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Il futuro sospeso degli ucraini in Europa. Parla l'economista Mariya Aleksynska
Oggi 28-02-26, 06:00
Il tempo sospeso dei rifugiati ucraini in Europa. Non è il nome di un libro, ma il titolo di uno studio pubblicato dalla rivista Eco, diretta da Tito Boeri, in cui l’economista ucraina ed ex Ocse Mariya Aleksynska racconta l’incertezza giuridica e geopolitica in cui vive oggi chi fugge dal paese. “La loro condizione è diversa da quella di chi scappa dalle guerre civili perché non sono perseguitati del proprio governo, anzi” dice al Foglio l’autrice Aleksynska. Nel 2026, secondo lo studio, circa il 50 per cento desidera tornare in Ucraina quando la guerra finirà. Nel 2022 la quota era più alta – circa 4 su 5, l’80 per cento – ma è scesa anche perché molti sono già rientrati, circa un milione nel 2025 secondo l’Unhcr. Unhcr e Ocse stimano che dal 2022 circa 10 milioni di ucraini abbiano dovuto abbandonare la loro casa. Più della metà è uscita dal paese e, nel 2025, 4,3 milioni risultavano nell’Unione europea sotto il permesso di protezione temporanea, mentre circa 5 milioni restano sfollati interni. In Europa, però, esistevano già comunità ucraine. Per esempio, tra il 1990 e il 2000 l’Italia è stata una delle mete principali dell’emigrazione per lavoro, e tra il 2014 e il 2021 è stata la principale destinazione della prima ondata: oltre 18 mila domande d’asilo accolte. Dopo il 2022, queste reti presenti in Europa hanno facilitato l’accoglienza: ospitalità a parenti e conoscenti, aiuti amministrativi, iscrizioni a scuola. L’Ue ha attivato la direttiva sulla protezione temporanea – varata nei primi anni Duemila –, prorogata dal Consiglio europeo fino a marzo 2027. Il meccanismo garantisce accesso immediato al lavoro e al welfare, oltre alla libertà di movimento nell’Unione ma solo per brevi periodi, perché l’eventuale trasferimento stabile richiede una nuova registrazione nel nuovo stato. Proprio perché “temporanea”, questa protezione non può durare indefinitamente. Ma finché la guerra non finisce, un rimpatrio resta impraticabile nonostante Kyiv auspichi un ritorno anche per contribuire alla ricostruzione. Dall’altro lato, però, vi è anche la necessità di integrarsi nel paese ospitante, seppur solo temporaneamente. Alcuni stanno passando a canali ordinari, come permessi di lavoro per chi è già occupato, o domande d’asilo. “Lo status di rifugiato presuppone il bisogno di protezione dal proprio stato e, di fatto, l’impossibilità di rientrare”, riflette Aleksynska. “Nel caso ucraino il pericolo deriva da un’aggressione esterna e l’obiettivo è permettere agli ucraini di tornare in futuro, senza documenti che li blocchino all’estero. Concedere a tutti lo status di rifugiato implicherebbe accettare un insediamento permanente, difficilmente sostenibile politicamente per i leader europei”. Così, per effetto di questa incertezza sull’esito della guerra o del proprio stato giuridico, il tempo dei rifugiati resta sospeso. La volontà di rientrare dipende anche dalle future garanzie di sicurezza e dalle prospettive economiche: dove vivere, che lavoro trovare, che futuro costruire per i figli. Investire pienamente nell’integrazione in Europa è possibile, ma spesso conviene solo se si ottiene uno status stabile, alternativo alla protezione temporanea. Il rischio è un’incertezza che diventa permanente e frena l’emancipazione personale, il proprio potenziale lavorativo e sociale e, per molti, prolunga la separazione dalle famiglie. A maggio 2025, in Germania erano presenti circa 1,2 milioni di ucraini, in Italia 167 mila e in Polonia – i cui confini sono a 50 km da Leopoli – circa un milione. L’impatto è stato visibile anche nei flussi di denaro, in parte capovolti: non solo rimesse verso l’Ucraina, ma soprattutto trasferimenti verso i familiari stabiliti in Europa, specie nella fase iniziale quando molti uomini sono rimasti in patria. La Banca centrale ucraina stima che nel 2022 i migranti abbiano speso fuori dal paese almeno 2 miliardi di dollari al mese, ossia oltre il doppio delle rimesse in entrata del 2023 (11,4 miliardi annui). Di qui l’aumento dei consumi; e, in alcune aree, anche pressioni su affitti e servizi. In Polonia, un’analisi dell’Unhcr stima per il 2024 un impatto netto della migrazione pari al 2,7 per cento del pil. Vi è comunque la necessità di risolvere questo tempo sospeso. “Finché la guerra continua, dobbiamo pensare a una soluzione”, riflette l’economista. “O l’Ucraina entra nell’Ue e si applica il quadro dei cittadini europei, oppure serve uno status alternativo. Molti rientrano in canali ordinari (lavoro, ricongiungimenti, studio), ma una quota resterà comunque fuori da ogni categoria. La scorciatoia sarebbe lo status di rifugiato, ma renderebbe più difficile il rientro”.
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