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Anche Massimo Giannini scrive il suo libretto contro Giorgia Meloni
Oggi 10-05-26, 11:41
Ormai è un filone letterario. Affastelli cinque o sei slogan anti-Meloni, anti-destra e anti-Trump e scrivi il tuo bel pamphlet che si inserisce nel catalogo rosso e rigorosamente antifa che può contare sul megafono dei talk show che ogni sera processano la premier. L’ultimo arrivato è il libro di Massimo Giannini che si intitola La sciamana. Il riferimento è a Jake Angeli, quello col copricapo con le corna che partecipò all’assalto a Capitol Hill. Prima trumpiano di ferro e poi diventato antitrumpiano. Ormai non sanno più quale aggettivo inventarsi per colpire la premier di destra. Matteo Renzi ha scelto L’influencer, Scanzi ha virato su un sostantivo, La sciagura, Montanari si è dato alla metafisica con La continuità del male, Paolo Berizzi ha puntato sulla mostrificazione Il ritorno della bestia, Nadia Urbinati ha abborracciato una nuova categoria politologica, La democrazia afascista, Mirella Serri ha optato per l’invettiva cromatica: Nero indelebile, Francesco Cancellato ha scritto Nel continente nero, Luciano Canfora è stato il capostipite del nuovo genere letterario col suo Il fascismo non è mai morto. Poi ci sono le seconde file, come Alberto Mattioli col suo Destra maldestra, e ancora Valerio Valentini con La marcia sul posto. Tutto questo fiorire di titoli, in realtà, sta lì a dimostrare che il trinomio Meloni-destra-fascismo fa vendere o comunque intriga gli editori, i quali si accontentano anche del gossip elevato ad analisi politica come nel caso di Fratelli di chat di Giacomo Salvini. Le tesi contenute in queste carte poco sudate e assai superficiali sono le più disparate: si va da Serri che sostiene che Meloni sia una mezza nazista che si ispira a Ordine Nuovo al libro fresco di stampa di Giannini che a Ottoemezzo ha spiegato a Lilli Gruber che Meloni era «trumpiana prima di Trump» in quanto berlusconiana. Non pago, ha detto che nelle tesi del congresso di Trieste di FdI si evocava il «suprematismo bianco» e si chiedeva la costruzione di muri per impedire agli immigrati di arrivare in Italia. Di certo è vero che quelle tesi erano sovraniste e che l’attuale svolta conservatrice perseguita da Fratelli d’Italia rappresenta un’evoluzione rispetto al congresso di Trieste, ma da qui a confondere il sovranismo meloniano col razzismo ce ne corre. Il sovranismo di quelle tesi si coniugava con l’avversione al globalismo che appiattisce le identità nazionali e con la contrarietà all’accoglienza indiscriminata dei migranti. Insomma bisogna essere davvero in malafede per confondere quel congresso di FdI con un’adunata del Ku Klux Klan. E veniamo alla definizione di “sciamana”. Giannini la usò da direttore de La Stampa nel gennaio del 2021 per condannare il populismo di destra e accostare Meloni e Salvini a Jake Angeli, definendoli «gli sciamani d’Italia». Meloni si arrabbiò tantissimo e fece un commento che ci pare purtroppo ancora attualissimo: «Sono stufa oltremisura della superficialità, della irresponsabilità, della cattiveria e della faziosità di certa stampa italiana, chiedo ufficialmente a Massimo Giannini di argomentare questa sua affermazione. Cosa intende dire, esattamente, direttore? Vuole fare intendere ai cittadini che siamo pericolosi perché potremmo assaltare le istituzioni in modo violento? Che siamo folklore? Che andremmo arrestati anche noi? Che siamo violenti, impresentabili, pericolosi? Che sarebbe bene oscurarci su Fb, Tw, Instagram? Perché la strategia di distorcere la verità e poi su quelle falsità costruire accuse contro gli avversari politici è buona per i regimi totalitari e liberticidi. E io, per rispetto della mia storia e della democrazia, non rimarrò in silenzio a guardare questi metodi utilizzati contro Fratelli d’Italia. P.s. Cos’è direttore, attacca me per sentirsi ancora di sinistra, visto come il suo giornale sta trattando l’operazione Stellantis?». Cinque anni dopo la risposta di Giannini arriva con questo libro: la tecnica non è cambiata, la costruzione di accuse infondate prosegue imperterrita. Meloni ha governato e non c’è stato alcun assalto alle istituzioni. Ma il pregiudizio è duro a morire e neanche un incantesimo sciamanico potrà liberare i cervelli che ne restano prigionieri.
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