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La Liberazione della violenza e legge Mancino inapplicata
Oggi 29-04-26, 08:47
Le scene a cui abbiamo assistito nelle piazze italiane lo scorso 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, sollevano numerosi interrogativi sullo stato di salute della nostra società. Epiteti come «saponette» e «nazisti» rivolti contro la Brigata ebraica non sono solamente l'ennesima offesa mista al tentativo di confondere la vittima di ieri con il carnefice di oggi, bensì la fotografia di un cratere morale in cui l'antisemitismo non ha più nemmeno bisogno di celarsi perché coperto e giustificato dall'ostilità verso Israele. È in questo contesto che la mera solidarietà risulta insufficiente e anzi spinge a interrogarsi sul mancato utilizzo degli strumenti legislativi preposti a contrastare l'intolleranza. Primo fra tutti la Legge Mancino, in vigore dal 1993 per introdurre «misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa». Un testo che punisce con reclusione di varia durata sia chi diffonde sia chi commette violenze sulla base di idee razziste. Sarebbero sufficienti solo le righe dei primi commi per rinviare a giudizio molti dei sedicenti «antifascisti» che a gran voce hanno insultato gli ebrei fino a ottenerne la cacciata dal corteo. Qualcuno dirà che fischi e insulti siano stati provocati dalla presenza delle bandiere d'Israele. La realtà, però, è che quei cori pieni di livore erano invece diretti contro i «sionisti» e quindi, per esteso, contro l'intera Brigata ebraica che è da sempre profondamente animata da quel sentimento politico. Infatti, fu proprio il celebre distaccamento dell'esercito britannico, giunto sulle coste del nostro Paese per liberarci, a supportare l'emigrazione in Palestina mandataria nel dopoguerra con lo scopo di creare lo Stato nuovo. Ecco dunque che il simbolo di Israele, a prescindere da qualsiasi discussione, resta comunque più adatto in quel corteo rispetto ai vessilli della Palestina, di Hezbollah e dell'Iran che sventolavano liberamente all'ombra delle repressioni e violenze che invece rappresentano. E proprio sulla presenza delle bandiere si potrebbe citare un altro comma della legge in questione, che punisce con «reclusione fino a tre anni» chi ostenti emblemi o simboli di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di natura discriminatoria. Non resta quindi che chiedersi perché l'obbligatorietà dell'azione penale non si inneschi di fronte a notizie di presunti reati, come quelli avvenuti il 25 aprile, che meriterebbero almeno una discussione in sede di tribunale. La reiterata disapplicazione degli strumenti legislativi costituisce un pericolo, dal momento che finisce per legittimare proprio la condotta errata per cui la norma è stata scritta e approvata. Di fronte alle grandi questioni sociali, la responsabilità cittadina nell'arginare le discriminazioni quanto quella politica nel dare seguito all'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza formale e sostanziale degli individui, devono fare il paio con quella di chi ogni giorno applica il diritto. Perché anche e soprattutto i custodi della legge garantiscono il funzionamento della democrazia nel suo scopo di limitare i pericoli che rallentano e abbruttiscono il vivere sociale.
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