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Estero
Le divisioni europee su Hormuz e sull'alleanza tra Stati Uniti e Israele
Oggi 21-03-26, 15:04
Il presidente americano Donald Trump sta cercando di costruire un’alleanza navale per ripristinare il regolare accesso allo Stretto di Hormuz, ma le reazioni da parte di Bruxelles e delle diverse cancellerie europee risultano spesso disomogenee. Il Foglio ne ha discusso con Olga Deutsch, vicepresidente della Ong Monitor e senior fellow presso il Misgav Institute for National Security, dove si occupa di geopolitica internazionale e, nello specifico, delle relazioni Europa-Israele. “Sia l’Unione europea come istituzione che l’Europa come entità geopolitica stanno attraversando cambiamenti tettonici che hanno cominciato a scuotere il Vecchio continente a partire dal conflitto tra Russia e Ucraina. Nonostante la centralizzazione dei poteri a Bruxelles, oggi assistiamo sempre più a un’Europa frammentata, con un approccio verso la politica estera spesso dettato da tre fattori principali: le relazioni del singolo stato con il medio oriente; quelle con la Casa Bianca e, nello specifico, con l’attuale Amministrazione; non da ultimo, quelle con la comunità islamica locale, che in certi paesi europei ha un potere elettorale ormai non più trascurabile”. Deutsch suddivide l’Europa in tre macro-aeree, spesso in conflitto tra di loro perché con tre diversi background storici e diverse agende geopolitiche: “Uno dei più grandi blocchi è quello dell’Europa nord-occidentale, costituito dai paesi che hanno costituito l’Ue e che, storicamente - anche attraverso la loro presenza nel Consiglio di sicurezza dell’Onu - hanno sempre esercitato il ruolo di negoziatori, puntando molto più sulla diplomazia che sull’approccio militare, grazie anche al rapporto privilegiato che avevano con gli Stati Uniti. Questo, tuttavia, oggi risulta sempre meno rilevante, specie nel Regno Unito di Starmer e la Francia di Macron, entrambi molto attenti a mantenere il consenso da parte dell’elettorato progressista, in cui la comunità islamica locale ha un peso sempre più significativo”. L’altro grande blocco è quello orientale, costituto dai paesi che un tempo erano parte dell’Unione sovietica o formalmente allineati con Mosca e che “alla luce del conflitto in corso con Kyiv - e la consolidata alleanza tra Cremlino e Teheran - si sentono fortemente minacciati e, per questo, non hanno tardato a dimostrare il proprio sostegno nei confronti di Stati Uniti e Israele, distaccandosi dalla politica di ‘de-escalation’ dettata da Bruxelles, già dai tempi dell’invasione russa in Ucraina”. Infine, c’è il blocco del Mediterraneo “che si trova geograficamente più vicino al medio oriente e quindi maggiormente sotto tiro – Cipro è già stata colpita più volte dal regime – e i cui stati sono i primi a dover gestire la crisi umanitaria degli immigrati mediorientali che cercano di raggiungere l’Europa dalle coste di questi paesi che, pertanto, si trovano a dover affrontare anche la questione della sicurezza interna”. Osservando le dinamiche tra questi tre blocchi “il primo e il terzo sono quelli che hanno maggiormente a che fare con la gestione della comunità musulmana locale, a differenza del secondo che, al contrario, si sente più libero di appoggiare l’intervento militare americano-israeliano”. Tuttavia, secondo l’analista “più che la questione politica, quello che potrebbe risultare l’ago nella bilancia negli sviluppi del conflitto con Teheran, sembra essere la questione economica. Poiché ancora oggi, sia l’Europa nel suo insieme che Bruxelles, sono totalmente dipendenti, sul piano energetico, da Russia e medio oriente. L’Ue, oltre a non avere ancora affrontato il tema della necessità di un esercito, non ha mai risolto quello dell’indipendenza energetica. Oggi la grande sfida dell’Europa è trovare una propria identità in un momento storico in cui non solo è sempre più frammentata politicamente ma dove - tra l’aumento esponenziale della popolazione musulmana da un alto e il timore dell’egemonia russa dall’altro - invece di costruire un unico ‘sistema europeo’, emergono sempre più le istanze nazionaliste”. “Per questo – conclude - non sorprende come, di fronte ad una crisi sempre più evidente a Bruxelles e il ruolo sempre meno egemonico di Londra e Parigi, sia oggi la Germania di Merz ad assumere la leadership dell’Europa: al confine tra i tre ‘blocchi’ - oltre agli storici rapporti privilegiati con Washington e Tel Aviv – la Germania risulta l’unico paese europeo con un solido assetto economico”.
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