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Landolfi, il giorno della condanna il coniuge magistrato ottiene un incarico prestigioso
Oggi 13-03-26, 15:35
Quando un paio di settimane fa il Tempo si è occupato del caso Landolfi, mai avremmo immaginato che la storia giudiziaria dell'ex ministro potesse racchiudere un "sequel" capace di illuminare come pochi altri i termini dell'attuale contesa referendaria. Tanto in più in presenza di un “taglia e cuci” che ha fatto subito apparire la sentenza come più figlia della tutela della casta togata che della sete di giustizia. Apposta per partorirla c'è voluto il forcipe arrugginito dell'art. 507, una reliquia del passato sopravvissuta nel nuovo Codice e che dà al giudice il potere di esperire la nuova prova ove sia «assolutamente necessario». Nel caso di specie, un pentito più spremuto di un limone. Che la riconvocazione del collaboratore in tribunale fosse solo una messinscena, è certezza che si ricava dalla lettura delle motivazioni, laddove con un tocco da consumato prestigiatore la giudice fa scomparire, in barba all'«assolutamente necessario», una dichiarazione infarcita di «non ricordo» per farne apparire una già agli atti, previamente e chirurgicamente amputata della parte favorevole all'imputato. Una sequela di abusi e di stranezze che non tarda ad arrivare in Parlamento. Recano, infatti, la firma di Maurizio Gasparri due interrogazioni in cui il presidente dei senatori di Forza Italia chiede a Nordio, che però non vi darà seguito, l'attivazione dell'azione disciplinare. Al nostro giornale, Landolfi non ha mai parlato di motivazioni politiche, limitandosi a dire che il vero motivo per cui lo hanno condannato, nonostante avesse rinunciato alla prescrizione, era da ricercare nella volontà di tutelare il teste e quindi nell'acquiescenza del magistrato che giudica verso il magistrato che accusa. Ma il “Tempo” ha voluto vederci più chiaro e armeggiando intorno al calendario di quei torbidi appura che quattro giorni prima della controversa sentenza, esattamente il 19 dicembre 2019, il marito della giudice, anch'egli magistrato, viene nominato dalla maggioranza del plenum del Csm presidente di un importante tribunale campano. Una promozione sicuramente legittima e poggiante su presupposti "de jure e de fatto" inattaccabili. Ma è un fatto inoppugnabile che essa abbia finito per interferire con il calendario del processo Landolfi, allungato di oltre un mese dalla decisione della giudice (consorte del promosso) di ricorrere all'art. 507, salvo poi disattenderlo clamorosamente nel momento in cui omette di riferire la testimonianza prima ricercata come “assolutamente necessaria”. Dobbiamo derubricare il tutto a mera coincidenza o, come piace a certi magistrati, sostenere che “il sospetto è l'anticamera della verità”? Di certo, se esistesse la separazione delle carriere, non staremmo neanche a parlarne.[RIPROD-RISER]<MDs><CF1>
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