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Mario Giordano e il lato oscuro delle banche: come fregano i risparmiatori
Oggi 05-03-26, 02:45
Caro papà, non so se stai organizzando la contabilità degli angeli, e non so che effetto ti farà questo libro ora che sei lassù nei cieli così alti che nemmeno i tassi della Bce riescono ad arrivarci, ma ti ho pensato tanto scrivendo Ire di denari. Non c’è stata pagina che io non abbia iniziato e finito senza pensare a te. La banca, infatti, a casa nostra era un’istituzione. Era il tuo ufficio. Il tuo e il nostro pane. Il santuario del lavoro. Dei numeri. E del rigore. Ricordo quando ero piccolo e ti venivamo a prendere la sera, la mamma e io, quelle poche volte che uscivi prima che fosse notte, e avevi tempo per una breve passeggiata. Ti aspettavamo in strada e guardavamo su, verso le finestre illuminate, come si guarda alle vetrate di una cattedrale. «Mamma, perché mettiamo i soldi in banca?» chiedevo. «Perché così crescono» rispondeva lei. «In banca i soldi crescono?» «Sicuro.» «Ma dici davvero?» «Davvero.» «E come fa papà a far crescere i soldi?» Via dei Martiri, Alessandria. Banca nazionale dell’agricoltura. Praticamente tu hai sempre lavorato lì, da quando ti sei diplomato. Avevi preso la maturità in ragioneria, senza grandi successi scolastici, per la verità. Ricordo ancora quando trovai le tue pagelle, nascoste maldestramente in un cassetto. «Papà, ma perché prendevi sempre 4?» «Perché allora i voti alti cominciavano dal 3. Quindi il 4 era come un 9» mi rispondevi serio, come se fosse vero. La scuola, in realtà, non ti era mai piaciuta: giocavi a calcio, con la maglia granata dei giovani del Toro, calcavi il Filadelfia e sognavi la serie A. Non avevi tempo per i libri. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46370193]] Esce domani il nuovo saggio di Mario Giordano «Re di denari. Intrighi, segreti e potere dei signori delle banche. Alle spalle dei risparmiatori». Chi è che decide dei nostri risparmi, dei nostri mutui e delle nostre assicurazioni? Chi manovra i nostri soldi? Il libro è un racconto spietato della grande lotta del denaro a spese dei cittadini. Chi è l’uomo del monte che da Siena va all’assalto della fortezza di Milano? Chi sono gli sceicchi d’oro di Unicredit e San Paolo? E con chi si schierano il re del cemento Caltagirone e il leone francese di Generali? Quali sono le loro truppe? Le loro armi? E i loro scopi? Nel libro troverete le risposte a tutte queste domande. E non sempre vi piaceranno. Per gentile concessione dell’editore Rizzoli pubblichiamo la premessa scritta dall’autore. Per la banca invece sì. La banca ti piacque subito. La banca ti accolse, ti diede certezze, un posto sicuro, un buono stipendio e una carriera brillante. Erano anni in cui, dietro lo sportello, si lavorava, mica si giocava a risiko. Però, ogni 6 gennaio si festeggiava la Befana e tutti i figli dei dipendenti ottenevano un regalo. Fu lì che io e mio fratello portammo a casa il gioco più desiderato, il Subbuteo. E ci continuavo a pensare in questi mesi mentre scrivevo il libro: ma non erano meglio le banche che regalavano il Subbuteo di quelle che giocano a risiko? Lo so, si rischia l’effetto nostalgia. Si rischia di far apparire bello anche ciò che bello non era. Quello, in fondo, era il tempo in cui le banche venivano chiamate la «foresta pietrificata». [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46389509]] Detta così, sembra una cosa orrenda. Però in quella foresta pietrificata c’erano direttori che guardavano negli occhi i loro clienti, c’erano sportelli che sapevano offrire soldi e non solo incassarli, c’erano banche che sapevano ancora fare le banche, persino prestare denaro anziché distribuirlo, in abbondanza, soltanto ai loro manager. Delle banche, allora, si poteva essere fieri. Io, per dire, ero fiero di avere un papà in banca. Avevamo le biro della banca, le agende della banca, i calendari della banca, i bloc-notes della banca, i portamonete della banca e la Befana della banca. Ne eravamo orgogliosi. Quando uscivo da scuola e avevo qualche problema passavo in via dei Martiri, ufficio contabilità: la banca, per me, è sempre stata il porto sicuro, la mano ferma di papà, la voce calma che risolve ogni problema. E non posso credere che le banche siano diventate ciò che sono oggi. Tu che ne dici, papà? Se ti capita di buttare giù lo sguardo, odi sfogliare qualche pagina di questo libro, cerca di non arrabbiarti troppo. Ricordo le rare sere in cui portavi a casa il lavoro. Non capitava quasi mai. Ma quelle volte noi dovevamo fare silenzio. Se possibile, darti una mano. Ricordo pile altissime di fogli, la calcolatrice, e tu che spuntavi un numero via l’altro. Alla fine sorridevi felice. «Ce l’abbiamo fatta anche stavolta.» E a me sembrava che la banca fosse proprio quel posto lì, dove alla fine si poteva dire: «Ce l’abbiamo fatta». Dove i conti tornano sempre. Dove non si sbaglia. Dove si rispettano le persone e la realtà. Ma allora ero solo un bambino. E non c’erano i re di denari.
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