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È un attacco allo Stato. Ora serve una risposta
Oggi 03-02-26, 07:17
L’assalto alla polizia a Torino ha messo in chiaro una cosa: è tornata la violenza politica. Askatasuna è l’elemento più in vista di una galassia di movimenti che hanno un tratto comune: la ricerca dello scontro, l’antagonismo non è solo una sfida ideologica, è anche un programma di guerriglia. Se non si legge questa realtà per quella che è, se si continuano a coltivare illusioni, si rischia di fare una gran confusione tra la lotta alla comune delinquenza e il contrasto di organizzazioni che puntano a seminare il caos, fino a premeditare la battaglia urbana. È la stessa leadership di Askatasuna a smontare la consolatoria (e assolutoria) teoria sugli infiltrati nel «pacifico» corteo di Torino: non c’è nessuna manina esterna, il loro obiettivo è il conflitto. Il nemico è il governo Meloni, accusato di complicità con i capitalisti, gli Stati Uniti d’America e Israele. Farneticano, certo, ma anche i documenti delle Brigate Rosse erano un pazzo collage linguistico dove comparivano lo «Stato imperialista delle multinazionali», il «carcere del popolo», «l’apparato poliziesco». Il livello di elaborazione degli antagonisti di oggi è diverso (il manifesto di Zerocalcare), ma non va sottovalutato, perché parlano ai giovanissimi. Sono magma, un movimento ancora allo stato nascente, stanno strutturando un messaggio comune, hanno dei collegamenti internazionali, sanno cosa è e come si fa una guerra asimmetrica, reclutano combattenti per la causa. Non è un nemico potenziale dello Stato, è una minaccia chiara e presente. Sono delinquenti comuni? La risposta è no, appartengono a un’altra categoria, sono una rete eversiva. Lo dichiarano. E lo confermano nelle loro scelte e azioni. L’Italia negli anni ’70 e ’80 varò una serie di leggi speciali per sconfiggere il terrorismo: la legge Reale, i decreti Cossiga, la legge sui pentiti e dissociati. Era una legislazione dettata dallo «stato d’eccezione», dobbiamo porre dunque la domanda chiave: oggi esiste un’emergenza? Questa è la risposta che si attende dall’intero Parlamento, non solo dal governo. La Prima Repubblica aveva una cultura politica di primissimo livello, è da quella esperienza che bisogna partire, servono strumenti investigativi più ramificati, poteri della polizia più incisivi, una forte intelligence sul piano interno, una magistratura consapevole del livello di rischio. Se è un attacco allo Stato, la risposta deve essere adeguata alla minaccia.
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