s
Iran al bivio: si tratta per l'esilio dei vertici del regime
Ieri 06-01-26, 11:57
Il paese bolle e il regime ha paura. Nei palazzi del potere a Teheran, il destino degli ayatollah si muove su un crinale sempre più stretto. Il timore è che tutto possa crollare da un momento all'altro e alimenta la ricerca di una via di fuga. Mentre la piazza si muove, infatti, la guida suprema Ali Khamenei starebbe pianificando una fuga a Mosca o in Bielorussia, come anticipato da Il Tempo, con una ventina di familiari e collaboratori e la messa in sicurezza di beni e liquidità. L'ipotesi ricalca lo schema già visto con Bashar al-Assad, fuggito in Russia dopo il collasso del suo potere. E quindi si tratta, perché l'esfiltrazione sarebbe per pochi esponenti del regime, non per tutti. E la corsa a cercare una scialuppa di salvataggio, anche rivelando informazioni preziose in cambio di sicurezza, continua. Washington avrebbe segnalato la disponibilità a trattare, ma al tempo stesso è pronta a intervenire con la stessa logica applicata in Venezuela. Il collegamento con Caracas, infatti, rafforza l'allarme. Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, Teheran ha chiesto il suo rilascio definendo l'operazione «un rapimento illegale». Ma proprio quel precedente alimenta il timore che anche per l'Iran si stia preparando un'operazione «pulita», capace di colpire il vertice senza passare da una guerra convenzionale. L'infiltrazione dell'intelligence, soprattutto israeliana, nel Paese è un elemento che lo stesso regime ha faticato a gestire e che ha già dato i suoi frutti. Da tempo, infatti, il Mossad opera in profondità nel territorio iraniano, e la narrativa dell'«agente catturato» si inserisce nel tentativo del regime di attribuire a nemici esterni una protesta che ha ormai una base interna ampia e trasversale. Nelle scorse ore, infatti, l'Iran ha annunciato l'arresto di un presunto agente del Mossad infiltrato tra i manifestanti. La notizia è stata diffusa dai media vicini ai Pasdaran che spesso hanno accusato attivisti e dissidenti di essere spie israeliane. Ma il segnale più visibile della crisi profonda arriva ancora dalla strada. A Teheran, giovani pro-Shah e membri della Guardia Immortale dell'Iran hanno issato nel centro cittadino la bandiera del Leone e del Sole, simbolo dello Stato persiano fino al 1979. Un gesto simbolico, accaduto anche altre volte in passato, che però mostra quanto il dissenso abbia superato la soglia della paura. Le strade di Teheran e non solo, infatti, sono occupate dai manifestanti anche la notte. In un ciclo continuo che ha saldato varie realtà del Paese e ampliato la protesta. E le piazze contro il regime appaiono anche fuori dall'Iran. Ieri a Roma, una rappresentanza di dissidenti iraniani si è riunita davanti all'ambasciata della Repubblica islamica in via Nomentana. La manifestazione, promossa dall'Associazione Italia-Iran, è stata apertamente a sostegno della rivolta in corso. In piazza sono comparse le immagini della famiglia imperiale e le bandiere con il sole e il leone. Il tutto accompagnato da cori contro il carovita, le politiche interne ed estere degli ayatollah. I manifestanti hanno inoltre invocato il ritorno di Reza Ciro Pahlavi, indicato come guida di una transizione verso uno Stato laico. Intanto, secondo organizzazioni per i diritti umani, i morti nel Paese sono almeno venti e gli arresti superano le centinaia, con l'uso di armi da fuoco, gas lacrimogeni e restrizioni mirate a internet nelle aree più colpite. Tutto questo mentre Donald Trump ha chiarito che gli Stati Uniti stanno «monitorando molto attentamente» la situazione e che, se il regime inizierà a uccidere come in passato, «colpiranno duramente». Media regionali, inoltre, parlano di un'intesa Trump-Netanyahu per un attacco contro l'Iran, già denominato «Iron strike», che scatterebbe se Teheran non accettasse un accordo alle condizioni americane. Non a caso, l'Iran ha reagito con durezza al sostegno espresso dal premier israeliano ai manifestanti, accusando Israele di minare l'unità nazionale e di incitare alla violenza. Ma la morsa intorno al potere si stringe. Ora dopo ora, secondo indiscrezioni, le trattative si fanno più serrate. E nei corridoi del regime prende corpo una certezza: questa volta, la fine potrebbe arrivare all'improvviso.
CONTINUA A LEGGERE
7
0
0
