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Giorgia ora valuti il Meloni 2. Rinnovo della squadra e ripartenza
Oggi 29-03-26, 15:03
Da uno zucchetto rosso è arrivato lo schiaffo più sferzante alla politica italiana occupata solo a fare gazzarra attorno al referendum. Davanti al feretro di un «pasionario» visionario come Paolo Cirino Pomicino, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, ha esortato: «Il compromesso è dialogo, è confronto». Una frase semplice, ma che suona come una reprimenda a una stagione che ha ridotto il confronto a rissa permanente, smarrendo la capacità più difficile: tenere insieme. Quella di Zuppi pare la risposta teologica a ciò che potrebbe essere definita come «la sindrome di Palazzo Chigi» che, negli ultimi vent'anni, ha contagiato leader molto diversi tra loro: Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi nel 2016 e oggi Giorgia Meloni. Lo schema è sempre lo stesso: piegare il referendum da giudizio su una riforma a conferma della propria leadership. La risposta è stata sempre: No. E non tanto al quesito, quanto al tentativo di forzare l'equilibrio istituzionale. È un riflesso quasi antropologico. L'Italia non si riconosce nella persona sola al comando. Può anche premiarla, come accade a Giorgia Meloni, ma se avverte una torsione del sistema, reagisce e lo riporta entro i suoi limiti. Eppure, nella situazione presente, il quadro è meno lineare. Giorgia Meloni continua a godere, con quasi 11 milioni di voti, di un consenso rilevante, mentre si avvicina alla fase più delicata della legislatura: quella delle scelte concrete che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini, sanità, fisco, caro bollette, sicurezza, ora che i conti sono stati rimessi in ordine. Nella Prima Repubblica il rapporto con gli elettori era diverso. I partiti disponevano di una classe dirigente radicata sul territorio, plurale e competitiva. Nella Democrazia Cristiana, ad esempio, i leader non erano proprietari del potere: venivano spinti avanti e poi, nel caso, riposizionati. I tempi sono cambiati, è vero. Ma oggi i partiti sono fragili e personalizzati: meno classe dirigente, più leadership solitarie. E quando il consenso si concentra in una sola persona, scompaiono le visioni parallele che un tempo lo bilanciavano. Le traiettorie recenti raccontano molto. Silvio Berlusconi, stoicamente, trasformò la sconfitta referendaria in un rilancio politico con la nascita del PdL. Matteo Renzi, invece, non è mai riuscito davvero a metabolizzarla. Giorgia Meloni tenta oggi una strada diversa: costruire una narrazione di durata mettendo sul piatto temi concreti. Ma vale davvero la pena inseguire il record di permanenza assoluto a Palazzo Chigi subito dopo il Cavalier Mussolini, come obiettivo politico? La storia repubblicana suggerisce cautela: quando la durata diventa un fine, il rischio è l'immobilismo e la perdita di contatto con la realtà. Insistere, subito dopo la vittoria dei No, su una riforma elettorale non condivisa potrebbe rivelarsi un errore fatale. Anche da queste colonne si è osservato come, per la Meloni, favorita da una sinistra litigiosa e ora ringalluzzita, sarebbe stato più lineare evitare un referendum rischiosissimo e ricorrere a elezioni anticipate. Trasformare il grande consenso in un mandato pieno e costruire un Parlamento coerente con una prospettiva di lungo periodo, con la possibilità di portare una personalità di centrodestra al Quirinale, magari la stessa Meloni. Ogni scelta istituzionale segna il presente, ma ancor più il futuro dei nostri giovani. Una generazione che, in occasione del referendum, ha dimostrato di voler contare, incidere, partecipare. Ed è qui che emerge la distanza: a una domanda crescente di partecipazione corrisponde un'offerta politica sempre più chiusa e personalizzata. Allo stesso modo il voto referendario ha disegnato una geografia politica chiara: nei grandi centri urbani ha prevalso il «no», anche dove governa il centrodestra. Non è un dettaglio, è una linea di frattura. Le grandi città non sono soltanto i centri più popolosi. Sono i laboratori in cui si forma la classe dirigente, dove si concentrano università, ricerca, imprese e informazione. Sono gli spazi del confronto più aperto, dove le trasformazioni sociali arrivano prima e si costruisce il capitale umano del Paese. Ma è proprio in questi contesti che il centrodestra continua a mostrare il suo limite: fatica a radicarsi dove nascono competenze, cultura e orientamento del consenso. Il centrosinistra, al contrario, mantiene una presenza più solida in questi agglomerati urbani complessi: le università, i centri culturali, le periferie più dinamiche. Non è soltanto una questione elettorale, è un dato che caratterizza tutto l'Occidente. Le grandi città tendono a orientarsi a sinistra, da Londra a Parigi, da Madrid a Berlino, fino a New York e Los Angeles, mentre le aree interne prediligono spesso il fronte opposto. Il punto, quindi, non è solo vincere le elezioni. È costruire una classe dirigente credibile nei luoghi decisivi del Paese. Si può governare senza le città, ma difficilmente si governa bene senza il loro consenso. Tuttavia, il messaggio uscito dalle urne è ancora più profondo. Non ha vinto una parte contro l'altra: ha vinto un'idea, quella della difesa dell'equilibrio costituzionale. Continuare a sostenere che i problemi del Paese derivino dalla Carta fondamentale significa ignorare la storia. Oggi, e i giovani lo percepiscono con chiarezza, quel rapporto si è incrinato. Vorrebbero partecipare, ma non trovano vie facilmente accessibili e da qui nasce il «movimentismo» che li porta in piazza. Il Parlamento appare sempre più come il risultato di decisioni ristrette più che luogo di un autentico processo democratico. Una percezione che riguarda anche le istituzioni europee. Come restituire, allora, senso e credibilità alla partecipazione? La risposta non può che passare da un'apertura vera: trasformare i partiti in spazi accessibili, non strutture verticali. Anche le risposte alla crisi dovrebbero muoversi dentro questo perimetro. Ha avuto davvero senso offrire all'opinione pubblica lo scalpo del ministro Daniela Santanchè, peraltro rafforzata da due voti di fiducia e ben apprezzata dagli operatori del settore, e del viceministro Andrea Delmastro? O non sarebbe stato più efficace intervenire sulla squadra di governo con una crisi lampo e un «Meloni due» più solido come prevede appunto la Costituzione in questi casi? Magari sostituendo alcuni ministri, da Urso a Pichetto Fratin, da Zangrillo a Schillaci, che, dopo quattro anni, non sembrano aver lasciato un segno riconoscibile. E aprendo la porta a personalità della società civile più competenti, uscendo dalla logica del «di te mi fido». Una volta superata la fase di assestamento, con veleni che coinvolgono i partiti del centro destra , Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, sarebbe il momento di ripartire da un'agenda condivisa più nitida: pochi punti, essenziali. Una direzione chiara. Il punto non è dare un segnale. È cambiare davvero. E allora tornano le parole di Zuppi. Il compromesso come dialogo. Il confronto come metodo. Tutto ciò si riassume in una sola parola: democrazia.
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