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Economia e Finanza
L’Opas di Poste su Tim non c’entra con il sovranismo
Ieri 22-03-26, 20:43
Ha scelto la domenica referendaria Poste italiane per annunciare la notizia forse più importante della sua storia: un’offerta pubblica di acquisto e scambio sul totale delle azioni Tim. La notizia, completamente inattesa per la tempistica ma strategicamente prevedibile dopo che la società, sotto la guida dell’ad Matteo del Fante e del direttore generale Giuseppe Lasco, è diventata l’azionista di riferimento stabile del gestore telefonico, ha una forte valenza per l’Italia che vede nascere “un grande gruppo integrato, pilastro infrastrutturale e tecnologico dell’economia nazionale”. Si tratta di un’operazione – in parte cash e in parte in contanti – del valore complessivo di 10,8 miliardi di euro finalizzata all’acquisto del 100 per cento delle azioni Tim. Dalla combinazione tra le due aziende, ha spiegato una nota diffusa nella serata di ieri, nascerà un mix diversificato di attività “resiliente e generatore di cassa con solidità finanziaria e ampie riserve patrimoniali distribuibili”. Poste italiane e Tim rappresentano, infatti, “una perfetta integrazione realizzando un’offerta unica e completa promossa da una rete di distribuzione senza pari”. In effetti, il matrimonio tra le due società, su cui a lungo ha scommesso anche la Borsa vedendo nell’integrazione la strada più naturale per generare sinergie industriali e finanziarie, può rappresentare un modello di consolidamento anche a livello europeo. Per quanto Poste italiane abbia come maggiore azionista lo stato, è un gruppo quotato con un azionariato diffuso e una gestione manageriale. Dall’altro lato, Tim è il primo gestore telefonico italiano e con la cessione della rete fissa ha avviato una nuova fase di rilancio e riduzione del debito. L’ingresso di Poste in Tim è avvenuto sotto la regia del governo Meloni, ma sarebbe riduttivo leggere questa operazione come una forma di “nazionalizzazione” postale-telefonica, primo perché con l’eventuale fusione che avverrà tra le due aziende al termine dell’opa, la partecipazione del Mef si assottiglierà e potrebbe aprirsi una riflessione sul suo destino futuro e secondo perché l’obiettivo finale sembra quello di far nascere un grande “big data” italiano nel tentativo di rispondere a nuovi scenari competitivi nel contesto europeo e internazionale. In questo caso, l’Italia punta più ad assicurarsi la sovranità dei dati che a stabilire un principio di sovranismo.
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