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Annalisa Terranova: la nuova parola anti-premier? "Ambigua"
16-12-2024, 08:19
Il 2025 sarà l'anno delle riforme. Così ha scandito Giorgia Meloni chiudendo la kermesse di Atreju. Ecco dove va Fratelli d'Italia. Un percorso disegnato nella settimana che ha visto alternarsi sul palco centinaia di ospiti in un clima di sereno confronto. Difficile demonizzare la festa di Atreju, davvero difficile rintracciare tra le casette di legno dove si beve birra e si vendono ciambelle e panini i segni dell'incombente pericolo “fascista” tanto caro ai cultori dell'apocalittismo mediatico. Ecco allora che c'è bisogno di un nuovo mantra antimeloniano. Non più la “ducia” artefice di una deriva autoritaria ma la leader “ambigua”. Bastava ascoltare ieri a Omnibus su La7 i giornalisti critici nei confronti della premier per comprendere che al momento la chiave di lettura che offre una sinistra spiazzata dall'autorevolezza di Meloni sullo scenario europeo è quella di ripiegare sull'accusa di ambiguità. Dove vuole andare Meloni? Quale destra vuole costruire? Ora guarda ai nostalgici della Fiamma ora guarda ai popolari. Vuole andare a braccetto con Orban o con von der Leyen? Ambigua ambigua ambigua... Ora, tutto si può criticare di Giorgia Meloni ma non certo arrivare a dire che la sua politica non sia riconoscibile. Meloni è una leader di destra e la cosa appare evidente a tutti. Ambiguo è semmai Conte con la sua formuletta dei «progressisti indipendenti». Ambigua è Schlein che ora guarda al centro e ora guarda ai centri sociali. La premier ha invece costruito la sua politica lungo tre principi che piacciano alla destra in tutta Europa: giù le tasse (se i conti pubblici lo consentono), regole rigide sull'immigrazione, nessun cedimento al wokismo. Un programma facile da comunicare, più difficile da realizzare ma di sicuro di destra. Un programma sulla base del quale è possibile persino immaginare una “internazionale” dei conservatori che vada oltre il contesto europeo. E sarebbe anche ora di finirla di usare la Meloni del congresso di FdI del 2014, sovranista e anti-euro, per chiedere cosa oggi vuole fare la destra in Europa. La cosa equivale a chiedere conto a Schlein della fondazione di Possibile con Pippo Civati nel 2013. In politica un decennio cambia tutto. In Europa è chiaro il dialogo con i Popolari, così come è chiaro il ruolo di ponte che Meloni può avere e avrà nell'interlocuzione con la Casa Bianca sotto il segno del duo Trump-Musk, così come è chiaro che la sua strategia è stata vincente (tenere von der Leyen sulla corda per poi dare l'assenso alla Commissione con dentro Fitto, uomo di FdI gradito al Ppe). Una politica coronata da successo che solo Pina Picierno non vede, parlando di un'Europa al centro di una «trama regressiva». Quale? Boh. E veniamo a Elly Schlein. Anche lei non potendo ricorrere alla retorica antifascista e dovendo accontentare i nostalgici alla Achille Occhetto (che a La7 tuonava: «Coi fascisti non si parla, non si va ad Atreju!»), se n'è uscita col «favoloso mondo di Ameloni». Insomma Giorgia «ambigua» e «fuori dalla realtà». Una retorica cui si sono subito accodati i dirigenti del Pd. Loro vorrebbero dare lezioni di realismo negando che esista un problema di sicurezza, negando che esistano forme di dissenso che sconfinano nella violenza, negando gli assalti alla polizia, negando persino che la Gpa sia una forma di sfruttamento del corpo delle donne, negando la faziosità di una parte della magistratura. Qual è la realtà che vedono meglio? Non si capisce bene. O meglio si capisce che hanno davanti una leader che delude le loro aspettative. Perché? Per lo stesso motivo sottolineato da Meloni alla conferenza programmatica di Milano dell'aprile 2022: «Voi sognate una destra sfigata, nostalgica e cupa, noi invece siamo una destra vincente, moderna e rispettata. Ma raccontatevi pure le vostre favolette...».
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