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Ferruccio Gard: "Portai la satira a 90° Minuto e la Gialappa's si ispirò a me. Ora resto giovane dipingendo"
Oggi 03-05-26, 15:05
Ferruccio Gard - linguaggio forbito, battute taglienti e pallore vampiresco era uno dei “magnifici sette” inviati di “90° Minuto”, trasmissione cult che, negli Anni ’70 e ’80, ci mostrava in anteprima i gol della domenica. Gard, unico ancora in vita tra i volti storici che caratterizzavano il “teatrino” di Paolo Valenti, curava i collegamenti dal Veneto e in particolare da Verona dove, nel 1985, ha raccontato lo scudetto dell’Hellas. Ora, a 85 anni, Ferruccio è in pensione, scrive romanzi e, soprattutto, si dedica al suo grande talento, cioè la pittura: è uno dei pionieri e un punto di riferimento dell’arte programmata cinetica e di quella optical ed espone le sue opere in mezzo mondo. «Guardi, guardi che vista qui dalla sala: si può ammirare il profilo di San Marco. Dovrebbe vedere che colori quando c’è il tramonto». Meraviglioso. I colori che attirano di più qui in casa sua, però, sono quelli dei quadri. Ferruccio Gard, sono tutte sue opere? «Sì, il colore è l’anima dei quadri e della vita. Il colore per me non è colorazione. È produzione, non riproduzione». Quanti ne ha realizzati, si può fare una stima? «Questa è una domanda alla quale gli artisti non amano molto rispondere... Però almeno un migliaio». Lei è considerato uno dei pionieri dell’arte programmata e cinetica e dell’optical art. Che differenza c’è? «Sono cugine perché entrambe hanno come finalità il movimento e una percezione visiva che induce lo spettatore a fissare gli occhi sul quadro e navigare sulle figure geometriche attorno, basate su calcoli matematici». E che accade? «Il quadro è fermo, ma l’effetto ottico ti dà la sensazione che si muova. Succede sia nell’arte cinetica che nell’optical art». C’è qualcuno cui si ispira? «Victor Vasarely, artista ungherese del secolo scorso, numero uno mondiale e padre dell’optical art: artisticamente mi considero un suo figlio». Come mai sorride? «Perché due settimane fa a Marsiglia, in collaborazione con la “Fondazione Vasarely”, ho inaugurato la mostra “Arte cinetica: un omaggio di Ferruccio Gard a Vasarely”. Un riconoscimento enorme». Complimenti. Che tecnica utilizza? «Acrilico e faccio tutto a pennello, anche gli sfondi. Sono un maniaco della precisione, forse troppo, perché correggo ogni minima sbavatura fino all’ossessione». Quanto ci mette per realizzare un quadro? «Per quelli grandi più di 150 ore. Il problema maggiore è che il colore delle strisce devo darlo almeno due o tre volte. È un lavoro faticosissimo». Che però le dà grandi soddisfazioni. Della sua arte hanno detto cose eccezionali esperti e intellettuali come Jorge Amado, Achille Bonito Oliva, Piero Dorazio, Luciano Caramel. C’è un commento che l’ha resa particolarmente orgoglioso? «Il critico d’arte francese Pierre Restany ha scritto: “Il colore? Per Gard è vita nella vita”». A proposito di tinte, quale è il suo colore preferito? «Il giallo e sono vicino a inventarne uno nuovo». Cioè? «Sarà brevettato come “Giallo Gard” e sarà una specie di arancio, qualcosa mai visto». Lei ha partecipato a sette edizioni della “Biennale di Venezia”, alla “Quadriennale di Roma” e due volte alla “Biennale Architettura di Venezia”. Non solo: sue opere sono esposte nella “Collezione della Farnesina” sull'Arte Italiana Contemporanea, alla “Galleria internazionale d'arte moderna di Venezia”, al “MAGI ’900 - Museo delle eccellenze artistiche e storiche italiane” e al “Museo Satoru Sato” di Osaka, in Giappone. Quante mostre ha fatto, invece, in carriera? «Sono arrivato, più o meno, a 190 personali in mezzo mondo, da New York a Pechino». Che quotazione hanno le sue opere? «In gergo viene chiamata quotazione con coefficiente numero 5». Tradotto per noi che non siamo esperti? «Un quadro 60x60, per esempio, costa sui 7 mila euro». Chi sono gli acquirenti? «Gente che non conosce l’arte cinetica e non sa nulla di questo settore, ma viene attratta dai miei lavori. Dopo che gli spiego tutto, spesso succede che si innamorino delle opere e le comprino». Quale è l’aspetto che piace di più delle sue tele? «Il potere terapeutico del colore, che trasmette serenità e ottimismo. Sa dove vengono appesi quasi sempre i miei quadri?». Dove? «Nella camera da letto. In molti mi hanno spiegato: “L’ultima cosa che vedo prima di spegnere la luce sono i colori del suo quadro che mi fanno addormentare sereno. Ela mattina, l’energia di quelle tinte, mi ispirano voglia di vivere facendomi svegliare di buon umore e con una carica positiva”. Per me questo è bellissimo». Gard, ma quando gira per le mostre la gente la riconosce ancora come uno dei mitici inviati di “90° Minuto”? «La cosa che mi colpisce di più è che molti, addirittura, ricordano e ripetono le battute che facevo alla fine dei collegamenti». Poi ne parliamo con calma di quegli anni e di voi “magnifici sette”. Come mai quello sguardo cupo? «Con la recente morte dell’amico e collega Cesare Castellotti di Torino, purtroppo, sono rimasto l’ultimo. I giornali, citando noi sette, dopo il mio nome hanno scritto tra parentesi “unico ancora in vita”: hanno fatto bene, l’avrei sottolineato anche io, ma leggendo mi sono rattristato molto». E dove ha trovato la forza di reagire? «Nell’arte, che mi spinge sempre ad avere tanta voglia di vivere e mi mantiene attivissimo». A proposito del tempo che passa, facciamo un salto all’indietro. Al piccolo Ferruccio. «Nasco il 18 dicembre 1940 a Vestignè, ora provincia di Torino, ma in quel periodo sotto la Valle d’Aosta. Mio padre Luigi è maestro di scuola e mia mamma Pierina è l’ostetrica del paese». Che bambino è? «Molto vivace e appassionato di sport. Gioco a calcio come attaccante esterno, ma dopo pochi anni mollo perché preferisco la bicicletta». È bravo a pedalare? «A 14 anni guadagno i primi soldi della mia vita perché in paese, perla festa patronale, organizzano una corsa: vinco io e alle premiazioni il sindaco mi porge una coppa con dentro 4mila lire, che in quei tempi, per un ragazzo, è una bella somma». Velocista? «No, scalatore. Una volta, prima di una gara impegnativa, incontro un campione del mondo - non mi chieda chi è perché non glielo dico- che mi domanda: “Come va?”. “Così così, tra due giorni ho una corsa difficile”, gli spiego. “Che problema c’è? Vai in farmacia e prendi la Simpamina”. Io, sorpreso: “Ma davvero dovrei ingerire quella roba?”. E lui: “Guarda che sei l’unico che corre in bicicletta senza prendere la pastiglia”». Gli dà retta? «Giro una decina di farmacie e finalmente la trovo, la provo ed effettivamente con mezza pastiglia ti arrampichi sul campanile. Ma a me fa un effetto contrario, cioè mi toglie la voglia di soffrire. E così dopo tre volte la butto via». Quando, invece, inizia ad avvicinarsi alla pittura? «Alle scuole medie l’insegnante di educazione artistica, il primo giorno, mette una brocca sul tavolo e dice: “Ragazzi, fatemi un disegno”. Il mio mi pare perfetto, ma prima di consegnarlo mi accorgo che c’è qualcosa che non mi convince del tutto e, allora, faccio delle righe attorno alla brocca. Anticipando così, a mia insaputa, l’arte cinetica». Il professore apprezza? «Lo guarda, commenta dicendo “cosa è questa schifezza?”, lo appallottola e lo getta nel cestino. Ma io non mi arrendo, voglio essere moderno e continuo a disegnare in quel modo per tutto l’anno». E quando fa il salto di qualità? «Mi iscrivo a Lettere a Torino, affitto una mansarda pagando 6mila al mese e convinco alcune mie compagne a venire per dei ritratti di nudo. Poi dipingo paesaggi e nature morte, ma ad un certo punto mi stufo perché è un tipo di arte che fanno tutti». E cosa succede? «Di notte mi viene un incubo, sogno il professore delle medie che mi butta via il disegno e mi sveglio di soprassalto. Sono agitatissimo e capisco che devo sperimentare la pittura astratta. Due giorni dopo, casualmente, un amico mi fa vedere delle fotografie di opere di Vasarely e resto folgorato. Da quel momento mi dedico all’arte cinetica». Ma nel frattempo ha già iniziato a lavorare come giornalista? «Inizio a scrivere su un settimane cattolico chiamato “Nostro tempo” e a collaborare con il quotidiano sportivo “Stadio”». Segue subito il calcio? «Sì e un giorno un dirigente della Juve mi dà una soffiata: “Prendiamo Eusebio”. Scrivo l’articolo e tutti gli altri giornali riprendono la notizia che diventa di dominio pubblico. A quel punto, però, il club del campione portoghese raddoppia il prezzo e l’affare salta. Per colpa mia, quindi, Eusebio non diventa bianconero. Ma con Sivori...». Cioè? «Sempre in quel periodo, segendo la Juve, divento suo amico. Dopo una partita entro negli spogliatoi per intervistarlo e mi accorgo che è seduto su una poltrona, tutto nudo, con in mano un bicchiere di tè. Allora arretro per andarmene, imbarazzato, ma lui mi chiama: “Vieni pure”. E mi ritrovo, seduto sul bracciolo della poltrona, a intervistare il grande fuoriclasse senza vestiti». Torniamo alla sua carriera. Quando passa alla Rai? «Nel 1962 mi chiamano alla sede di Torino. Poi, quando aprono la redazione di Aosta, faccio 5 anni lì e infine, nel 1973, mi sposto a Venezia». Un anno dopo, nel 1974, entra nel gruppo di “90° Minuto” guidato da Paolo Valenti, prima come unico inviato in giro per l’Italia e poi come punto di riferimento dal Veneto per raccontare il Vicenza e, poi, il Verona. Come ci arriva? «Grazie alle ciabatte». Perché? «Prima di me c’è un altro collega, ma per una serie di problemi ad un certo punto non si riescono più a fare le dirette dal Veneto e bisogna andare a Milano. Mi mandano un paio di volte e poi mi chiedono se voglio diventare io il titolare. Prima di accettare, per correttezza, sento il collega il quale mi dice: “Fai pure tu, per me è troppo scomodo andare a Milano. Io sono un pantofolaio”». Lei viene subito amato dal pubblico, per l’aspetto molto serio abbinato, però, a un’ironia inaspettata. «Sono io, in quel periodo, a inventare la satira con il commento allegro e la battuta finale, il più delle volte a rima baciata, con lo scopo di sminuire la solennità del calcio. Peccato che i miei colleghi non l’abbiamo mai sottolineato e scritto». Qualche esempio? «Una volta, a Verona, non mi convince l’operato dell’arbitro Amendolia e allora chiudo il servizio dicendo “limitatamente a questa partita, Amendolia non mi è parso il miglior arbitro che ci sia”». Oppure? «Su un altro arbitro di nome Luci, dico: “Tra luci e ombre la direzione di gara. Dimenticavo, l’arbitro è il signor Luci di Firenze”». Ancora uno. «Verona-Roma, i giallorossi pareggiano all’ultimo minuto. E commento: “La squadra capitolina ha evitato di capitolare”». Qualcuno sostiene che la “Gialappa’s” si sia ispirata a lei. «Vero, sono stati proprio loro a confessarmelo: “Mai dire gol” ha preso spunto dalle mie battute e dalla mia satira». A colpire gli spettatori, in quegli anni, è pure il suo look. Lei, per esempio, appare sempre pallidissimo tanto che Paolo Ziliani, su “Il Giorno”, la paragona a “Nosferatu”. «Sì, molto divertente. La verità è che, semplicemente, mi rifiutavo sempre di mettere il cerone». Lei è anche il primo a introdurre la moda del cappello e a volte si presenta con un copricapo alla Sherlock Holmes. «L’idea mi viene vedendo, in tv, un film sul famoso detective. E poi qualche collega mi segue...». In quel periodo la trasmissione fa 20 milioni di spettatori, è un successo pazzesco. «Noi veniamo riconosciuti ovunque. Una volta sono in aeroporto per andare a Macao, ma c’è da aspettare. Vedo due ragazzi eleganti in lontananza e capisco che sono italiani. Uno di loro mi indica e inizia a urlare: “Ferruccio Gard, non le perdonerò mai quella battuta fatta sulla Juve”». Che aveva detto? «Mai fatto battute sulla Juve: ironizzavo senza offendere». Parliamo della vostra grande squadra di “90° Minuto”.Un ricordo per ognuno: partiamo a Paolo Valenti. «Un gentiluomo del giornalismo e del calcio. Ho partecipato al suo ultimo collegamento e, quattro giorni prima della sua morte, l’ho chiamato. Lui si rendeva conto di essere alla fine, ma sono riuscito a farlo ridere con una battuta». Tonino Carino. «Era carino nelle sue telecronache. Ed era molto timido, difatti - le sto svelando un segreto - chiedeva di essere sempre il primo perché altrimenti si emozionava troppo». Cesare Castellotti. «Con lui grandi divertimenti. Una volta siamo allo stadio e dei tifosi ci fermano: “Vero che siete giornalisti?”. E lui: “Sì, siamo collaboratori del “La minchia esportiva di Barcellona”. E questi ci credono: “Ah, complimenti”». Gianni Vasino. «Indimenticabile il modo con cui si punzecchiava con Napoli». Luigi Necco. «Un simpaticone che non nascondeva il tifo per il Napoli». Marcello Giannini. «Chiacchierone, nemmeno lui non nascondeva il tifo per la Fiorentina». Giorgio Bubba. «Molto bravo e appassionato di musica: ogni tanto collaborava al Festival di Sanremo». A proposito di squadre, Valenti era tifoso della Fiorentina come Giannini. E lei? «Di Torino, Verona, Venezia e Napoli». Nel 1985 ha avuto la fortuna di raccontare lo storico scudetto dell’Hellas. «Meritatissimo. Sarà coincidenza, ma quello è stato l’unico campionato in cui gli arbitri sono stati nominati a sorte». Calcio, ma non solo. Lei si è occupato anche di altro, facendo grandi scoop. «Nel 1991, durante un evento pubblico a Pieve di Cadore, vedo Andreotti che improvvisamente si apparta e si fa dare un telefono da un uomo della scorta. Poi il presidente del consiglio torna nella sala, dice qualcosa e parte un applauso. Lo raggiungo e scopro che l’ha appena chiamato Cossiga, Presidente della Repubblica, annunciandogli che Saddam aveva comunicato la liberazione di un gruppo di ostaggi italiani». E che fa? «Chiamo la Rai e glielo comunico, così tutti i tg aprono con la mia notizia». Grande colpo, no? «Sì, ma De Michelis, ministro degli Esteri di quel periodo, si sente scavalcato e cerca di screditarmi, anche perché nel frattempo Saddam decide di ritardare la liberazione dei nostri connazionali. Io gli rispondo a distanza e poi...». Poi? «Qualche settimana dopo, nell’università di Padova, De Michelis torna sull’argomento, ma a sorpresa, dal fondo della sala, si alza un ragazzo con un cartello enorme e lo zittisce: “Gard, sei un mito”». Altri servizi extra calcio da ricordare? «L’intervista a Nando Parrado, uno dei sopravvissuti alla tragedia dell’aereo schiantatosi sulle Ande nel 1971. E poi quella, nel 1997, in esclusiva a Papa Giovanni Paolo II». Ferruccio, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione. «Rispondo con una frase del poeta Giorgio Caproni: “Prego non perché Dio esiste, ma perché Dio esista"». 2) Paura della morte? «Non mi entusiasma» 3) Non abbiamo parlato della sua vita privata. «Sono sposato da 58 anni con Bruna: abbiamo due figli e due nipoti». 4) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare? «I miei genitori». 5) Ha ancora un sogno? «Ho mandato una Pec a San Pietro chiedendo la cortesia di poter fare un’ultima mostra a 104 anni. Non ha ancora risposto, ma chi tace acconsente...».
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