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Artemis non ci sorprende più. Feltri: la scienza va avanti ma noi regrediamo
Oggi 04-04-26, 13:34
Ricordo come fosse ieri la notte del 20 luglio del 1969. Ero nel salotto di casa, con mia moglie seduta accanto. Avevo tenuto la luce della stanza soffusa per godere meglio le immagini che arrivavano dal vecchio televisore grande come un comò. Nel posacenere vedevo crescere i mozziconi di sigaretta, fumavo avidamente e non parlavo nell'attesa sfinente che si compisse l'impresa. Non avevo particolare fascinazione per le missioni spaziali. Ma ero curioso di sapere come andava a finire dopo tanta prosopopea. Capivo che il progresso era quello. Andare oltre i limiti (anche miei) e superare la strada stretta e polverosa che ero abituato a percorrere nei miei taccuini. I primi passi sulla luna mi diedero un brivido. Non sentivo neppure le parole dell'inesauribile Tito Stagno. Pensavo solo al coraggio di quei due omini infilati nel buio della notte lunare, che si muovevano come robot buffi e intorpiditi sul suolo sconosciuto della grande luna. Armstrong e Aldrin. Come doveva apparirgli straordinario quel paesaggio fatto di dune e crateri! Mia moglie diceva che le ricordavano i colli della bergamasca nelle notti stellate, io la prendevo in giro mentre aspettavo di vedere spuntare un alieno. Poi come spesso mi accade davanti ai fatti della vita, provai dispiacere sincero per Collins che era rimasto in orbita attorno alla luna, dentro una sorta di bidone spaziale, in attesa di portare i colleghi sulla terra. Tanta fatica per nulla, o almeno per il senso che diamo noi. Il manovratore senza fama e senza gloria di cui tutti si sarebbero dimenticati il giorno dopo mentre gli altri due mettevano la bandierina sulla storia. Un neo impercettibile, lo ammetto, che non cambiava la sostanza dell'impresa, perché c'erano la fiducia e la voglia di un mondo migliore da costruire con la complicità della pallida luna. Adesso siamo in orbita di nuovo con Artemis 2. E si fa un gran parlare di questa missione che dovrebbe condurre al nuovo allunaggio dopo 50 anni di tentativi, studi e ammiccamenti. Non ho visto in diretta il lancio del razzo ma ho letto di gente impazzita nelle spiagge e nelle case, da Cape Canaveral in giù, per vedere quel suppostone grande come un palazzo scaraventare fuoco e fiamme sulla terra e puntare dritto al cielo. Il rombo dei motori. Il fiato sospeso. Abordo 4 astronauti, di cui una donna, un afroamericano e un canadese, neanche l'ombra di un italiano, ma pare che l'Italia avrà un ruolo straordinario e una passeggiata lunare nel giro di breve tempo. A me frega nulla della missione, non mi sono mai mosso da Bergamo dopo che ho finito di girare il mondo come inviato, e non vivo certo di sogni romantici. Ho troppi lustri al mio cospetto per emozionarmi di un volo titanico nell'universo, e non siamo più all'epoca di Armstrong e Aldrin quando ogni passo verso il cielo era un gradino in più per l'umanità. Ne intuisco la portata scientifica, ma non ne vedo benefici concreti per la società spicciola, figurarsi per il sottoscritto. Poi scusate. Non si va sulla luna, si gira attorno al nostro satellite per tastare il terreno nella speranza di un prossimo allunaggio. Un giro di ricognizione attorno alla regina bianca, si procede per altri 7mila chilometri e poi si innesta la marcia di ritorno. I poveri astronauti sono stipati in una cella grande poco più della cameretta di un bambino. Indossano tute giganti arancioni che li rendono assai simili al personale Anas delle nostre autostrade e hanno la prospettiva di dieci giorni di convivenza stretta scandita da studi, analisi, assopimenti, afrore reciproco (pare ci si lavi poco) e l'ovvio timore che qualcosa vada storto. Mangeranno anche vegano, forse, che già fa schifo al naturale figurarsi liofilizzato. In tutto questo si è anche rotto il cesso che doveva essere la novità della missione, un cestello grande come un pentolino ma in grado di aspirare la qualunque. Tempo quattro secondi dal lancio, che si è accesa la spia rossa della toilette. L'ha riparata l'unica donna della spedizione: con senso pratico e turandosi il naso, ha rimesso in fila i pezzi e riordinato il marchingegno che dovrebbe sputare la cacca nell'etere. Si è definita l'idraulico spaziale, vi basti questo. Dovrebbe esserci un momento in cui le comunicazioni si interrompono: 45 minuti netti (un'eternità per il nostro mondo iperconnesso) di solitudine universale in cui almeno loro godranno di un silenzio vero. Dopodiché forse sapremo se l'operazione avrà avuto successo o no. E si potrà davvero tornare sulla luna. E quindi? Ah già la luna, l'eterna luna che ci guarda nelle notti limpide di primavera. La luna dei cantori, degli innamorati, delle parole sussurrate al cielo di Giacomo Leopardi che nell'infinitezza dell'astro vedeva la consolazione al tormento terreno, la luna dei poeti e dei sognatori di Rodari, «non mandateci un ministro, col suo seguito di uscieri empirebbe di scartoffie i lunatici crateri». Ma è la luna il punto? Forse. O forse la scienza che progredisce e fa passi avanti che nemmeno riusciamo ad elaborare e vedere. Per la cronaca ogni anno ci sono mediamente 200 missioni spaziali. Un andirivieni di robot e astronauti da accapponare la pelle e da ricordare i grandi ingorghi del raccordo anulare. Sulla ISS sono state fatte qualcosa come 227 passeggiate spaziali di poveri astronauti in cerca di fama e sapere, stanno 8 ore sospesi nel nulla e attaccati alla nave madre attraverso un grosso tubo (non catodico) mentre noi siamo quaggiù a scannarci per lo sbadiglio di un influencer. Addirittura 4 signorine iscritte alla voce «famose» tra loro la moglie del miliardario Bezos - si sono fatte un giro in orbita per godersi lo spettacolino della terra vista da lassù, 11 minuti di gita spaziale, seguiti da cocktail. E dovrebbe sconvolgerci Artemis II? Vedo soltanto quattro coraggiosi astronauti che portano un pochino più avanti l'asticella della scienza. Ma il resto è deprimente: siamo noi che noi restiamo quaggiù con le nostre tribolazioni, i nostri limiti, la nostra piccineria, le nostre guerre sordide (rarissime quelle giuste), le nostre vendette, il nostro scrollare di telefonini in attesa di un'emozione, di un reality, di un like. La scienza va avanti ma noi regrediamo. Guarda c'è Artemis! E subito dopo si passa al link successivo.
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