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Dopo la morte di Khamenei l'Iran vuole la bomba atomica: la sfida dei Guardiani della rivoluzione
Oggi 27-03-26, 20:06
Il conflitto in corso potrebbe indurre l'Iran a riconsiderare la propria postura nucleare. La morte della Guida suprema Ali Khamenei, che aveva escluso la costruzione di un'arma atomica in quanto contraria ai precetti islamici e agli obblighi derivanti dal Trattato di non proliferazione, ha riaperto un dibattito che fino a poco tempo fa sembrava chiuso. Secondo due fonti iraniane di alto livello citate dall'agenzia Reuters, all'interno della gerarchia militare si moltiplicano le voci favorevoli a dotarsi di una deterrenza nucleare, sebbene nessuna decisione formale sia stata adottata e la dottrina ufficiale non sia stata modificata. A spingere in questa direzione sarebbero soprattutto le fazioni più radicali dei Guardiani della rivoluzione, ormai considerati il centro effettivo del potere a Teheran dopo l'eliminazione di numerosi leader politici e di una parte consistente del vecchio vertice militare. Reuters descrive una "divergenza tra gli elementi più intransigenti, comprese le Guardie rivoluzionarie, e quelli della gerarchia politica sull'opportunità di una tale mossa", con la "politica nucleare" diventata "oggetto di discussioni private negli ambienti di governo". L'agenzia di stampa Tasnim, vicina ai pasdaran, ha pubblicato sul proprio sito un editoriale non firmato in cui sostiene che "sembra imperativo per l'Iran ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare, poiché l'adesione al trattato non gli ha portato alcun beneficio nell'utilizzo pacifico dell'energia nucleare", aggiungendo che "i nemici hanno ripetutamente sabotato gli impianti nucleari pacifici iraniani utilizzando informazioni provenienti dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica e, cosa ancora più oltraggiosa, li hanno bombardati". Voci simili si erano già levate dopo i combattimenti dello scorso giugno. Abdolreza Davari, consigliere dell'ex presidente Ahmadinejad e osservatore vicino agli ambienti conservatori, ha dichiarato a Repubblica: "In Iran crediamo che il nuovo leader dovrebbe accantonare la fatwa dell'ayatollah Ali Khamenei che proibisce la produzione di armi nucleari. Solo un singolo test nucleare e una dichiarazione pubblica sull'essere diventati una potenza nucleare possono garantire in modo permanente la sicurezza territoriale dell'Iran. Prima di affrontare una minaccia nucleare da parte di Israele, dobbiamo prendere una decisione storica". Sulla stessa linea si è espresso Mohammad Javad Larijani, esponente ultraconservatore e fratello di Ali Larijani, rimasto ucciso nel conflitto, secondo cui l'Iran dovrebbe rivalutare la propria permanenza nel trattato di non proliferazione: "Dovrebbe essere sospeso. Dovremmo istituire una commissione per valutare se sia effettivamente utile per noi. Se si dimostrerà utile, vi rientreremo. Altrimenti, possono tenerselo". Per decenni l'Iran ha sostenuto di perseguire il nucleare esclusivamente a fini civili, pur arricchendo l'uranio fino al 60%, una soglia assai prossima al 90% ritenuto necessario per la realizzazione di un ordigno. I bombardamenti americani hanno inferto danni significativi alle infrastrutture nucleari iraniane, ma Teheran conserva le competenze tecniche per riavviare il programma. Per i settori più oltranzisti, le due campagne militari condotte da Stati Uniti e Israele hanno dimostrato che proprio l'assenza di un deterrente atomico ha reso il Paese vulnerabile agli attacchi. Secondo Reuters, la scomparsa di Khamenei e di Ali Larijani, che si era anch'egli opposto alle posizioni più estreme, sta rendendo sempre più difficile arginare le spinte più intransigenti all'interno del sistema di potere iraniano.
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