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Referendum, se a Treviso il comizio per il No si fa in Tribunale
Oggi 01-03-26, 21:29
La maschera è venuta giù e il luogo sacro della giustizia, i tribunali, si trasformano nel palchetto di paese per criticare l'esecutivo. È quanto accade a Treviso, dove l'Associazione Nazionale Magistrati, giovedì 5 marzo, organizza un convegno, con tanto di logo del sindacato dei giudici, nell'aula d'assise. Nessuna ricorrenza o evento istituzionale, ma solo la volontà di far capire, a tutti i costi, che la riforma voluta dall'esecutivo Meloni e dal ministro Nordio sia un grande errore. Il titolo dell'iniziativa, d'altronde, vale più di mille parole: «Il referendum costituzionale sulla giustizia. Un dialogo con la cittadinanza sulle ragioni del No». Ecco perché quello che dovrebbe essere lo spazio più bipartisan dell'universo si trasforma nella classica arena da lontano dopoguerra. Il problema è che, stavolta, i protagonisti non sono don Camillo e Peppone, ma quei professionisti che dovrebbero essere terzi e imparziali. I processi, in Veneto, possono aspettare. L'importante è spiegare, senza esitazione, come quanto contenuto nel referendum di Palazzo Chigi, sia un “male” da evitare a ogni costo. Un compito che spetterà, per l'occasione, al dottore Massimo De Bortoli, procuratore della repubblica a Belluno, alla dottoressa Maria Teresa Cusumano, giudice ordinario a Treviso e al professore Enrico Minnei, professore associato di diritto costituzionale a Padova. Un parterre che, però, non passa inosservato ai naviganti del web che, condividendo la locandina del discusso convegno, non mancano di criticare una tavola rotonda che si sarebbe dovuta tenere in una qualsiasi sezione locale del Pd e non certamente in quelle stanze dove bisognerebbe solo far rispettare la legge. Il problema è che, in questo caso, come evidenziato dai magistrati per il Sì, è a rischio il potere delle correnti e, pertanto, anche il classico “essere al di sopra delle parti” può essere bypassato. Motivo per cui può essere scomodata finanche la segreteria del tribunale di Treviso, che invia centinaia di mail per pubblicizzare il confronto: «In qualità di ospitante, e per conto anche degli organizzatori - appare in una missiva, a firma della presidente Daniela Ronzani - ho il piacere di invitarvi all'evento informativo che si terrà giovedì 5 marzo...». L'importante è fermare, a ogni costo, una riforma che manderebbe, per sempre, in soffitta il sistema Palamara. Si possono scomodare, persino, miti come Paolo Borsellino e Giuseppe Falcone. Seppure quest'ultimo fosse chiaramente per la separazione delle carriere, come rivelato al Tempo dal suo fidato collaboratore Angelo Jannone, diversi i contenuti, diffusi nelle bacheche Facebook e Instagram, pronti ad attribuirgli contrarietà e dubbi mai espressi. «Quanto emerge sui social – evidenzia Domenica Spinelli, senatrice Fratelli d'Italia - è sconcertante. Sindaci e amministratori locali usano a loro piacimento frasi e immagini storiche di alto valore al solo scopo di perpetrare una sterile campagna mediatica contro la riforma. Accostare i nomi di questi eroi alla personale propaganda politica è un atto contro la storia. Questa follia ideologica conferma, ancora una volta, l'urgenza di riformare subito». Una cosa è certa, l'appello del Capo di Stato, Sergio Mattarella, ad abbassare i toni sembra già essere un ricordo e, seppure manchino oltre venti giorni, la diatriba è più accesa che mai. La differenza, però, è che se da una parte a suonare la grancassa c'è quella politica, che non può non difendere la sua riforma, dall'altra ci sono soprattutto toghe rosse, spaventate di essere superate da magistrati competenti e liberi.
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