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No Boxing day, stadi chiusi, diete natalizie, ma almeno niente gite a Perth
Oggi 26-12-25, 16:39
Lo si sapeva da mesi che nel Regno Unito, il giorno di Santo Stefano, non ci sarebbe stato il tradizionale appuntamento pomeridiano del Boxing day con le partite della Premier League. E non ci sarebbe stato perché quest’anno il 26 dicembre cadeva di venerdì, a giugno inizia il Mondiale e dalla scorsa stagione ci sono due partite in più nel girone unico di Champions League: insomma si giocano un sacco di partite e le settimane in un anno sono sempre le stesse. Anche se i tifosi inglesi lo sapevano da mesi, quando il 26 dicembre è arrivato davvero molti si sono resi conto che un Boxing day senza calcio, o meglio con solo un Manchester United-Newcastle – per di più alle 21 –, non era bello e appassionante come tutti gli altri Boxing day, ma diventava solo un giorno come tanti, anzi un po’ più triste perché passato a digerire cibi e bagordi natalizi, senza una festa da attendere e nemmeno uno stadio dove andare, una televisione da accendere a un’ora stabilita con una birra e qualche amico (o familiare) come alleato, le gioie e le incazzature che solo lo sport sa concedere a chi considera lo sport, almeno quello da vedere, qualcosa di irrinunciabile. Certe cose le si possono anche conoscere – e pure con parecchio anticipo – ma quando accadono rimane un sottile e mesto senso di amarezza. Prendete per esempio i giocatori del Manchester City. Tutti sanno benissimo che Pep Guardiola è un tipo preciso al limite dell’ossessivo, che giocando nelle sue squadre si dovrà, in un modo o nell’altro, scontrarsi con le sue stranezze e bizzarrie e che, soprattutto, non si potrà sgarrare di una virgola dal suo pensiero totalitario. Eppure le sue star strapagate hanno appreso con amarezza e stupore che per loro questo Natale non sarebbe stato un giorno completamente di festa. Giorno libero sì, ma senza free drink e pasto libero. Al ritorno agli allenamenti Guardiola li avrebbe attesi davanti alla bilancia: chi sgarrava nel peso avrebbe preso la via della panchina o della tribuna. Il calcio in fondo è business, attorno a lui girano un sacco di quattrini e serve essere sempre impeccabili. E disponibili a fare qualsiasi cosa per esso. Per ora va così, per ora ha funzionato a meraviglia e anche il pubblico pagante si era adeguato. Fifa, Uefa con i conti correnti pieni di euro e dollari, grandi squadre che piangono miseria – i ricchi piangono sempre miseria, altrimenti non sarebbero ricchi – ma che non si limitano nelle spese e incassano dagli sponsor assegni con sempre più zeri. E pure ai tifosi non è che vada male, visto che sono rare le settimane con solo i fine settimana impegnati dalle partite da vedere. Certo può capitare di correre il rischio di avere un seggiolino pagato allo stadio e dover rinunciare a vedere la partita perché si gioca a Perth, ossia dall’altra parte del mondo, perché facendo i calendari chi doveva far caso alla data della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano, al Meazza, non ha fatto caso alla data ha sbagliato i conti. Poi però arriva il 26 dicembre e si è a casa perché è festa e c’è un intero pomeriggio libero con in tivù al massimo le freccette, la Coppa d’Africa e l’anticipo dell’anticipo della prima divisione belga oppure qualche film natalizio dalla fotografia pessima e dai dialoghi più scontati di una partita degli ottavi di Coppa Italia. Ed è in quel momento che viene da chiedersi se non aveva ragione quel ragazzino che alla BBC aveva detto che “se noi giovani preferiamo gli highlights alle partite è perché altrimenti non ci staremmo dietro a vedere tutto il calcio che c’è. Insomma, sa com’è, avremmo anche una vita”. Meglio meno ma meglio, insomma.
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