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“Il woke è intolleranza. Esistono guerre giuste”. L'intervista a Michael Walzer
Oggi 09-03-26, 09:08
«Sull'Ucraina non bisogna cedere, ma occorre ancora distinguere guerre giuste ed ingiuste». È questa la tesi di Michael Walzer, tra i più importanti pensatori politici contemporanei statunitensi, Professore presso l'Institute for Advanced Study di Princeton (di cui ora è emerito), per trent'anni condirettore della rivista di sinistra «Dissent», autore di saggi sulla guerra giusta e ingiusta. Come valuta il movimento woke e la cancel culture? «In maniera assolutamente negativa. Però ci tengo a sottolineare che sono tanto critico con la cancel culture nella sua versione di sinistra quanto in quella di destra ispirata al nazionalismo cristiano. Ciononostante è innegabile che in una parte del mondo progressista si è sviluppata una nuova intolleranza verso il dissenso, legata alla identity politics per cui ogni disaccordo viene interpretato come un'offesa a un gruppo oppresso. Qualcosa è andato storto nella sinistra, o almeno in una parte di essa che insegue nuovi assolutismi e pericolose ortodossie. La tradizione della left liberale era fondata, invece, sull'argomentazione, sul dialogo e sulla critica; oggi questo approccio è spesso scomparso. Comprendo la sensibilità di afroamericani, ispanici, gay e persone trans di fronte ad attacchi percepiti come identitari e diretti, ma dubito che questa politica favorisca davvero i loro interessi». Perché? «Ne è la conferma il fatto che negli anni in cui la identity politics è diventata dominante, la disuguaglianza è aumentata. Ci sono state conquiste importanti nei diritti civili, ma la gerarchia sociale si è fatta più ripida. Servono, quindi, nuove politiche sociali, non solo battaglie simboliche. E abbiamo bisogno soprattutto di un ritorno alla cultura del confronto e della critica o si rischia di favorire solo nuove radicalizzazioni da ambo i lati». L'idolatria strumentale delle minoranze può favorire o indebolire le reazioni dei nazionalismi? «Molti attivisti woke credono con le loro politiche di contrastare il nazionalismo, ma non ritengo che lo facciano in modo efficace. Anzi. Hanno sviluppato una cultura ostile a quell'apertura, a quella generosità e a quel liberalismo che, a mio avviso, sono l'unico antidoto all'estrema destra di Donald Trump negli Stati Uniti. Questa impostazione, invece, non crea una politica di sinistra efficace, ma anzi favorisce solo il rafforzamento del trumpismo. La radicalizzazione politica è pertanto un rischio strutturale per le democrazie. Servirebbe un ritorno ai valori liberali in coerenza con i principi della nostra storia». La teoria della guerra giusta è ancora rilevante? «È centrale. Fornisce il linguaggio per discutere quando sia legittimo combattere e come farlo. È inoltre essenziale per giudicare, ad esempio, l'aggressione russa all'Ucraina come guerra ingiusta e per sostenere chi difende un ordine internazionale giusto. Come ogni dottrina morale può essere abusata, ma resta il quadro fondamentale per un giudizio serio». Occorre un sostegno più forte alla democrazia contro i regimi autocratici? «Sì, un sostegno internazionale. Talvolta può significare intervento umanitario, più spesso diplomazia, pressione politica e sanzioni economiche. Occorre una mobilitazione a favore delle democrazie e della libertà. È il caso della guerra in Ucraina e del sostegno a Taiwan. Purtroppo l'imprevedibilità di Trump non favorisce un'azione a lungo termine. Anzi...». Come valuta l'emergere dell'antisemitismo in Francia e in Italia? «Credo sia molto importante riconoscere la differenza e la sovrapposizione tra posizioni anti-Israele, anti-sionismo e antisemitismo. Molte delle proteste studentesche nelle università americane erano contro la guerra di Israele a Gaza e poi, per estensione, si sono sviluppate contro il sionismo e poi ancora, per ulteriore estensione, contro gli ebrei in generale, che venivano identificati come sionisti "per definizione". Quindi abbiamo una nuova politica, una politica anti-sionista, che attinge ai vecchi stereotipi». Come lo si può fare? «È necessario difendere un sionismo liberaldemocratico, che è semplicemente autodeterminazione ebraica e deve essere coerente con l'autodeterminazione dei palestinesi. Si può difendere quel tipo di sionismo, pur essendo critici verso le sue varianti nazionaliste e fanatiche e opporsi alla disponibilità di così tanti esponenti della sinistra, oggi, a riprendere la vecchia ideologia di sinistra dell'antisemitismo. La sinistra, specie quella radicale, è vulnerabile alla tendenza a identificare gli ebrei con i miti della plutocrazia e dei complotti ebraici. Sono vecchi cliché che ora stanno riemergendo. Bisogna combattere quel tipo di antisemitismo senza identificare ogni critica a Israele come antisemita. Per un ebreo di sinistra come me è necessario essere critico verso il governo di Bibi Netanyahu, sostenere la legittima esistenza dello Stato di Israele e opporsi a quegli esponenti radicali che vogliono eliminare Israele e poi si rivolgono anche contro gli ebrei della diaspora. È una lotta su molti fronti e servono alleati su ciascuno di questi fronti». Cosa serve per superare questa fragilità dell'occidente? «Un ritorno ai valori del liberalismo, alle sue battaglie per il dissenso, il senso critico e la libertà dei popoli».
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