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Il casco vietato all'ucraino e la bandierina russa su quello dell'italiano
Oggi 10-02-26, 17:55
Ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 si è aperto un dibattito inaspettato sui limiti della libertà di espressione degli atleti e sulla presunta incoerenza del Comitato olimpico internazionale nel far rispettare le regole riguardo a simboli e messaggi nei siti olimpici. Lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevych, portabandiera della sua nazionale, aveva deciso di gareggiare con un casco decorato con i volti di atleti ucraini morti nella guerra contro la Russia. Per lui si trattava di un modo profondamente personale e simbolico per ricordare amici e compagni uccisi dal conflitto, molti dei quali erano membri della comunità sportiva ucraina. Tuttavia, il Cio ha giudicato quel casco una violazione della Regola 50 della Carta Olimpica, che proibisce espressioni politiche e di propaganda nei siti olimpici, e ha stabilito che Heraskevych non potrà usarlo nelle competizioni ufficiali. Comprmesso, una fascia nera sul braccio. "È ingiusto", ha detto Heraskevych in un video sui social. "Queste persone non avrebbero dovuto lasciarci così giovani. È importante rendere loro omaggio". Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, intervenuto sulla vicenda, ha aggiunto che era un modo per ricordare “al mondo il prezzo della nostra lotta”. Negli stessi giorni, nella stessa Olimpiade, si è sollevata un’altra polemica attorno ai caschi degli atleti, ma con una piega molto diversa. Il veterano snowboarder italiano Roland Fischnaller è stato visto scendere in gare con un casco decorato con numerose bandiere di paesi in cui ha partecipato ai Giochi passati, tra cui anche la bandiera della Russia — simbolo secondo il regolamento teoricamente vietato nelle sedi ufficiali dei Giochi. In questo caso, il casco è stato ammesso perché quelle bandiere non rappresentano un messaggio politico, ma sono semplicemente un omaggio alla lunga carriera di Fischnaller nelle Olimpiadi, in quanto ogni sticker richiama la nazione ospitante di edizioni in cui ha gareggiato, compresa quella tenutasi in Russia nel 2014. Ma a fare discutere non è tanto la scelta dello snowboarder quanto quella che è stata letta come una forma di doppiopesismo del Comitato olimpico. Nel cuore delle competizioni olimpiche, dove lo sport dovrebbe unire e superare i conflitti, questi due episodi rivelano una tensione sotterranea attorno al tema della libertà di espressione. * Questo articolo è stato scritto da uno studente durante il periodo di alternanza scuola-lavoro
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