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**Politica: da Fini a Renzi, da D'Alema a Vannacci, quanto è difficile dirsi addio**
Oggi 05-02-26, 14:17
Roma, 5 feb (Adnkronos) - "Traditore a chi?". Difficile lasciarsi bene, nella vita. Impossibile se hai la tessera dello stesso partito. La querelle di questi giorni lo dimostra. Lo scambio di 'complimenti' tra Roberto Vannacci e Matteo Salvini è serrato e non si spegne: "Ingrato, non ha mantenuto parola e impegni", è il mantra del leader del Carroccio. "E' Salvini il traditore!", replica il fondatore di Futuro nazionale. Ma dirsi addio, in politica, non è mai stato semplice. Anzi. Del "che fai, mi cacci?" di Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi si è detto e scritto tutto. La separazione dell'allora leader di An con il Cavaliere fu dolorosa. La "fine in modo traumatico di uno stretto rapporto politico e personale di 15 anni", per usare la parole dell'ex ministro degli Esteri. E Angelino Alfano? L'addio del potenziale delfino (al netto del quid) e il leader di FI ha i tratti de 'La guerra dei Roses'. Lo strappo si consumò in una lunga riunione a palazzo Grazioli. A notte fatta, i cronisti raccontarono di toni pacati. Non certo quelli che lo stesso Berlusconi utilizzò dal palco di una kermesse di FI a Milano: "Alfano per 12 anni, da mio assistente, fingeva di tifare Milan". Una lettera scarlatta, di cui l'ex leader di Ncd tentò subito di liberarsi: "Io ho sempre tifato Juve, l'ho sempre detto. Credevo che Berlusconi si fosse rifatto una vita senza di me, evidentemente non ce l'ha fatta". Il Cavaliere, suo malgrado, è al centro di un altro celebre litigio (politico, per carità). Non uno dei tanti, con il senno di poi. "È ufficiale: io e Guido Crosetto lasciamo il PdL. Nasce Fratelli d'Italia, movimento di centrodestra. Onestà, partecipazione, meritocrazia", scrisse su Fb Giorgia Meloni nel dicembre 2012. I retroscena, anche in questo caso, raccontarono di un Berlusconi accondiscendente. Scissione sì, ma senza una goccia di sangue. Qualche polemica, però, scoppiò anche in quel caso dopo una intervista in Tv della Meloni: "Anche a me è capitato nel Pdl di vergognarmi dei miei compagni di viaggio, di vergognarmi di quello che il partito faceva", disse Meloni. (Adnkronos) - Apriti cielo. Gli ex 'amici' del Pdl insorsero: "Forse la vergogna è quella di dire che da sola teme di non raggiungere il 2 per cento?”, tuonò Daniela Santanchè. "Non si sputa nel piatto in cui si mangia”, sbottò Maurizio Bianconi. Ma se nel centrodestra qualche straccio è volato, il centrosinistra non è certo rimasto a guardare. A parte il numero totale di scissioni, da Livorno in giù, gli addii a sinistra sono sempre stati molto rumorosi. Quando, nel lontano 2009, Francesco Rutelli decise di lasciare il Pd non sapeva certo che sarebbe stato il primo di una lunga serie. "I militanti di sinistra negli ultimi 15 anni hanno seguito le bandiere dell'Ulivo, non la falce e il martello", accusò l'ex sindaco di Roma. "Bisogna liberarsi dalla suggestione delle caricature e avere meno pigrizia da parte di tutti", gli rispose Pier Luigi Bersani, da che lì a poco sarebbe diventato segretario dem. Ma è con Matteo Renzi al centro del 'ring' che i pop corn sono andati a ruba. Il rottamatore la prima scissione la subì, quella di Bersani stesso e di Roberto Speranza tra gli altri. Ma è con Massimo D'Alema, in particolare, che la diplomazia venne messa subito da parte. Per capire in che cornice si consumò quello "strappo" nel Pd basta scorrere le cronache del tempo. "Il Pd è un partito a forte componente personale e anche con un certo carico di arroganza", disse D'Alema ai quotidiani. "Espressioni che stanno bene in bocca a una vecchia gloria del wrestling", rispose subito Renzi. Anche Speranza non la mandò certo a dire: "Che dobbiamo fare, dobbiamo cantare ‘per fortuna Matteo c'è?". Ma in Tv fu anche peggio: "D'Alema dice che io distruggo la sinistra, ma l'hanno già distrutta loro!", attaccò Renzi ospite da Fabio Fazio. Il lidem Maximo rispose a tono su La7: "Noi le elezioni le abbiamo vinte due volte. Renzi su questo è ignorante. Brillante, ma superficiale". (Adnkronos) - L'attuale leader di Iv, poi, è passato dall'altra parte della barricata. Qualche anno dopo è lui a sbattere la porta del Nazareno "dopo sette anni di fuoco amico", come scrisse sui social. Anche allora le accuse reciproche fioccarono. "Quale sarebbe la rottura? Perché non c'è un ministro di Pontassieve?", commentò Enrico Letta. La replica di Renzi: "Per rispetto della sua intelligenza non commento una simile idiozia". E poi una stoccata anche per Dario Franceschini: "Mi piace da impazzire quando mi dicono che sono morto". L'ex ministro della Cultura, a leggere i retroscena di allora, aveva mandato un sms a Renzi con scritto "uscirai dal Pd e non ti considererà più nessuno”. E nella storia degli addii al vetriolo della politica c'è un capitolo anche per il M5s. Quando Luigi Di Maio lasciò il Movimento, con Giuseppe Conte leader, non fu propriamente un muto addio tra gentiluomini. "Qualcuno ha tradito per interessi personali. C'è chi è stato nelle retrovie ed è uscito allo scoperto solo per pugnalare alle spalle", accusò Di Maio. Subito la querelle finì sui social, intanto diventati principale palcoscenico politico. Di Maio si trovò al centro di una 'shit storm'. Gli hashtag 'traditore' o 'da bibitaro a statista' imperversarono. Ma Di Maio tenne botta: "Conte ha piegato il Movimento a sua immagine e somiglianza. Nessuno ha alzato un dito". Il capo politico, Beppe Grillo, per un po' tacque. Poi pubblicò un post sul suo blog: "Siamo tutti qui per andarcene, comunque, ma possiamo scegliere di lasciare una foresta rigenerata o pietrificata".
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