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Sport
La legacy olimpica
Oggi 21-03-26, 10:27
C’è una parola che accompagna ogni grande evento sportivo, che ritorna puntualmente nei dossier di candidatura, nei discorsi dei sindaci e nelle conferenze stampa dei comitati organizzatori: eredità. Legacy, nella lingua globale dello sport. Significa ciò che resta quando lo spettacolo finisce, quando gli stadi e i palazzetti si svuotano, quando i riflettori si spengono e il mondo si concentra sul prossimo evento. È una promessa rivolta al futuro: non solo medaglie, ma infrastrutture, sviluppo, comunità. È dentro questa promessa che si muovono, da prospettive diverse, due libri che raccontano lo sport contemporaneo: quello del già presidente di “Sport e Salute” Vito Cozzoli, "L’anima sociale e industriale dello sport" (Piemme, 2025) e quello dell’economista americano Andrew Zimbalist, "Circus Maximus: The Economic Gamble Behind Hosting the Olympics and the World Cup" (Brookings Institution Press, 2020). Il libro di Cozzoli parte da un assunto chiaro: lo sport non è soltanto competizione o intrattenimento. È una delle grandi industrie culturali del nostro tempo e, insieme, infrastruttura sociale. Muove economia, certo, ma produce anche coesione, inclusione, educazione, salute pubblica e, visto che tutti questi fattori sono misurabili, produce valore. Proprio per questo Cozzoli immagina lo sport come politica pubblica. In questa prospettiva, lo sport diventa una leva di sviluppo, che tiene insieme welfare, territorio e sistema produttivo. Nei molti interventi da presidente di “Sport e Salute”, così come nelle audizioni di Camera e Senato (il libro è un’antologia dei suoi contributi), c’è spazio anche per un approfondimento sulla gestione del Foro Italico, che fa capo direttamente a “Sport e Salute”, e sulle tante manifestazioni ospitate come driver di turismo, economia e crescita della pratica sportiva. Andrew Zimbalist guarda soprattutto a quest’ultimo aspetto, ma da un’altra angolazione. In Circus Maximus analizza il lato economico dei mega-eventi globali, Giochi Olimpici e Mondiali, e arriva a conclusioni più scettiche. I grandi eventi promettono crescita, turismo, rigenerazione urbana, ma troppo spesso lasciano alle città organizzatrici debiti pubblici, impianti sottoutilizzati e bilanci difficili da giustificare. Lo spettacolo è grandioso, ma il conto arriva dopo. Tra queste due visioni non c’è contraddizione, ma piuttosto una tensione perché lo sport è, davvero, entrambe le cose: infrastruttura sociale e grande spettacolo globale. Il problema, semmai, è capire quale dimensione prevale quando le luci si spengono. È una domanda che riguarda molto da vicino anche l’Italia: i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina hanno portato un grande successo misurabile, per ora, sul piano sportivo. Per eccellere nei medaglieri olimpici, però, la ricetta è semplice: occorre investire tanto (denaro) su pochi (atlete o discipline sportiva). La vera partita si gioca dopo con infrastrutture, trasformazioni territoriali, scelte urbanistiche, eventuale incremento della pratica sportiva di base o diminuzione del tasso di inattività fisica della popolazione. In altre parole: quando si potrà misurare davvero l’eredità e verificare se è rimasto qualcosa che durerà più delle due settimane di gare. La storia dei grandi eventi ci dice che non sempre accade, ma è proprio in questa distanza tra promessa e realtà che si gioca il futuro dello sport come politica pubblica, il senso della sua anima, sociale e industriale insieme. E magari anche la decisione su candidature future.
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