regionali come Matteo Biffoni e Brenda Barini, affiancati dallo 'zoccolo duro' dei riformisti in Parlamento: Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Simona Malpezzi e Filippo Sensi. Il focus è sull'impresa manifatturiera - e vista la location non poteva essere diversamente - gli interventi 'tecnici' sono affidati a Lucia Aleotti, vicepresidente Confindustria, all'ex parlamentare Tommaso Nannicini, a Marco Bentivogli. Il segnale 'interno', però, è che di "tende riformiste" fuori dal Pd - come teorizzato, tra gli altri, da Goffredo Bettini, non se ne parla. Sensi, senatore tra i più attivi nel lavoro di riorganizzazione della minoranza Pd, osserva che "il riformismo è diventato una sorta di nemico del popolo, élite e castigo. Tanto che mi viene fatto di chiedere: ma che abbiamo fatto di male? Perché tutta questa paura, questo fastidio, anche un filo di supponenza? Ora, capisco la destra", aggiunge Sensi. "Destra e riformismo non è che vanno granché d'accordo. In tre anni di governo questi non hanno fatto niente". Quello che è difficile da comprendere, per gli esponenti riuniti a Prato, è l'ostilità che registrano dentro il centrosinistra e dentro il Pd. Senza nominarli per cognome, indicandoli solo con il nome di battesimo, Sensi risponde ai vari big che hanno 'cannoneggiato' l'ala riformista negli ultimi mesi. "Goffredo, uso questo pseudonimo e mi ci accosto con timore e tremore, ci ha ricordato come il riformismo sia una parola 'fraintesa, tradita e mal detta', manca solo la 'e'. 'Fuorviante', dice. Come se ci fosse una e una sola strada, e non piuttosto un cammino comune, accidentato, faticoso, ma coinvolgente. Una parola, ha detto ancora Goffredo, 'da lasciar cadere perché ideologica'. Mi ha colpito questo affondo, perché l'accusa di ideologia, di solito, ci viene mossa dalla destra, che sventola il pragmatismo come la sua ideologia". Il riformismo da salotto e la mozione Montepulciano Stefano è il presidente Pd Bonaccini: Mol (Segue) "Ci ha bollato come 'riformisti da salotto', invocando delle parlamentarie per far pesare i voti sulle proposte. Ora, per restare alle europee, un anno fa, non è che persone come Pina" Picierno "o come Giorgio" Gori "non abbiano preso i loro voti, di migliaia di persone che hanno scritto il loro nome e cognome sulla scheda. Sta di fatto che 'sto riformismo da noia", osserva Sensi, "fa paura, un fastidio che non vi dico, un prurito. In particolare dalle nostre parti. Saluto i compagni della mozione Montepulciano, ci siamo anche noi, fosse mai che pensiate di bastarvi da soli. Noi qui si sta. Eccome, se si sta. E si resta", è l'avviso di Sensi per il quale il Partito Democratico "è riformista o non è. Ed è riformista non avere una e una sola definizione di riformismo. E soprattutto non pensare che sia l'unica valida. Un riformismo che sia metodo. E apertura. E tentativo. E provare e riprovare". Riformismo: parola malata o metodo? L'elenco dei 'compagni della mozione Montepulciano' continua: "Prendiamo un altro nome a caso, Arturo". E qui il riferimento è al deputato Scotto. "Dice: il riformismo è una parola malata. Mi ricorda i tempi andati di Cofferati, correva l'anno 2002, non vorrei si tornasse a più di venti anni fa, a proposito di guardare avanti o indietro. Ora io proprio non riesco a distinguere tra parole sane e parole malate, sarà perché non faccio il medico. Come se malato fosse meno, valesse di meno, mancasse di quella integrità, di quella purezza, di quell'assoluto che decide appunto se una cosa è sana o malata, giusta o indegna, pulita o sporca". Il catalogo delle riforme del Partito Democratico Ancora: "Lo dico anche ad Andrea, nome di fantasia", dietro il quale non è difficile riconoscere l'ex ministro Orlando, "che di recente, a un convegno, si lamentava che "la parola riformismo si consuma in convegni dove viene evocato, ma non produce mai un catalogo di riforme". Ovviamente stigmatizzando 'il riformismo dall'alto' - a me che sono a esagerare 1.71 - che, tuttavia, Andrea stesso conosce bene, avendo fatto parte con protagonismo e ruoli di grande responsabilità di una stagione riformatrice di governo che ha portato per dire alle unioni civili o alla fine delle dimissioni in bianco, per dire solo due cosette. Quindi caro Andrea, nome in codice, il catalogo delle riforme che il Partito Democratico ha fatto in tutti questi anni e che continuerà a fare, quando andremo al governo, dopo cinque anni di deserto della destra, lo abbiamo scritto insieme, e lo scriveremo insieme". Musica e messaggio: "Getting better" Parte il jingle scelto per la giornata di lavori. Ancora i Beatles, come a Milano quando i riformisti hanno dato il loro 'addio' alla stagione della minoranza dem a guida Bonaccini. Allora fu scelta "Revolution" che, a dispetto del titolo, è un pezzo che ironizza su alcune velleità rivoluzionarie. Questa volta, il brano è un programma: "Getting Better", migliorando o migliorandosi.
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