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Sanremo celebra la musica. Ma dietro ogni nota, è il cervello a dirigere l'orchestra
Oggi 25-02-26, 15:06
Mentre il Festival accende emozioni, polemiche e ricordi collettivi, la vera regia non è sul palco dell'Ariston, è nella nostra mente. Ogni brano ascoltato, ogni ritornello canticchiato, ogni applauso a tempo attiva una macchina biologica straordinaria. “La musica è una delle attività più complesse che il cervello umano possa elaborare” spiega il Prof. Paolo Maria Rossini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione IRCCS San Raffaele di Roma, “coinvolge contemporaneamente aree cerebrali deputate all'udito, al linguaggio, al ritmo, alla memoria, al movimento e alle emozioni”. Quando ascoltiamo una canzone si accende la corteccia uditiva. Quando cantiamo le parole, i circuiti legati al linguaggio nell'emisfero sinistro si attivano, quando un ritornello ci emoziona entra in gioco il sistema limbico, la centralina delle emozioni. Se quella melodia ci riporta a un'estate lontana, è l'ippocampo, snodo della memoria, ad attivarsi. E se battiamo il tempo con il piede o cantiamo a squarciagola, lavorano anche cervelletto e aree motorie. “È una vera attivazione a rete. Non esiste quasi nessun'altra esperienza capace di sincronizzare così tante funzioni cerebrali nello stesso momento” puntualizza il neurologo. Ecco perché alcune canzoni restano incise per decenni nei nostri circuiti nervosi. La musica ha un accesso privilegiato alla memoria autobiografica, può riaprire cassetti che sembravano chiusi per sempre. “Anche in persone con decadimento cognitivo o malattia di Alzheimer, le melodie apprese in gioventù rimangono spesso sorprendentemente conservate. Anche in persone che hanno perso il linguaggio a seguito di un ictus, la capacità di pronunciare le parole di una canzone appresa in passato ricompare d'incanto”, sottolinea ancora l'esperto. Non è solo suggestione: è neuroscienza. Studi internazionali dimostrano che l'attività musicale, dall'ascolto attivo al canto, fino alla pratica di uno strumento, contribuisce alla cosiddetta riserva cognitiva, quel patrimonio di connessioni neurali che può aiutare il cervello a compensare più a lungo eventuali processi degenerativi. “Non è una cura contro la demenza, precisa il neurologo, ma può contribuire a mantenere il cervello attivo, curioso e stimolato. Perchè è uno strumento potente, accessibile a tutti, con un impatto emotivo straordinario. Sanremo sembra parlare di classifiche. In realtà parla di memoria. La musica fa una cosa che pochissime esperienze riescono a fare: entra senza chiedere permesso e resta”. Non resta nei ricordi ufficiali, ma in quelli privati. Nelle stanze chiuse. Nelle estati con la maglietta fina. Stasera il Festival omaggia una voce che dal 1965 attraversa il tempo italiano. Non è nostalgia. È una verifica, capire se siamo ancora capaci di riconoscere una melodia dopo mezzo secolo. La risposta, ogni volta, è sì. La neuroscienza lo dice con parole tecniche. Ma il punto è più semplice e più vertiginoso, la musica non ci accompagna soltanto. Ci costruisce. “Ti lascio una canzone”, cantava. È esattamente così. Non si lascia un brano. Si lascia un pezzo di sé negli altri.
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