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Il drone da 30 milioni distrutto nella base italiana in Kuwait. Missione a rischio. Parla il generale Camporini
Oggi 16-03-26, 16:06
Domenica mattina il settore italiano della base militare Ali Al Salem, in Kuwait, è stato colpito da un drone kamikaze. Dalle prime ricostruzioni sembra che l'attacco sia partito dalle milizie filoiraniane operanti nella regione che sono riuscite a penetrare le difese aeree. Nell'esplosione nessun soldato italiano è rimasto ferito, ma è stato distrutto un drone dell'Aeronautica militare italiana, modello MQ-9A Reaper (Predator-B) di produzione statunitense. Una perdita da quasi trenta milioni di euro. Spesso tendiamo a identificare i droni come piccoli oggetti volanti che costano qualche decina di migliaia d'euro. E in parte è così: la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dagli ucraini contro la Russia fanno parte di questa "famiglia". Ma il modello italiano che è stato distrutto in Kuwait non riguarda un semplice velivolo telecomandato, ma un sistema d'arma e sorveglianza strategico avanzato. "È un sistema di ricognizione estremamente raffinato", dice al Foglio Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica. "L'Italia ne ha sei e sono macchine che l'Aeronautica ha imparato a usare molto bene", continua il generale. Infatti non sono tecnologie nuove. "No, l'Aeronautica ha sempre utilizzato i famosi Predator. I Reaper sono semplicemente la versione modernizzata e potenziata dei Predator. Riesce a raccogliere tutta una serie di informazioni utili per la sorveglianza". A tale scopo un Reaper può raggiungere i quindici chilometri di altitudine durante le sue operazioni. Per intenderci: un volo di linea qualsiasi arriva a dieci. Ha inoltre un'autonomia di ventiquattro ore con a bordo radar in grado di visualizzare lo scenario anche attraverso le nuvole, telecamere che identificano una singola targa da dieci chilometri di distanza e sistemi di protezione contro il disturbo elettronico. Può essere pilotato anche dall'altra parte del mondo via satellite, il che però richiede antenne e hardware costosissimi. Anche le dimensioni non sono da meno: un Reaper è lungo undici metri, largo quasi quattro e con un'apertura alare di venti metri. Insomma, un costo elevato ma per prestazioni uniche. Dopo l'attacco alla base italiana di giovedì scorso a Erbil, nel Kurdistan iracheno, potremmo cominciare a parlare di azioni mirate. "È un attacco contro le presenze straniere nella regione in generale - dice Camporini - a prescindere dal fatto che siano italiani o meno. È chiaro che l'aggressione che ha subito l'Iran ha scatenato una reazione nei confronti di tutti coloro che non fanno parte della comunità locale e che sono però all'interno dell'area". Nulla di personale, insomma. "No, nessun intento preciso contro il nostro paese". I contingenti in Iraq e in Kuwait erano già stati alleggeriti: nella base militare italiana del Kuwait si era già passati da trecentoventi militari a ottanta, mentre in quella irachena da cinquecento a qualche decina. Gli sviluppi ora sembrano incerti. "È difficile prevederlo ora. Questa era una base kuwaitiana, dove ci sono reparti americani prevalentemente dedicati al trasporto e il nostro distaccamento che vedeva la presenza di Eurofighter, un caccia intercettore pilotato, un tanker, ovvero un grosso aereo progettato per trasportare enormi quantità di carburante e trasferirlo ad altri velivoli mentre sono in volo e i Reaper". Erano lì per una operazione militare? "Sì, un'operazione nata nel 2014 da due risoluzioni delle Nazioni Unite, si chiama 'Inherent Resolve'". È la missione a guida statunitense nata per contrastare l'Isis. "Partecipano alla missione ottantaquattro paesi, una coalizione di paesi molto ampia che aveva l'obiettivo di stabilizzare e ricostruire l'area. Ora non so che fine farà questa missione internazionale".
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