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Ingiustizia è fatta. Nessun tentato omicidio ai danni dell'aggressore del poliziotto
Oggi 03-02-26, 07:43
L'aggressione è durata meno di venti secondi. Venti secondi che avrebbero potuto essere fatali per il poliziotto. Eppure, nel fascicolo aperto dalla Procura non compare l'ipotesi di tentato omicidio, nonostante la violenza, la premeditazione e il rischio concreto di morte. A Torino, sabato scorso, un poliziotto è stato buttato a terra e colpito a calci, bastonate e martellate durante la guerriglia urbana nel corteo a favore del centro sociale Askatasuna. «Gli viene sfilato il casco di protezione, quindi c'è l'intenzione di procurare danni anche vitali, potenzialmente, nei confronti di questa persona. Perché se le martellate, invece di essere sulla schiena o sul fianco, fossero andate a segno sulla testa, il collega poteva assolutamente morire. Quindi, per noi, la titolazione giusta del reato che andava fatta nei confronti di quei soggetti era il tentato omicidio», dice a Il Tempo Domenico Pianese, Segretario Generale del sindacato di Polizia Coisp. La procura del capoluogo piemontese, secondo quanto appreso, chiederà nelle prossime ore la convalida al gip dei tre arresti eseguiti dopo gli scontri. Tra questi anche il ventiduenne, proveniente dalla provincia di Grosseto, fermato in flagranza differita per l'aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Ma pochi giorni prima, a Rogoredo, un poliziotto spara a un soggetto armato e viene indagato per omicidio volontario. Un fatto che ha suscitato indignazione nel mondo sindacale e non solo. Nel caso di Torino, il pm ha scelto di non contestare il reato di tentato omicidio. Per il Coisp, però, questa lettura non regge. «Per parte mia, non ho avuto remore a definire quello un tentativo di linciaggio, perché è soltanto casualmente che quel collega non è stato massacrato lì sul marciapiede - prosegue Pianese -. Il tentato omicidio è previsto dall'articolo 56 del Codice penale, che recita testualmente: chi compie atti idonei, in modo non equivoco, a commettere il delitto di omicidio risponde del tentato». Le immagini dell'aggressione mostrano un agente cadere a terra, essere immediatamente circondato da più soggetti, colpito con armi improprie. Bastoni. Un martello. Calci e pugni, anche alla testa. È una sequenza rapida, violentissima. «Si vede proprio il gesto - aggiunge Pianese - quando va avanti con il martello e lo colpisce, fa quasi per ritrarsi ma continua a colpirlo; arretra perché si rende conto che stanno arrivando gli altri colleghi. Altrimenti avrebbe continuato». È qui che qualcosa si rompe. Perché la titolazione del reato, pur essendo tecnicamente modificabile, produce un effetto immediato: rende opaca la distinzione tra chi tutela la legge e chi la aggredisce. Da una parte un poliziotto che spara per legittima difesa a un soggetto armato. Dall'altra dieci manifestanti che accerchiano un agente a terra. I pm della procura torinese attendono un'informativa della Digos sulle violenze e sulle devastazioni di sabato. Gli inquirenti stanno analizzando i numerosi video e le immagini acquisite. L'obiettivo principale è identificare non soltanto i componenti del cosiddetto «blocco nero» – oltre cinquecento persone con il volto nascosto, legati sia all'area dell'autonomia, sia ad ambienti anarchici – ma anche un altro consistente gruppo di individui violenti travisati che ha preso parte ai disordini, ma privi di un'organizzazione strutturata, i quali hanno scagliato contro le forze dell'ordine ogni genere di oggetti contundenti. Il problema, però, non è solo tecnico. È anche sociale. «La titolazione del reato oggi produce effetti sui mezzi di comunicazione e anche sui soggetti che hanno commesso eventualmente quel reato - sottolinea Pianese -. Il titolo del reato che hanno dato a chi ha aggredito il poliziotto è assolutamente sottovalutativo rispetto ai comportamenti». Della vicenda è tornato a parlare anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il quale ha ribadito quanto sostenuto dalla premier Meloni già poche ore dopo i disordini di Torino. «Ha ragione la nostra premier Meloni a dire che ora spetta alla magistratura dimostrare, in piena autonomia e indipendenza, che la legge va rispettata senza se, senza ma e senza indulgenze». Il tema non è solo semplice gestione dell'ordine pubblico. È una questione di Stato.
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