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La sinistra disprezza l'Occidente ma non sa indicare le alternative
Oggi 13-04-26, 12:16
È un bel personaggio da fine impero, il Donald Trump dipinto da Ezio Mauro su La Repubblica: uno che «promette l'età dell'oro al suo popolo; minaccia l'età della pietra per i suoi nemici; trascina nell'età del ferro e del fuoco tutto il resto del mondo», scioglie i freni della democrazia liberale e porta il caos. Poi il volo atterra nella polemica di casa: «Quale modello di civiltà sceglie Giorgia Meloni?». Eccolo, il bersaglio. Il guaio è che sotto l'invettiva si apre un vuoto. Mauro non dice chi e come dovrebbe opporsi all'America di Trump. Se siamo davanti a «una prova di inciviltà portata avanti in nome di una presunta civiltà superiore», il lettore avrebbe diritto di sapere quale sarebbe l'alternativa. L'Unione Europea? Questa Ue burocratica nella rappresentanza, pachidermica nelle decisioni, balcanizzata nella linea politica, dipendente nella difesa e nell'energia, stanca nella demografia, frastornata dall'immigrazione fuori controllo? Mauro scrive che il nemico non viene scelto «sulla base dei valori, ma degli interessi». Come se la storia avesse mai funzionato altrimenti. Ma quali sarebbero i nemici inventati da Trump? Il regime iraniano del «Death to America»? Hamas, Hezbollah e la pulsione eliminazionista contro Israele? L'islamismo che considera la libertà occidentale una corruzione da espugnare? Fantasie del trumpismo in salsa Netanyahu o dati di realtà? Qui affiora la sindrome tipica di molta intellighenzia: severità spietata verso l'America e l'Occidente, reticenza verso chi li minaccia. Trump usa un linguaggio grossolano e subito si sbraita all'apocalisse: la barbarie scandalizza solo quando ha il capello biondo. Ma il resto del mondo non è meno barbaro dell'America di Trump, anzi. Il conduttore statunitense Bill Maher, non certo un crociato di destra, ha detto qualcosa che dalle nostre parti gli sarebbe probabilmente costato un processo: «Esiste una civiltà occidentale, le civiltà sono diverse, la nostra è migliore». Non in senso etnico, ma nella libertà, nel trattamento della donna, nel rapporto col dissenso, nella possibilità di ridere del potere e del sacro senza essere sgozzati o incarcerati. Chi non sa più dirlo (o almeno pensarlo) non difende il pluralismo. Firma la resa. Nella polemica su Giorgia «vassalla», poi, c'è una visione puerile: che Meloni «chieda a Trump», «dica a Netanyahu», come se la politica estera fosse una terapia di gruppo. Ma i governi periferici non correggono una superpotenza a colpi di moniti morali: possono negoziare, dissentire, tutelare interessi (cosa che Meloni prova a fare). Un presidente del Consiglio non sceglie fra civiltà astratte: deve tenere l'Italia nell'alleanza occidentale, evitare servitù ma anche velleità. Non si riscrivono i rapporti di forza con dichiarazioni da microfoni e social di un Paese medio-piccolo, checché ne pensino le bimbe di Sanchez. Mauro e i suoi epigoni molto meno bravi vedono la tentazione imperiale dell'America trumpiana, ma non l'assedio multiplo che grava sull'Occidente. E credono che la ripugnanza morale sia una strategia. Non lo è. L'Occidente non si salva con l'estetica della ripulsa, né con il turbamento paralitico di un'Ue disarmata e disarmante, né con l'empatia suicida dell'autocritica e dello sbraco permanente. Si può salvare, forse, con la chiarezza su ciò che siamo (o eravamo), su ciò che ci minaccia, su ciò che è vitale difendere. E con l'alleanza imperfetta ma necessaria con l'America che esiste, non con quella su cui qualche editorialista fantastica.
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