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Estero
Che cos'è la EU Inc., la scommessa di von der Leyen a Davos per sbloccare la crescita europea
Oggi 21-01-26, 10:29
C’è sempre un che di liturgico e insieme di disperato nelle apparizioni della Commissione europea a Davos. Tra le nevi svizzere, dove il capitalismo globale viene a misurarsi la febbre, Ursula von der Leyen ha lanciato ieri quella che potrebbe essere la ciambella di salvataggio – e speriamo non l’ennesimo boomerang lanciato controvento – per la competitività del Vecchio Continente. Lo ha chiamato “28esimo regime”, o più efficacemente “EU Inc.”. L’idea è di una semplicità disarmante: vista la difficolta a integrare dal basso 27 normative nazionali, proviamo a creare una forma societaria interamente europea, un passaporto giuridico che si sovrapponga, senza annullarli, ai diversi ordinamenti locali. La logica di mercato è ineccepibile: viviamo in un’era in cui i capitali si muovono alla velocità della fibra ottica, ma un’impresa che vuole espandersi da Milano a Monaco deve ancora affrontare un percorso a ostacoli degno di un girone dantesco burocratico. “Troppe aziende devono guardare all’estero per crescere”, ha detto von der Leyen, ammettendo che il mercato unico di 450 milioni di persone è, sulla carta, una prateria, ma nella realtà una palude. La promessa è suadente: registrare un’azienda online in 48 ore, ovunque nell’Unione, con un unico set di regole. Per l’Italia, e per il suo vivace ma spesso rachitico ecosistema di startup, questa non è una riforma: è una potenziale manna dal cielo. O meglio, una via di fuga. Il capitalismo italiano soffre da sempre di nanismo, non (solo) per mancanza di ambizione, ma perché il costo amministrativo della crescita è proibitivo. Se il 28esimo regime diventasse realtà, una startup innovativa di Bologna o un fintech di Milano potrebbero nascere direttamente come “EU Inc.”. Significherebbe bypassare in un colpo solo le lentezze della giustizia civile italiana e le farraginosità del nostro diritto societario, optando per uno standard europeo snello, riconoscibile dagli investitori di New York o Singapore, che non hanno tempo di studiare le peculiarità del diritto fallimentare italiano. Non è solo poesia: studi della Banca Mondiale indicano che mercati unificati come quello americano generano un 20% in più di produttività grazie a economie di scala. Attenzione però a non risvegliare i fantasmi burocratici del passato. L’Europa ci aveva già provato nel 2001 con la Societas Europaea (SE), un progetto nobile sulla carta finito per diventare una chimera giuridica: invece di un regime unico, partorì ventisette varianti diverse, zavorrate da continui rinvii alle leggi nazionali e costi di costituzione proibitivi, sostenibili solo da colossi come Allianz o BASF. Per le startup e le PMI, la SE è rimasta un miraggio costoso e inaccessibile, soffocato dall’incertezza legale. La lezione per la Commissione è brutale: se la nuova EU Inc. nascerà infarcita di compromessi al ribasso e “gold plating” statali, sarà un altro buco nell’acqua. Esiste però un “ma”. Il diritto societario è l’hardware, la struttura della macchina. Ma una Ferrari con il telaio in carbonio non va da nessuna parte senza benzina. E la benzina, in economia, sono i capitali. Von der Leyen ha saggiamente accennato alla necessità di una “Union of Savings and Investments”, la nuova etichetta per quella Capital Markets Union di cui si parla da un decennio con scarsi risultati. È qui che il progetto rischia di incagliarsi. L’Europa è un gigante del risparmio che dorme su una montagna di liquidità parcheggiata in conti correnti improduttivi, mentre le sue aziende vanno a quotarsi al Nasdaq o cercano venture capital in California. Creare la “EU Inc.” senza completare l’Unione dei Mercati dei Capitali sarebbe un esercizio di stile: avremmo aziende bellissime, giuridicamente perfette, registrate in 48 ore, ma ancora affamate di cash ed equity. La vera sfida del progetto non è nella visione, ma nell’esecuzione politica. I governi nazionali difenderanno con le unghie i loro piccoli privilegi normativi, i loro albi professionali, le loro riserve di caccia fiscali. Ma per l’Italia, il gioco vale la candela. L’idea che un imprenditore possa scegliere di aderire a un regime “federale” opzionale è la forma più alta di concorrenza: quella tra ordinamenti. Se Roma non saprà riformarsi, le imprese italiane sceglieranno l’Europa restando fisicamente in Italia. “Se faremo le cose per bene – ha concluso Von der Leyen – questo non solo aiuterà le aziende UE a crescere, ma attirerà investimenti da tutto il mondo”. Vero. Ma il “se” pesa come un macigno. Senza un vero mercato dei capitali unificato, la EU Inc. rischia di essere una bellissima scatola vuota. Ma per una volta, l’Europa sembra aver capito che per competere con l’uniformità di Stati Uniti e Cina non serve più regolamentazione, ne serve una diversa: unica, digitale e, si spera, a prova di timbro notarile.
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