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Dentro l'ambasciata iraniana a Roma per il “libro delle condoglianze”
Oggi 05-03-26, 08:07
L'ambasciata della Repubblica Islamica dell'Iran a Roma, in via Nomentana, sembra chiusa, in certi momenti persino disabitata. Eppure già da qualche ora dovrebbe essere stato aperto il «libro di condoglianze» per la morte dell'ayatollah Ali Khamenei. Un libro sul quale chi vuole può lasciare la propria "dedica" alla memoria della guida suprema: ma fuori, sulla strada, sembra non esserci nessuno; e nessuno esce o entra dal grande cancello dell'ambasciata. Decidiamo dunque di citofonare: dopo un breve colloquio, la porta si apre. Entriamo. Ci accolgono con una certa - e, tutto sommato, comprensibile - circospezione al gabbiotto d'ingresso: ci qualifichiamo, «giornalisti de Il Tempo». Poi una breve telefonata in persiano da parte degli addetti alla portineria e un cenno del capo: possiamo entrare, ma prima, ci dicono, «spegnete il telefono». L'uomo dell'ingresso ci fa strada senza dire una parola attraverso un ben curato cortile, fino al cuore della struttura. Qui, salito qualche scalino, il portiere ci lascia, sparendo come ci era apparso: in silenzio. Altre tre persone ci invitano a varcare la soglia: stretta di mano con ciascuno di loro, «benvenuti», ci dicono in inglese, chiedendoci con cortesia ancora una volta chi siamo e perché siamo lì. L'atmosfera è seriosa, al limite del cordoglio, e se ne capisce il motivo. Parlano ancora tra loro in persiano per qualche secondo, poi uno di loro tende il braccio verso un punto della grande sala, come a dirci «ecco qui quello che cercavate». Seguiamo con gli occhi il suo gesto ed ecco il «libro delle condoglianze»: un grosso tomo, nuovo e rifinito, sul quale un uomo sta scrivendo qualcosa in caratteri che non possiamo decifrare. Il libro si trova su un tavolino di marmo, «sorvegliato» da una foto della guida suprema che non c'è più e da due candele blu curiosamente, almeno ai nostri occhi, spente. Subito dietro, campeggia una bandiera "da tavolo" dell'Iran, sgargiante e ben stesa, riflessa in un grosso specchio poggiato tra il muro e il piano. «Quante persone sono venute a firmare fino ad ora?», chiediamo in inglese a quello che ci era sembrato il più loquace dei tre. «Una decina», risponde, mentre l'uomo che qualche secondo prima stava scrivendo era sparito pure lui. «Ma è ancora presto: abbiamo aperto appena un'ora fa». «Possiamo scattare qualche foto?», buttiamo lì. «No, mi dispiace», ribatte con cortesia l'uomo. «Però, se volete, potete lasciare una dedica sul libro».
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