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Guerra totale nel Pd sull'Ucraina: Bettini apre a Putin, insurrezione dei riformisti dem
Oggi 10-06-26, 19:33
Il tema dell'Ucraina torna a infiammare il clima all'interno del Partito Democratico. Questa volta è l'ipotesi di un ingresso di Kiev nell'Unione Europea ad alimentare lo scontro tra i riformisti dem, convintamente a favore di questa soluzione, e una parte della maggioranza Pd. A “dare voce” ai dubbi che serpeggiano nella sinistra dem è Goffredo Bettini, esponente della direzione dem che in una intervista spiega come “in prospettiva” si possa guardare con favore alla possibilità di un ingresso dell'Ucraina nell'Unione, ma “il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni”. Questo perché, dice ancora Bettini, “l'Ucraina non corrisponde a criteri fondamentali per entrare nell'Unione Europea”. Quindi, “sventolare la questione oggi per motivi propagandistici, rischia di non aiutare l'esito positivo”. Ma a fare insorgere i riformisti è soprattutto il passaggio in cui Bettini chiede di riaprire il dialogo con Mosca: “Oggi la priorità dell'Europa è prendere un'iniziativa di pace, istituzionale e unitaria, che al sostegno all'Ucraina unisca la ripartenza di un dialogo con la Russia. Volodymyr Zelensky è disposto a parlare con Putin. Cosa impedisce a noi di fare altrettanto?”. La prima reazione arriva da chi, proprio accusando il Nazareno di avere un atteggiamento tiepido sul sostegno all'Ucraina, ha lasciato il Pd, appena sei giorni fa: “Era evidente, e ne ho dovuto prendere atto, la mia incompatibilità con un partito che sull'Ucraina e sull'imperialismo di Putin non si dissocia dalle posizioni di Bettini, che poi sono anche quelle di Conte, di Salvini e di Vannacci. Mi dispiace per gli amici che sono rimasti”, scrive sui social Pina Picierno. Durissima la reazione del senatore Filippo Sensi: “Penso l'opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull'Ucraina. Un Pd che seguisse questa agenda filorussa sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere”. Mentre è in atto lo scontro, una assemblea dei deputati Pd convocata in vista delle comunicazioni di domani della premier Meloni sul prossimo consiglio Ue, il 18 e 19 giugno, mette nero su bianco la posizione dei dem. Nella risoluzione si impegna il governo a “ad adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell'ingresso dell'Ucraina nell'Unione europea e promuovere l'apertura dei capitoli negoziali, accompagnando il Paese e l'istituzioni europee nel raggiungimento delle condizioni necessarie al conseguimento dell'obiettivo, confermando credibilità e sostenibilità del processo di allargamento all'Ucraina e agli altri candidati”. Insomma, sì all'ingresso dell'Ucraina, ma dopo la verifica dei criteri fissati nel 1993 a Copenhagen: istituzioni stabili in grado di garantire la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, la tutela delle minoranze, una buona economia di mercato e la capacità di far fronte alla pressione concorrenziale del mercato dell'Unione, la capacità di assumere gli obblighi derivanti dall'adesione all'Unione, tra cui la capacità di attuarne il diritto e gli obiettivi. Un segnale di “appeasement apprezzabili e apprezzati” dicono fonti riformiste per le quali la risoluzione può essere letta come un “punto segnato a favore. Il messaggio di Pina Picierno è arrivato”, viene aggiunto. Parole che sembrano scacciare lo spettro di nuove, imminenti uscite riformiste dal Pd. Non è un mistero che due esponenti di spicco come Graziano Delrio e Giorgio Gori siano in sofferenza da tempo all'interno del partito. Significativo, da questo punto di vista, anche il dispositivo utilizzato nella risoluzione del M5s sull'ipotesi di accelerare l'ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea. Il M5s impegna il governo “ad adottare le opportune iniziative in sede europea volte a verificare e garantire il principio merit-based che subordina la membership al rispetto dei criteri di Copenaghen e all'adozione dell'acquis comunitario”. Una formula che non pare discostarsi troppo da quella del Pd. Nonostante questo, i due gruppi hanno rinunciato al tentativo di presentare una risoluzione comune. A sentire fonti parlamentari, la decisione è stata presa proprio per non esacerbare gli umori riformisti che, non è un mistero, mal sopportano l'abbraccio con i Cinque stelle.
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