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Pasqua sotto minaccia Isis: "Bruciate chiese e sinagoghe". Gli obiettivi
Oggi 04-04-26, 07:21
L'Isis, per mezzo del suo bollettino al-Naba, ha invitato i propri estimatori a incendiare chiese e sinagoghe nel periodo di Pasqua, indicando come bersaglio l'Occidente intero, dagli Usa all'Europa, fino al Medio Oriente. Il repertorio è quello canonico del jihadismo: colpire i luoghi di culto, i simboli della continuità storica, nei giorni della massima esposizione pubblica, quando la fede si rende visibile e dunque, agli occhi dichi la assale, finalmente umiliabile. Il messaggio coincide con un modello noto agli apparati: propaganda diffusa, radicalizzazione online, appello all'azione individuale, bersagli religiosi e civili, sincronizzazione con il calendario delle festività. Mentre una certa sociologia politica occidentale si trastulla sui mitologici «rischi dell'islamofobia», Europol continua a indicare il terrorismo jihadista come il principale pericolo per la sicurezza europea: nel 2024 ha contato 58 attacchi terroristici tra compiuti, falliti e sventati nell'Ue. L'allarme pasquale si aggancia a una Gerusalemme militarizzata, spiritualmente strozzata dalle restrizioni ai luoghi sacri. Nel pieno del conflitto con l'Iran, Israele ha limitato o chiuso l'accesso ai grandi simboli di culto: Santo Sepolcro (col caso Pizzaballa), Muro Occidentale e moschea di al-Aqsa. Ed è proprio alla chiusura di al-Aqsa che l'Isis si aggrappa, trasformando in licenza omicida e iconoclasta un provvedimento amministrativo valido per ogni fede. Mentre Trump e Netanyahu- talvolta non del tutto a torto-vengono descritti dalla stragrande maggioranza dei media come agenti di destabilizzazione, sotto continua a operare qualcosa di più antico e più tenace: il sistema islamista-jihadista che da decenni usa ogni episodio geopolitico e culturale e ogni frontiera in subbuglio come carburante per una guerra globale permanente contro «infedeli» ebrei, cristiani, occidentali, laici, pluralisti e dissidenti musulmani. Peraltro, i precedenti di chiese e cattedrali bruciate (dolosamente o «misteriosamente») non mancano. Anzi. È qui che l'Europa dovrebbe ritrovare un minimo di nerbo, smettendola di rifugiarsi nel linguaggio anestetico che chiama «tensioni» ciò che è jihadismo, «resistenza» ciò che è belligeranza ideologica, «episodi isolati» ciò che costituisce una campagna di intimidazione distribuita e sempre più interna, «islamofobia» ciò che spesso è soltanto buon senso e residuo di istinto di sopravvivenza. Difendere l'Occidente non significa idolatrare i governi del momento, né scegliere una fede contro un'altra: significa tutelare le forme superiori e permanenti della civiltà, la libertà, la sicurezza dei civili, il diritto di entrare in una chiesa, in una sinagoga o in qualsiasi altro luogo senza diventare bersagli di un delirio escatologico sanguinario. La chiamata dell'Isis è perfettamente allineata alla sua dottrina operativa e cade in un momento internazionale che offre al jihadismo tutto ciò di cui si nutre: conflitti, luoghi e territori contesi, polarizzazione. Il nemico non è una religione, mal'islamismo come macchina ideologica del sangue e della sottomissione. Se questa chiarezza viene meno (e sta venendo sempre meno), resta solo il negazionismo suicida dei benpensanti. Il fanatismo esiste, persiste e va combattuto, e prima ancora nominato, nonostante tutti i rischi esistenziali, per disinnescare rischi ancora maggiori. Perché il terrorismo islamista desidera sia i morti che la degradazione morale dei vivi. Non bisogna concedergli né gli uni né l'altra.
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