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Bruno Contrada, il superpoliziotto vittima della malagiustizia
Oggi 14-03-26, 10:33
Se n’è andato nel silenzio di una corsia d’ospedale, portandosi dietro i misteri di una stagione che ha insanguinato l’Italia e deformato i confini tra Legge e Antistato. Bruno Contrada, l’uomo che per mezzo secolo è stato l’ombra e il riflesso del potere della giustizia a Palermo, è morto a 94 anni. Non lo ha ucciso il carcere, non lo ha abbattuto la gogna mediatica che lo ha inseguito per gran parte della vita: lo ha fermato una polmonite, l’ultimo atto di un’esistenza che sembra uscita da un romanzo di spionaggio della Guerra Fredda trapiantato sotto il sole della Sicilia. Era l’uomo dei «due mondi», il numero tre del Sisde, il poliziotto che sussurrava ai prefetti e che i boss chiamavano per nome, stando alle decine di migliaia di pagine delle inchieste che lo hanno visto protagonista. Per lo Stato è stato, a fasi alterne, un eroe da medaglia e un traditore da rinchiudere. Per la Storia e per la cronaca giudiziaria, è stato un enigma irrisolto finito con il risarcimento per l’ingiusta detenzione. Tutto ebbe inizio in una gelida alba di vigilia di Natale, nel 1992. Le macerie di Capaci e via D’Amelio fumavano ancora. Lo Stato, ferito e confuso, cercava i “pupari”. Bussarono alla porta di Contrada mentre la famiglia si preparava al cenone. Da quel momento, il super -poliziotto divenne il simbolo del concorso esterno in associazione mafiosa. Una condanna a 10 anni, scontata quasi interamente tra celle e domiciliari, prima che il castello giuridico iniziasse a scricchiolare sotto i colpi di Strasburgo a cui Contrada si appellò dopo una serie di sconfitte in Tribunale che avevano (quasi) messo il sigillo alla sua colpevolezza. Nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo lanciò il sasso nello stagno: quella condanna non doveva esserci. Il motivo? Un tecnicismo che si presta a mille interpretazioni e ad altrettante congetture: all’epoca dei fatti, il reato di concorso esterno non era «chiaro e prevedibile». Non esisteva nemmeno nella sua discutibile forma attuale essendo un prodotto da laboratorio giuridico (ma questo è un altro tema). [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46797094]] Contrada incassò la rivincita, pur essendo stato bollato come favoreggiatore di Cosa nostra, ottenne la revoca della sentenza e persino un risarcimento di 285mila euro per l’ingiusta detenzione che aveva trascorso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, in provinpur prendendo atto del diktat europeo che aveva dinamitato la sentenza bollinata dalla Suprema Corte, non hanno però fatto sconti nella ricostruzione dei fatti: lo hanno definito «a disposizione di Cosa Nostra» per quasi un decennio. Hanno scritto che forniva soffiate, che agevolava i latitanti, che inquinava le indagini. Che addirittura parlava con Totò Riina, capo dei capi dei macellai sanguinari di Corleo ne. «Ha oggettivamente contribuito a rafforzare Cosa nostra... arrecando un grave danno alla credibilità dello Stato», scrissero i giudici d’Appello confermando la sentenza di condanna. La sua morte spacca ancora l’opinione pubblica. C’è chi, come Salvatore Borsellino, lo vede come il custode dei segreti di via D’Amelio, un "traditore" che non ha mai avuto il coraggio di raccontare la verità sulla Trattativa. E c'è chi, come Stefania Craxi o il suo storico legale Stefano Giordano, lo vede come il martire di una giustizia politica, un uomo che ha servito le istituzioni finché non è diventato un capro espiatorio scomodo. «Bruno Contrada ha consacrato la sua vita allo Stato e ha vissuto sulla sua pelle le meschinità del potere, l'accanimento di una giustizia ingiusta, le contraddizioni dei professionisti dell'antimafia» ha detto ieri Stefania Craxi. Contrada è morto da incensurato e da poliziotto, grazie al reintegro firmato da Gabrielli nel 2017. Lunedì, a Palermo, la sua bara sarà circondata da chi lo ha amato e da chi lo ha temuto. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:46798503]]
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