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"La cultura woke è pericolosa". La verità di Enrico Ruggeri
03-02-2025, 16:58
Un nuovo album intitolato «La caverna di Platone», i cambiamenti della scena musicale, un live a Roma il 3 aprile a Largo Venue e mille aneddoti sulla canzone italiana. Enrico Ruggeri è uno scrigno di emozioni e ricordi ed è venuto a raccontarli nell'edicola degli artisti de Il Tempo. (GUARDA L'INTERVISTA) Enrico Ruggeri, il nuovo album si intitola «La caverna di Platone». Perché ha deciso di citare il celebre mito filosofico? «Perché è una notevole similitudine con il mondo di oggi. Tutti siamo convinti della verità di una realtà indotta e non reale. Anche noi ci caschiamo e ci sentiamo addirittura rassicurati dalle versioni ufficiali che ci vengono raccontate». Tra le nuove canzoni ce n'è una intitolata «Il poeta» che parla di intellettuali scomodi come Socrate o Pasolini. Perché li tira in ballo? «Sono personaggi divisivi che vengono visti come un difetto. Ma questo presuppone l'esistenza di un solo pensiero. Chiunque non abbia quel pensiero è divisivo. Secondo me, invece, un personaggio divisivo è uno che aggiunge al dibattito una sua visione. La storia dimostra che i personaggi divisivi l'hanno pagata cara: da Socrate a Oscar Wilde, da Ezra Pound a Pasolini». Oggi si sente molto la tirannia del politically correct? «Per il libero pensiero c'è sempre un prezzo da pagare. Negli ultimi anni questa tendenza è stata molto marcata. In Italia adesso un po' meno perché, grazie a Dio, siamo un Paese di persone spiritose. In Inghilterra, invece, se ti violentavano la figlia e denunciavi venivi accusato perfino di razzismo. Nel mondo woke ci sono derive molto pericolose». È possibile difendersi? «Bisogna parlarne e ridere perché una volta si diceva che “una risata vi seppellirà”. Bisogna evidenziare l'assurdità delle cose perché spesso le differenze vengono marcate proprio dal pensiero woke, non dagli altri. Quando ero ragazzo ascoltavo musica di bianchi, neri, eterosessuali e omosessuali e non ci facevo nemmeno caso. Oggi dicono: quello non ti piace perché è gay. Invece no. Semplicemente preferisco la musica di un altro. Quindi, in realtà, è lo stesso pensiero woke che evidenzia le differenze». Come artista e compositore si è mai sentito condizionato dal pensiero woke? «No. Se fossi un comico, però, la situazione sarebbe più grave. Oggi il 90% dei film che ci hanno fatto ridere negli ultimi 50 anni non potrebbero neanche uscire al cinema. Come artista io dico quello che voglio. Grazie a Dio ho le spalle larghe e una carriera di lunga data. Non mi preoccupo molto e non mi faccio condizionare». Come giudica l'attuale scena rap e trap? «Non mi scandalizzo perché ho vissuto momenti ben più estremi se pensiamo a Lou Reed, il punk, i poeti americani, Bukowski e John Fante. Però trovo che queste canzoni siano misere dal punto di vista linguistico e poetico e queste storie non sappiano raccontarle. Il problema non è l'argomento perché si può parlare di qualsiasi cosa, anche dei temi più terribili, ma bisogna farlo in maniera poetica. In quel mondo lì, invece, c'è una povertà di linguaggio preoccupante. Ma non bisogna fare di tutta l'erba un fascio perché ci sono anche tanti ragazzi che i libri li leggono e l'italiano lo conoscono». Nella sua autobiografia «40 vite (senza fermarmi mai)» ripercorre la sua storia. Com'è cambiato il mondo della musica? «È arrivata la tecnologia che ha portato vantaggi e svantaggi. Ma nella musica solo svantaggi perché vinile e cd consentivano un modo diverso di ascoltare la musica. Col vinile non potevi skippare. Chi faceva un vinile sapeva che doveva essere di un certo spessore. Adesso, invece, l'importante è che ci siano due o tre singoli riusciti e poi se a uno non piace il resto, può andare avanti. Da quel punto di vista c'è stato un peggioramento. Il web, invece, ha portato molti vantaggi nel contatto con la propria fanbase e con il mondo in generale». E l'Italia com'è cambiata? «Un tempo era un Paese più prevedibile. C'era la bianca balena democristiana, la sinistra difendeva i deboli e la destra difendeva i privilegi. Oggi non siamo più sicuri perché non sappiamo più chi siano gli ultimi. La vicenda dei deboli e della loro tutela è diventata molto più complicata. Questo è uno dei cortocircuiti della sinistra». Tra qualche giorno inizierà Sanremo. Cosa si aspetta dal ritorno di Carlo Conti all'Ariston? «Sanremo ha regole ben precise perché sugli introiti del Festival si regge mezza Rai quindi non si può sbagliare o sperimentare. Baudo usava l'aggettivo nazional-popolare. Bisogna andare sul sicuro: prendere un po' di giovani, un po' di cantanti di mezza età, due-tre vecchie glorie e assemblare un programma che deve durare il più possibile. Quest'anno sono più ottimista perché nel cast vedo qualche cantautore in più. Il Festival lo seguirò di sicuro».
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