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Trump e il ritorno della Madman Theory
Oggi 09-04-26, 18:55
AGI - L’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon è stato notoriamente descritto come colui che perseguiva la Madman Theory nel suo approccio ai negoziati in tempo di guerra, creando la percezione di essere capace di qualsiasi azione, anche distruttiva, pur di intimorire gli avversari. "Lo stratagemma si basava sull’idea che lui non si considerasse pazzo. Si considerava astuto", spiegava lo storico Zachary Jonathan Jacobson. Questa teoria, che non ha portato a successi duraturi nella guerra del Vietnam, è stata riproposta per spiegare l’attuale approccio del presidente statunitense Donald Trump durante il conflitto contro l’Iran. Le origini della Madman Theory In realtà, la Teoria del Pazzo – secondo cui le minacce estreme possono spingere gli avversari al tavolo delle trattative – Donald Trump la praticava quasi esplicitamente già durante il suo primo mandato. L’idea alla base di questa strategia è semplice quanto astratta: se un leader riesce a convincere i propri nemici di essere imprevedibile, disperato o persino fuori controllo, questi ultimi potrebbero essere più propensi a concedere vantaggi pur di evitare il peggio. Dalla guerra del Vietnam ai conflitti contemporanei Nel caso di Richard Nixon, la teoria non produsse risultati duraturi nella guerra del Vietnam. Tuttavia, il concetto è rimasto nel dibattito strategico e diplomatico, riaffiorando ciclicamente nei momenti di forte tensione internazionale. L’uso calcolato dell’ambiguità e della paura è diventato uno strumento di pressione, ma anche una scommessa ad alto rischio. Un’importante differenza è che il Vietnam della metà del Novecento non era centrale per l’economia mondiale. L’Iran dell’inizio del XXI secolo lo è indubbiamente. Se poche settimane di bombardamenti possono scatenare la peggiore crisi energetica degli ultimi cinquant’anni, un’escalation "folle" potrebbe trasformare l’inflazione del prezzo del petrolio in una vera e propria penuria di greggio. Ci sono già danni alle infrastrutture che, secondo la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, richiederanno anni per essere riparati. E tutto questo senza contare il probabile esodo di rifugiati nel caso in cui l’Iran diventasse uno Stato fallito. L’approccio di Trump nel conflitto con l’Iran Nei 38 giorni di conflitto, Donald Trump ha riproposto questa impostazione conducendo i negoziati con un approccio sfrontato, che sembra uscito direttamente dagli ambienti immobiliari di New York. Ha dato il via all’operazione Epic Fury mentre erano in corso i colloqui con l’Iran, ricordando la strategia dell’attacco a sorpresa utilizzata dal Giappone per colpire la flotta statunitense a Pearl Harbor nel 1941. I limiti di una strategia basata sulla paura Questa teoria si adatta bene alla personalità e ai comportamenti di figure di peso contemporanee come Vladimir Putin e Kim Jong-un, oltre allo stesso presidente americano. Tuttavia, l’approccio solleva interrogativi profondi: fino a che punto ci si può spingere con l’ambiguità strategica senza perdere credibilità? Quanto è davvero efficace spaventare il mondo per ottenere ciò che si vuole?
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