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Peppi Franzelin: "L'annuncio più drammatico fu per le Torri Gemelle. Ora faccio la nonna a Vienna"
Oggi 19-04-26, 13:15
Peppi Franzelin - capelli biondi a caschetto, rossetto rosso e occhi azzurri - era una delle storiche “Signorine buonasera” che ci annunciavano i programmi tv della Rai e lei, essendo bilingue («Sono nata a Bolzano»), lo faceva sia in tedesco che in italiano. Non solo. A farci conoscere - e amare - Peppi è stato, per anni, anche il “Concerto di Capodanno” di Vienna, che la sua voce ha raccontato («Ma sempre dagli studi di Roma») dal 1977 al 2003. In pensione dal 24 dicembre 2002 («Giusto che questa professione non esista più, adesso non avremmo senso»), la Franzelin adesso ha 79 anni e fa la nonna a Vienna. Peppi Franzelin, la sua voce non è cambiata per niente: chiara, precisa, squillante. «Grazie, oggi in realtà è un po’ roca perché vivo da sola e non ho ancora chiacchierato con nessuno». Il timbro però è inconfondibile: quando è in giro la riconoscono dalla parlata? «No, perché ora vivo a Vienna e qui non sanno chi sono». Ah, ecco. E da quanto si è trasferita in Austria? «Definitivamente dal 2022, un anno prima che morisse mio marito: prima ci venivo solo ogni tanto per trovare mio figlio Armin, che ha 53 anni, e il nipotino Alessandro, delizioso, che ha 11 anni». Ora, quindi, fa la mamma e la nonna a tempo pieno. «Cucino per loro, visto che mi piace stare ai fornelli». Piatti forti? «Carbonara e amatriciana». Il legame con Roma, quindi, è rimasto forte. «L’altro giorno ho chiesto a mio nipote: “Ale, tu sai che sono dell’Alto Adige, ma vivo a Vienna e parlo il tedesco: tu come mi vedi?”. E lui: “Ti vedo italiana anche perché prepari piatti romani”». Oltre a quello della cucina ha altri hobby? «Mi piace fotografare. Fino a poco tempo fa andavo spesso da un’amica sul Mar Rosso a fare snorkeling: immortalavo pesci, ricci, tartarughe». Ha viaggiato molto nella sua vita? «Sono stata in tutto il mondo». Il posto che l’ha più affascinata? «Il Machu Picchu, in Perù, perché ho sempre avuto la passione per gli indios. E poi le Galapagos, ma anche l’India con il suo cibo buonissimo». A parte stare con la famiglia, ora, come è la sua giornata tipo? «Dormo poco e faccio tutto con calma. Passeggio molto sulle colline attraverso i vigneti e mi gusto il vino, Vienna è l’unica capitale al mondo con una produzione vinicola significativa, qui le viti crescono anche in città. E poi, nel tempo libero, leggo». Cosa? «Mi piacciono Cazzullo, Gramellini e Saviano. Ai libri impegnati, però, alterno anche qualcosa di più leggero: ora mi sono buttata su un gialletto di un autore cinese». La tv la guarda? «Adoro i documentari storici e i gialli tedeschi. La Rai qui a Vienna non si prende, però vedo La7». Ogni tanto torna ancora in Italia? «Quando capita vado a Roma. E, dopo una ventina d’anni di assenza, sono appena stata pure a Bolzano». E qui da noi, invece, la gente la riconosce? «Raramente, perché noi annunciatrici manchiamo dal video da un bel po’ e ci ricordano solo le persone adulte. E poi invecchiando si cambia: mio caro, ho 79 anni e non ho più i capelli biondi, orali tengo naturali. Sono sale e pepe». Quando qualcuno scopre il suo passato cosa le chiede? «La prima reazione è stupore, poi curiosità: “Come era la vostra vita?”, “Cosa facevate?”, “Come si sentiva?”». Cosa risponde? «Che mi reputo fortunata in tutto». Ha un carattere positivo? «Non mi lamento mai: ho avuto due cancri e tre aborti spontanei, ma fanno parte della vita. Meglio pensare alle cose belle tipo i viaggi, mio figlio, mio marito che ho amato tanto, il nipotino, aver vissuto in una città meravigliosa come Roma. Sono sempre stata ottimista fin da bambina». Torniamoci insieme, allora, alla piccola Josefine Franzelin. «Nasco a Bolzano il 22 gennaio 1947». Subito una curiosità: il soprannome Peppi chi glielo dà? «Lo scelgo io. Nel senso che qui in Austria, solitamente, Josefine si abbrevia in Pepi. Io, invece, decido subito che voglio essere chiamata Peppi con tre “P”. Pronunciarlo è come un colpo di cannone». Che lavoro fanno, in quegli anni, i suoi genitori? «Papà Emil, che nel periodo del fascismo è costretto a chiamarsi Emilio, fa il lattaio; mamma Augusta, nata a Innsbruck, è sarta ma aiuta mio padre nel negozio». Figlia unica? «No, siamo in tre fratelli: ci sono anche Eduard e Silvia, di sette e dodici più giovani». Come è la piccola Peppi? «Ho un caratterino niente male, so quello che voglio. E sono un maschiaccio». Cioè? Che fa? «Alle elementari, per esempio, ogni giorno do uno schiaffo sempre allo stesso bambino, senza motivo». Ma è un amichetto? «Non giochiamo insieme e ci conosciamo solo di vista. La cosa più assurda è che lui mi aspetta, come se lo volesse». Che ricordo ha di quegli anni del dopoguerra? «Viviamo ai “Piani”, quartiere popolare di Bolzano. Le case sono quelle che sono e noi abbiamo la fortuna di avere un gabinetto e un lavabo in casa, mentre le altre famiglie hanno un wc in comune sul corridoio. Per fare il bagno, però, dobbiamo andare all’albergo Laurin in centro, dove con 20 lire possiamo avere anche un asciugamano». Lei, crescendo a Bolzano, è bilingue, vero? «Esattamente. Perché il mio “nonno-non-nonno” che abita con noi è della Val di Non e quindi con lui parlo italiano, mentre con i miei genitori parlo tedesco». Scusi, in che senso “nonno-non-nonno”? «Non è il marito di nonna, ma il compagno. E in quegli anni è insolito: infatti dormono nella stessa stanza, ma in due letti separati con in mezzo un paravento». Dicevamo della doppia lingua. «Parlo perfettamente, da sempre, l’italiano e il tedesco e, molto bene, anche l’inglese. Tutt’ora penso in tutte e tre le lingue». Urca, complimenti. Restiamo alla sua infanzia: cosa studia? «Ragioneria. La mia vita in quel periodo è intensa: la mattina scuola, il pomeriggio lo passo ad aiutare i miei in negozio, ma nel frattempo frequento un corso di recitazione e collaboro anche con la radio». Quale? «“Sender Bozen”, che tradotto sarebbe “Emittente Bolzano”. Un giorno, proprio quelli della radio, mi chiedono: “Vuoi andare a Roma? Sta nascendo la tv in tedesco”». E accetta subito. «No, non immediatamente. Il “Rai Sender Bozen” inizia le trasmissioni il 7 febbraio 1966, ma io metto in chiaro che prima voglio fare la maturità per non buttare via tutti gli annidi studio per qualcosa che non si sa bene cosa sia». Deve sostenere un provino? «Sì, a Bolzano: mi fanno leggere e mi riprendono con la telecamera». Preso il diploma, pochi mesi dopo, si trasferisce a Roma. I suoi genitori sono d’accordo? «Papà ne va fiero, anche se è un uomo chiuso. La cosa buffa, però, è che io vado a lavorare in tv, ma lui e mamma non possono vedermi». In che senso? «In quegli anni, a casa, non possediamo il televisore e, per capire cosa faccio, devono andare dai vicini». A Roma, lei, conosce Uwe Ladinser, conduttore del telegiornale, che poi diventa suo marito. «In realtà la prima volta che ci presentano è al “Sender Bozen” di Bolzano. Dopo qualche giorno, sempre lì, lo incrocio nei corridoi e lo saluto, ma non risponde e penso: “Questo è un bel cafone”. Così, quando so di andare a Roma, dove nel frattempo è stato trasferito anche lui, dico: “Se ritrovo quel Ladinser lo metto a posto”». Lo ritrova evi innamorate. «Ci mettiamo insieme, siamo felici e, nel 1968, ci sposiamo». Come è la vita notturna, a Roma, in quegli anni? «Ci si diverte, è tutto aperto, la gente è cordiale e si va per locali, si ride e si scherza. Una meraviglia». Domanda un po’ scomoda: lei si sente più altoatesina o romana? «Non rinnego le mie radici, ma ho vissuto 55 anni nella Capitale...». Parliamo delle annunciatrici. Come è, in quegli anni, la vostra professione? «Con molte pause e attese: trascorriamo ore sedute in salotto ad aspettare l’annuncio, chiacchierando e leggendo. Ma sempre pronte perché può succedere qualsiasi cosa all’improvviso». Poi, quando arriva il momento, si accendono le telecamere e parlate in diretta.Ma leggete? «No, il gobbo non esiste e cerchiamo di imparare il più possibile a memoria. C’è chi è più portata e chi meno». Lei? «Media. Ogni tanto, però, è inevitabile guardare i fogli quando i testi sono molto lunghi. Anche perché, contemporaneamente, bisogna avere un’espressione particolare e fare le pause nel momento giusto». E per il look come fate? «Tutto da sole per evitare di aspettare ore e ore nelle sale trucco». Perché quel sorrisino? «Un giorno a un parrucchiere viene l’idea di provare a tagliarmi i capelli cortissimi. Appena finisce mi specchio e penso: “Che orrore”. Poi, invece, il caschetto biondo diventa il mio marchio, abbinato agli occhi azzurri e al rossetto rosso». Come è il rapporto tra voi annunciatrici, in quel periodo? C’è competizione? «Sì, ma io non la sento particolarmente». Parliamo delle sue colleghe storiche. Vi vedete ancora? «Abbiamo una chat su WhatsApp in cui, ogni tanto, ci scriviamo per gli auguri». Facciamo un giochino: un aggettivo per definire le più famose. Partiamo da Nicoletta Orsomando. «La “capa”. È brava a gestire e ci tiene al suo ruolo. Una volta io e Paola Perissi proponiamo di mettere un poster un po’ femminista sulla parete dell’ufficio, ma lei ce lo vieta: “No, assolutamente”». Mariolina Cannuli. «Un’amicona simpatica». Anna Maria Gambineri. «Particolare». Gabriella Farinon. «Molto bella». Maria Grazia Picchetti. «Non la conosco, ma deve essere carina». Paola Perissi. «Grande amica». Marina Morgan. «Simpatica e burlona. E molto appariscente con tutti quei capelli ricci, una volta rossi e una volta biondi». Roberta Giusti. «Riflessiva». La Giusti è morta l’11 febbraio 1986, a soli 42 anni. «Momento drammatico per noi e per i suoi fan, che erano tanti». Maria Giovanna Elmi. «Simpatica, un’erbetta presente dappertutto». Rosanna Vaudetti. «Sempre calma, la quiete nello stagno». In quegli anni voi siete conosciute e ammiratissime: avete molti corteggiatori? «Chi più chi meno. Io non ricevo regali, ma molte lettere e qualche telefonata a casa, anche con insistenza. Ma senza arrivare allo stalking». Torniamo alla sua carriera. Nel 1979, con la nascita di Rai3, viene chiamata ad annunciare anche i programmi delle reti nazionali perché c’è bisogno di rinforzare l’organico delle “Signorine buonasera”. A proposito, a lei piaceva essere chiamata così? «...». È un no? «Diciamo che lo accettavo per simpatia». Lei fa i doppi annunci sia in italiano che tedesco fino al 1991. Poi? «Il “Senden Bozen”, da Roma, viene trasferito a Bolzano e io decido di fermarmi nella Capitale, così lavoro solo per i tre canali Rai tradizionali». Parallelamente, dal 1977 al 2003, conduce il “Concerto di Capodanno” di Vienna. «La cosa divertente è che divento famosa senza apparire in video, ma solo facendo sentire la mia voce». Come mai la scelgono? «Nel 1976 accade un inconveniente, cioè uno squilibrato sale nudo sul palco e la conduttrice, che non è bravissima a parlare tedesco, fatica a commentare. Così chiedono a me di sostituirla visto che sono bilingue». Che ricordo ha di quei concerti in Austria? Ha una strana smorfia... «Le svelo una cosa: a Vienna non sono mai andata perché non avevamo una postazione nostra, mi preparavo le traduzioni dei testi e raccontavo sempre tutto da Roma». A proposito di musica, lei per cinque volte commenta pure l’Eurovision Song Contest. L’edizione cui è più legata? «Quella del 1990 a Zagabria, in cui vince Toto Cutugno con il brano “Insieme: 1992”. Si capisce subito che sarà protagonista già dalle prove, ha energia e la sua canzone viene canticchiata da tutti». Due anni dopo, invece, l’Italia è rappresentata da Mia Martini. «Ma nell’occasione non la conosco bene, perché tutti mi dicono che bisogna avere cautela con lei e così la lascio in pace. Sembra di porcellana, intoccabile». Musica, ma non solo. Dal 1982 al 1989 lei, saltuariamente, sostituisce Paola Perissi ne “L’Almanacco del giorno dopo”, mentre poi conduce “Tg2 Sport Sette”, “Tg1 Prisma”, “Tg2 Start” e “Tuttocavalli”. «Esperienze interessanti in ambito sportivo, divento amica di Gianfranco De Laurentiis e Giorgio Martino». Incontra campioni importanti in quelle trasmissioni? «Moltissimi, da Thoeni a Tomba, da Mennea a Rosolino e poi tutta la Roma calcio del presidente Viola e in particolare Graziani, Ancelotti e Righetti. Ma in quegli anni conosco anche molti altri vip come De Gregori, Bennato, Baudo, Mario Adorf, Canzian dei Pooh, Messner e Forattini, che proprio a cena da me disegna la sua prima auto-caricatura. La conservo ancora». Peppi, impossibile dire quanti annunci ha fatto in carriera, vero? «Come si fa? Non ricordo nemmeno il primo». Quello più drammatico, però, non se lo sarà dimenticato... «Undici settembre 2001, attacco alle Torri Gemelle e, quando decidono di interrompere le trasmissioni, tocca a me annunciarlo». È terrorizzata per ciò che sta accadendo? «No perché non conosco la situazione: noi annunciatrici, nella nostra stanza ovattata, non abbiamo le agenzie e non sappiamo nulla. Scopro tutto solo pochi secondi prima di andare in onda, quando interrompo la “Melevisione” per dare la linea al Tg speciale». Un anno dopo, nel dicembre 2002, lei va in pensione. «E con mio marito ci dedichiamo ancora di più ai viaggi, la nostra passione, godendoci la vita. Fin quando nel 2023, purtroppo, Uwe muore a 80 anni. Per me è dura: reagisco, ma cado in burnout, perdo molti chili e anche un po’ di memoria». Peppi, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione? «Zero, pur rispettando i credenti pacifici». 2) Ha paura della morte? «No, l’importante è che ci trovi vivi, come diceva Marcello Marchesi». 3) Ha un sogno? «Veder crescere e maturare mio nipote: mi piacerebbe esserci ancora quando diventerà un uomo». 4) Qualcuno che vorrebbe re-incontrare? «Adriana Tanzini, mia collega della Rai, e le sue due sorelle: romanissime, mi hanno introdotto a Roma, al romanesco e agli usi e ai segreti della città». 5) Le “Signorine buonasera” non esistono più definitivamente dal 2016. Giusto toglierle? «Sì, ora non avrebbero senso: è tutto molto veloce tra una trasmissione all’altra, c‘è più pubblicità e non serve qualcuno che ti dica cosa andrà in onda». Ultimissima: le offrissero la possibilità di fare un ultimo annuncio cosa direbbe? «Signore e signori, finalmente sono tutti rinsaviti: le guerre sono finite ed è scoppiata la pace».
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